Recensione a: Davide Piacenza, La cultura che non posso permettermi, Einaudi, Torino 2025, pp. 42, ebook, 2,99 euro (scheda ebook)
Scritto da Paolo Missiroli
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La cultura che non posso permettermi è un brevissimo volume che cerca di mettere in luce un elemento preciso. Si tratta dell’idea per cui il mondo della cultura italiana e, più in generale, occidentale (con alcune differenze che però Davide Piacenza non mette in evidenza) è connotato da una composizione di classe estremamente omogenea. L’autore, che ha lavorato a lungo nell’ambito del giornalismo culturale, si riferisce perlopiù a riviste dedite a letteratura, cinema, filosofia, psicologia e teoria sociale. La tesi fondamentale è dunque che questo “mondo” sia in generale appannaggio della borghesia, cioè che a farne parte siano i figli e le figlie di medici, notai, avvocati affermati, broker, industriali e quella vasta gamma di soggetti che compone non solo i marxiani proprietari dei mezzi di produzione, ma anche quella che già nel 18 Brumaio di Luigi Bonaparte Karl Marx identificava come la piccola borghesia, ossia l’insieme di coloro la cui esistenza serve a facilitare la vita della borghesia essendone immediatamente alle dipendenze.
Se non rischiassimo di offendere chi non ha presente che le distinzioni di classe, nella loro oggettività sistemica, evitano di affermare alcunché sugli individui che di volta in volta ricoprono una determinata funzione (peraltro mai interamente riducibile alla sua natura “piccolo-borghese”), ricorderemmo che Marx li definisce “parassiti”. È in questo senso tecnico che Piacenza usa i concetti di “borghese” e di “proletario” e, da questo punto di vista, il libretto che presentiamo ha anche il merito di mettere in luce alcuni elementi utili per riprendere oggi il discorso sulla classe sociale. Il suono, per taluni lieve e per talaltri greve, di questi concetti (borghese, proletario, classe) va necessariamente ascoltato quando si affronta la lettura di questo libro.
Piacenza sostiene inoltre che il mondo della cultura imponga ai suoi membri una precisa forma di soggettivazione. Riprendendo gli studi sull’habitus di Pierre Bourdieu, egli argomenta che questo ambito impone una prossemica, un linguaggio e un atteggiamento borghese a tutti coloro che vi partecipano, indipendentemente dalla loro origine di classe. Piacenza chiarisce con efficacia cosa intende per “borghese”: borghese è chi non necessita di lavorare molte ore al giorno per vivere (si noti: necessita, non “non lavora”) e dunque dispone di tempo libero e di risorse sufficienti per leggere libri all’infinito, per vestirsi in un certo modo, per aver visto determinati film. In questo senso, il mondo culturale italiano impone una prossemica borghese ai suoi membri, e chiunque vi si sia avvicinato sa bene quanto sia necessario acquisire la capacità di fingere di aver letto tutto, di aver visto tutto, di aver visitato tutto.
Ne deriva che non viene negata una – pur riconosciuta come residuale – partecipazione dei figli delle classi subalterne al mondo culturale. Viene invece messo in luce il fatto che, per restarvi, tali soggetti sono obbligati a rifiutare la propria provenienza di classe, che è fatta anche di un determinato modo di stare al mondo. Questo processo genera, secondo Piacenza, una straordinaria diffusione della sindrome dell’impostore nei membri proletari di questi ambienti: l’essere intimamente convinti di non “meritare” nulla di ciò che si è ottenuto. Si tratta di una sindrome che assume il proprio vocabolario interamente dal mondo del modo di produzione capitalistica nella sua forma neoliberale.
Accanto al discorso sull’habitus, Piacenza sottolinea l’importanza delle condizioni materiali, da esso inscindibili. Il lavoro culturale è appannaggio della borghesia innanzitutto perché una qualsiasi carriera al suo interno presuppone necessariamente – e questo vale fino in fondo anche per la carriera universitaria, almeno nelle humanities – la possibilità di attraversare lunghi periodi di tempo senza, o con quasi nessuna, forma di sostentamento economico. Tutti i figli di proletari che hanno intrapreso questo tipo di mestiere disponevano di una qualche forma di copertura, per le ragioni più varie, tra cui il sacrificio dei genitori, che Piacenza giustamente sottolinea come una tra le tante possibili.
A ciò si aggiungono altri elementi strutturali: la vita all’interno del mondo culturale è quasi sempre segnata dalla competizione spietata e da quella lotta per la morte che viene impropriamente chiamata “meritocrazia”, laddove è evidente che il merito incida ben poco rispetto alla fitta serie di barriere materiali e simboliche in gioco. Questa competizione, in un ambito in cui gli spazi di affermazione e di stabilità lavorativa ed economica sono estremamente scarsi, produce un’endemica diffusione del dolore psichico, ben nota a chiunque abbia avuto a che fare con il mondo culturale e accademico, che su questo punto risultano inseparabili. Il dolore psichico è un dolore a tutti gli effetti e spesso necessita di cure, che tuttavia hanno un costo elevato. Anche ammettendo, pur senza crederlo del tutto vero, che tale sofferenza colpisca in modo simile i membri di tutte le classi sociali, resta il fatto che il dolore psichico bisogna poterselo permettere. Per molti, questa spesa è semplicemente insostenibile. Le condizioni materiali in cui il mondo culturale si produce e si riproduce risultano dunque proibitive per una molteplicità di ragioni.
Da questo insieme di elementi emerge l’idea che il mondo culturale italiano sia in mano a un’élite, composta da alcuni membri di una classe che ne fa gli interessi, e che esso si chiuda materialmente e simbolicamente in senso corporativo. Il termine è usato qui nel suo significato più semplice: corporativo è un sistema in cui l’accesso è legato a rapporti definiti dalla nascita o da procedure molto elaborate. Le critiche ai corporativismi hanno sempre due lati: uno progressivo e uno potenzialmente regressivo. Il primo è sempre legittimo, poiché la corporazione è in sé problematica all’interno di qualsiasi visione del mondo che rifiuti l’idea che i rapporti tra gli esseri umani possano essere decisi a principio. In questo senso, la denuncia delle consorterie di varia natura – grande tradizione italiana – è sempre sensata.
Resta tuttavia il lato regressivo di tali critiche, che si manifesta quando l’attacco al singolo gruppo oscura la comprensione dei meccanismi generali di riproduzione della società. È noto il caso, recentemente tornato in auge, della critica al baronato universitario: una critica indubbiamente fondata, ma che rischia di perdere di vista il contesto di tagli progressivi senza precedenti, di attacco frontale all’università e di riconversione industrial-militare delle linee di ricerca. Qualcosa di simile accadde con la cosiddetta “antipolitica”: fu sensato attaccare le storture del sistema dei partiti, ma in quella congiuntura storica l’effetto oggettivo fu una riduzione della democrazia e della partecipazione.
Si potrebbe dunque chiedere se il libro di Piacenza corra lo stesso rischio. A nostro avviso no. Impostando la propria riflessione in termini di classe, l’autore si riconnette immediatamente alla congiuntura storica nella sua materialità concreta. Non si tratta di denunciare il comportamento riprovevole di singoli individui affamati di potere, ma un sistema sociale – quello culturale – che partecipa alla riproduzione della società neoliberale occidentale e che funziona mediante competizione, esclusione e violenza mentale del precariato. È evidente che la drastica restrizione delle possibilità di lavoro nell’ambito della cultura e dell’università costituisce una condizione imprescindibile della dinamica descritta da Piacenza: una maggiore abbondanza di posizioni spezzerebbe la macchina escludente che caratterizza oggi questi ambiti. In questo senso, il testo non parla di una “casta”, ma di un sistema specifico interno alla società neoliberale. Pensare di trasformarlo davvero “da dentro” non solo è velleitario, ma rischia di essere profondamente fuorviante.
Rimane tuttavia un rischio preliminare, che riguarda il concetto stesso di “lavoro culturale”. L’espressione è evidentemente vaga, non solo per i non addetti ai lavori, ma anche per chi vive di ciò che lo scrittore chiamerebbe appunto “lavoro culturale”. In un senso generalissimo, cultura è tutto ciò che si distingue da natura; culturale sarebbe allora ogni operazione artificiale, esito diretto o indiretto dei sistemi sociali. Per fortuna, Davide Piacenza in La cultura che non posso permettermi non è così vago. Rimane però il fatto che la sua riflessione chiama in causa un insieme molto ampio di soggetti che lavorano oggi all’incrocio tra dipartimenti universitari, fondazioni, riviste pubbliche e private legate alle cosiddette scienze umane. La tesi non è sostenuta da dati sociologici o indagini statistiche, ma presentata come evidenza vissuta da chi opera in questi ambiti: una “voce che grida nel deserto”, rivolta soprattutto a chi già si riconosce in quel mondo. Chi si sente chiamato in causa, lo è.