“La cultura dell’iniziativa” di Pietro Polito
- 11 Febbraio 2021

“La cultura dell’iniziativa” di Pietro Polito

Recensione a: Pietro Polito, La cultura dell’iniziativa, Aras Edizioni, Fano 2020, pp. 126, 14 euro (scheda libro)

Scritto da Jaka Makuc

4 minuti di lettura

La cultura dell’iniziativa raccoglie e riordina riflessioni che l’autore Pietro Polito (Direttore del Centro Studi Piero Gobetti di Torino) aveva pubblicato o semplicemente appuntato durante i primi, complessi mesi dell’emergenza sanitaria in Italia; in questo senso, il testo viene inteso come «una sorta di diario culturale» (p. 9), in cui articoli di giornale, saggistica e letteratura diventano strumenti di analisi per comprendere il significato della “cultura” in Italia[1]. La cronaca in tempo di crisi è allora opportunità per chiedersi: “Quale cultura?”.

Il metodo impiegato da Polito è quello di una «critica liberale della cultura» (p. 15), erede della lezione feconda e talvolta problematica di Piero Gobetti e Norberto Bobbio, ai quali in più occasioni l’autore esprime gratitudine umana oltre che intellettuale. La tesi generale avanzata da questo genere di critica consiste nella convinzione intima che la cultura non rappresenti un accessorio sociale autosufficiente e di per sé distante dalle più fondamentali espressioni della vita del Paese (politica, economia, sanità ecc.), ma al contrario debba costituirne la struttura profonda e, al contempo, quotidiana. Polito si inserisce così all’interno dell’ampio dibattito nazionale intorno al ripensamento strutturale dell’Italia – impostosi con la pandemia – per tematizzare un civismo culturale capace «di produrre umanità, una nuova etica, di cui dovremo tutti un giorno ricordarci» (p. 21).

Riproponendo un’idea centrale del liberalismo di Gobetti, il civismo qui discusso è innanzitutto organizzazione. La «forza della cultura» (p. 28) non si esprime in una presa di posizione di principio, ma attraverso l’attività locale delle singole istituzioni culturali: solo una visione sistematica è tuttavia in grado di valorizzare a pieno la possibile sinergia tra queste e le altre forze motrici del Paese.

L’organizzazione della cultura teorizzata da Gobetti viene così riproposta come il compito programmatico che dovrebbe guidare la riconfigurazione dell’Italia nel dopo pandemia. L’emergenza causata dal virus avrebbe infatti esasperato quelle tendenze irrazionali diffuse che già da molto prima caratterizzavano ampi settori della società, inclusa una classe dirigente spesso miope e incapace di maturare una visione storica di lungo periodo: le difficoltà incontrate nella gestione della pandemia non sarebbero altro che l’esito più evidente di questo progressivo decadimento culturale. La possibilità di un «risveglio della ragione», in grado di inaugurare una ricostruzione strutturale della società, è il portato più profondo dell’auspicato civismo culturale proposto nel testo. «La cultura è una forza mite che goccia a goccia scava la pietra» (p. 23), scrive Polito, esplicitando così la consapevolezza delle difficoltà insite a un progetto politico come il suo: nella frenetica società della competizione e dell’individualità, organizzare la cultura parrebbe richiedere troppo tempo e uno spirito comunitario diffuso. Eppure, è proprio l’enorme spazio decisionale dischiuso dall’emergenza sanitaria a offrire la possibilità di riprogettare lo stato secondo un’idea di Paese che trae remotamente origine dalla Costituzione stessa: organizzare gobettianamente la cultura equivarrebbe a «realizzare la Costituzione» (p. 37) e con essa l’eredità spirituale dei valori della Resistenza.

Si vengono dunque a opporre due visioni del mondo che, forse didascalicamente, Polito chiama «del mercante» e «dell’umanista» (pp. 57-58), la cui distinzione è tracciata proprio dal diverso modo di concepire la cultura. «L’emergenza sanitaria ha dato nuovo vigore all’uso politico e mercantile della cultura. La cultura da professione a occasione. Al contrario bisogna invertire la rotta» (p. 58). Il liberalismo culturale prospettato da Polito risulta incompatibile con una visione strumentale e non sistematica della cultura: mercantile o, come altrove – sempre sulla scorta di Gobetti – viene chiamata, «cultura della genialità che ha il solo scopo di intrattenere e che, mentre intrattiene, ci distrae e conferma valori e opinioni correnti» (p. 68). La spettacolarizzazione della dimensione culturale non solo adegua implicitamente i propri contenuti alle più generali tendenze consumistiche, ma finisce proprio per alimentare quello iato tra società civile e cultura che solo apparentemente cerca di ridurre. “Genialità” significa allora imposizione di una distanza tra il singolo comunicatore e i molti, «anteporre, se non contrapporre, la cultura spettacolo alla cultura degli archivi e delle biblioteche» (p. 71). In sintesi, potremmo dire che la cultura mercantile o della genialità rinuncia al valore sociale della formazione, che passa necessariamente per canali istituzionali. A questa tendenza capillare viene opposta la cultura dell’iniziativa, che dà il titolo al testo proprio perché concetto chiave di tutta la riflessione di Polito.

Nella cultura dell’iniziativa, la distanza tra società e cultura non viene semplicemente ridotta, ma risulta di fatto inconcepibile. Le istituzioni culturali (musei, biblioteche, archivi, centri di ricerca ecc.) vengono infatti lette come aspetti fondamentali della vita sociale stessa, in cui il cittadino si riappropria del valore etico e formativo del mondo che lo circonda. In questo senso, la cultura dell’iniziativa è un’autentica pedagogia del quotidiano, in cui la formazione può avvenire anche passeggiando per la propria città o partecipando – per l’appunto – a una iniziativa culturale, in cui si torna a contribuire all’organizzazione della collettività. Concludendo con un passo esplicativo del libro:

«Gli istituti culturali, le diverse forme di associazionismo, il volontariato, il terzo settore sono il soggetto più adeguato a promuovere l’iniziativa di una discussione sul futuro della cultura che coinvolga regioni, comuni, province, circoscrizioni; la scuola e l’università, archivi di stato, soprintendenze per i beni archivistici, biblioteche pubbliche e private, editori e riviste di cultura; la stampa locale e nazionale; studenti, docenti, bibliotecari, archivisti, tecnici, organizzatori, operai, progettisti. Ciascuno con la sua specificità e nel proprio campo in dialogo con gli altri può agire come centro di iniziativa e di autonomia».


[1] Il testo si segnala per una amplissima bibliografia che raccoglie molti dei contributi scritti durante il periodo febbraio-giugno 2019, in piena crisi pandemica. Uno strumento utile per avere una buona visione d’insieme della cronaca del periodo.

Scritto da
Jaka Makuc

Studente di Filosofia presso l’Università di Pavia e alunno dell’Almo Collegio Borromeo. Allo studio della filosofia, accompagna l’interesse per l’ermeneutica biblica, la teoria del pensiero rivoluzionario e la storia del socialismo italiano con particolare riferimento all’opera di Giacomo Matteotti.

Pandora Rivista esiste grazie a te. Sostienila

Se pensi che questo e altri articoli di Pandora Rivista affrontino argomenti interessanti e propongano approfondimenti di qualità, forse potresti pensare di sostenere il nostro progetto, che esiste grazie ai suoi lettori e ai giovani redattori che lo animano. Il modo più semplice è abbonarsi alla rivista cartacea e ai contenuti online Pandora+, ma puoi anche fare una donazione a supporto del progetto. Grazie!

Abbonati ora

Seguici

www.pandorarivista.it si avvale dell'utilizzo di alcuni cookie per offrirti un'esperienza di navigazione migliore se vuoi saperne di più clicca qui [cliccando fuori da questo banner acconsenti all'uso dei cookie]