Scritto da Giulio Pignatti
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Quale filo rosso unisce il travestimento di Javier Milei, allora outsider della politica argentina, da supereroe anarco-capitalista lanciato contro gli sprechi della politica e un contest di sosia di Luigi Mangione nel campus di un’università statunitense? Nell’epoca della “fine della storia”, la politica sembra cercare legittimità non nelle idee o nell’organizzazione, ma nelle icone, nelle maschere, nei meme: un teatro permanente in cui l’immagine prova a colmare l’assenza di alternative reali. In questa intervista a Mattia Salvia, autore di Cosplayers (Nero 2025), proviamo a leggere lo “spirito del tempo” a partire da quei dettagli virali – apparentemente marginali – che spesso anticipano e condensano mutamenti politici e culturali più profondi. E finiamo a chiederci se questa estetizzazione sia un segno di nuova politicizzazione o, al contrario, l’ultimo travestimento di una profonda impotenza collettiva. Mattia Salvia è stato editor per «Vice» e «Rolling Stones»; ha fondato nel 2019 «Iconografie», di cui è editor e, prima di Cosplayers, ha pubblicato Interregno. Iconografie del XXI secolo (Nero 2022).
«Iconografie» si presenta come una “rivista sullo spirito del tempo”. Da dove nasce questa idea e qual è l’obiettivo del vostro lavoro?
Mattia Salvia: Iconografie nasce abbastanza casualmente dalla mia passione per una serie di dettagli relativi alla politica e all’attualità internazionale che passavano per lo più inosservati perché non entravano nel ciclo delle notizie del giornalismo mainstream. Si tratta più che altro di una maniera di osservare le cose, che nasce con l’idea di guardare all’humus culturale dell’epoca piuttosto che ai singoli eventi: fenomeni virali, episodi singolari, incroci tra reale e virtuale, meme… E poi da lì, da una passione personale che si è concretizzata in un deposito di immagini e video significativi, il progetto si è espanso fino a diventare una piccola media company che ha varie diramazioni sempre legate a questo metodo di osservazione. Quello che sto cercando di fare ora è slegare Iconografie il più possibile dal mio sguardo personale e cercare di istituzionalizzare e sistematizzare questo metodo di osservazione, in un progetto a cui lavorano varie persone che lo condividono – insomma cercare di dare una un’identità di pensiero a Iconografie.
Com’è evoluto negli anni questo sguardo “iconografico”?
Mattia Salvia: Ho notato che questo metodo di osservazione si è diffuso sempre di più. I fenomeni che prima magari erano notati e valorizzati solo da Iconografie sono finiti pian piano anche sui giornali mainstream. Si è diffuso il tipo di sguardo che parte dal dettaglio per spiegare il fatto generale: ad esempio partire dal video del presidente venezuelano Nicolás Maduro che canta il testo pacifista di Imagine per passare poi a raccontare le tensioni tra Stati Uniti e Venezuela. Questa logica del dettaglio è diventata una tecnica giornalistica sempre più impiegata forse anche perché – e su questo Iconografie è vittima del suo successo – funziona bene a livello algoritmico. Serve ad attirare l’attenzione fin dai primi secondi. Però allo stesso tempo questo tipo di racconto rischia e tende un po’ a svuotarsi. Qualche anno fa questo genere di dettagli o siparietti significativi erano nuovi, li vedevamo per la prima volta perché l’epoca di caos sistemico in cui viviamo si stava aprendo; ora che Donald Trump è Presidente degli Stati Uniti, la ripetizione costante di questo genere di episodi finisce per rappresentare la normalità e quindi inevitabilmente colpisce anche di meno. Anche a livello narrativo, quindi, questa modalità si è normalizzata: è diventata la nuova logica con cui raccontare gli eventi storici, non più qualcosa di particolare. In questo senso, lo sguardo di Iconografie sta diventando, sempre di più, lo sguardo di tutti.
Se fino a qualche anno fa il virtuale, Internet, poteva sembrare una fuga dalla realtà, o un’estremizzazione di alcuni suoi aspetti, oggi, con quella normalizzazione di cui ha appena parlato, sembra quasi il contrario. Sempre più spesso diciamo che “la realtà supera il meme”, o addirittura che “la realtà è un meme”. Come si articola secondo lei il rapporto tra mondo reale e virtuale oggi?
Mattia Salvia: Negli ultimi anni le due sfere si sono effettivamente compenetrate. Prima percepivamo una netta separazione, mentre ora non la vediamo più così chiaramente, perché si stanno ridefinendo i confini tra queste due dimensioni. Personalmente, mi accorgo sempre di più di avere invece la tendenza opposta: provare a separare di nuovo la sfera virtuale da quella reale. Questo significa, per esempio, cercare di usare il meno possibile i social network, frequentare le persone nella realtà, non basare troppe relazioni sui social. Secondo me ciò accade perché stiamo vivendo, sotto molti aspetti, una fase di passaggio e di ridefinizione. All’inizio vedevamo Internet come una sfera separata, proprio perché venivamo dal mondo pre-Internet: ci sembrava uno strumento con confini ben delimitati. Poi abbiamo attraversato la fase in cui il mondo pre-Internet è morto, perché il web è diventato parte integrante del nostro mondo, e lì abbiamo preso una sorta di “sbronza”: ci sembrava che le due sfere si compenetrassero completamente. Ora, invece, la tendenza mi pare sia quella di separarle in modo più consapevole, cioè in modo attivo, invece che subire passivamente sia la loro separazione sia la loro fusione. A livello oggettivo realtà e virtuale resteranno sempre intrecciate – la realtà comprende Internet, perché Internet fa parte della realtà – ma a livello soggettivo, secondo me, la tendenza è quella di porre noi stessi i limiti tra le due sfere, invece di subirli passivamente.
Sempre in quest’ottica di normalizzazione della realtà che si fa meme, in che misura, a suo avviso, le guerre culturali – fino alle vere e proprie “guerre dei meme” –, di cui si parla sempre più come elemento centrale del nostro tempo, sublimano e occupano lo spazio che un tempo apparteneva ai conflitti più strettamente politici? Penso, ad esempio, a Donald Trump che, invece di criticare o rispondere a chi protesta, pubblica un video di sé in aereo che getta letame sui manifestanti.
Mattia Salvia: È un tema di cui ho cercato di parlare soprattutto nel mio libro precedente, Interregno. Iconografie del XXI secolo (Nero 2022), dove sostenevo che la mutazione che ha subito la politica sul piano comunicativo è fondamentalmente figlia di una finta polarizzazione presente nella società. C’è una polarizzazione, sì, ma è apparente: esiste una divisione in due campi che però, in realtà, condividono lo stesso tavolo a cui sono seduti, perché restano entrambi campioni del liberalismo. Non hanno davvero idee diverse di organizzazione sociale. Proprio perché sono così simili, la polarizzazione non si gioca più sul piano della struttura, ma su quello della sovrastruttura (la comunicazione, le immagini, i meme…). E questo ha come effetto il fatto che la comunicazione politica non è più una comunicazione volta a convincere qualcuno all’esterno, ma diventa una comunicazione interna, rivolta al proprio pubblico. È l’esempio che facevo in Interregno quando parlavo delle guerre di meme tra Russia e Ucraina prima dello scoppio del conflitto: il gioco consisteva nel “bluffare” l’altro per far vedere quanto si fosse forti, mostrando i muscoli, ma in realtà ci si stava rivolgendo al proprio pubblico. Quando dall’account ufficiale dell’Ucraina si prendevano in giro i russi, si stava parlando soprattutto alla popolazione ucraina, e viceversa. È come un continuo rinchiudersi nella propria bolla, un fenomeno che vediamo spesso in questa epoca, in molti ambiti. Secondo me questa è una delle caratteristiche centrali della politica contemporanea. Ne parlo anche in Cosplayers (Nero 2025), perché alla base c’è una contraddizione irrisolta: da un lato l’impossibilità di fornire una vera alternativa politica, dall’altro il bisogno e la ricerca di un’alternativa del genere. La politica si limita a cercare di venire incontro a questo bisogno nascondendo, però, la propria impossibilità di soddisfarlo, tramite tutta una serie di strumenti sovrastrutturali che servono a mascherare il problema, a non farlo vedere. E questi strumenti sono per forza di cose indirizzati da ciascuno verso la propria bolla di pubblico.
Uno dei meme più famosi, che in qualche modo fonda la nostra attuale cultura iconografica, è il celebre “Il mondo in cui sei stato cresciuto non esiste più”, con l’immagine vintage di una bambina e sullo sfondo le Torri Gemelle ancora esistenti. Fino a che punto i meme e la cultura di Internet hanno un valore e un significato generazionali?
Mattia Salvia: Secondo me il riconoscersi nei meme in questo modo, come nell’esempio citato, è qualcosa di profondamente generazionale, direi specificamente millennial. La generazione precedente e quella successiva tendono a vedere i meme solo come strumenti comunicativi, non come elementi identitari. Sono i millennial che, probabilmente perché sono una generazione di mezzo – tra chi è vissuto fuori da Internet e quindi, quando Internet arriva, lo percepisce solo come uno strumento, essendo troppo immerso nella cultura offline, e chi invece è cresciuto in un mondo già completamente permeato da entrambe le dimensioni – hanno questa visione particolare del mezzo. Io rifletto molto sull’epoca della “fine della storia”, quella tra gli anni Novanta e i Duemila, che coincide con la generazione millennial. Secondo me è un unicum nella storia globale, almeno della modernità. Un’epoca in cui l’accumulazione di capitale andava fondamentalmente a beneficio di un piccolo strato di popolazione globale e in cui questa situazione, che non poteva durare, è stata raccontata al contrario: come il punto di arrivo della storia, destinato a durare per sempre. Per la generazione millennial questa narrazione è stata drammatica, perché ci sono cresciuti dentro, sono stati praticamente allevati con questa idea in testa. I millennial sono, in fondo, i figli dello “stalinismo della fine della storia”: fanno fatica a immaginare un ordine globale, un mondo diverso da quello che è stato raccontato loro. Tutto questo si riflette anche nei meme. Quando leggi “Il mondo in cui sei stato cresciuto non esiste più”, in realtà quel mondo lì non è mai esistito davvero: è stata una parentesi temporanea molto breve. C’è una nostalgia per quella parentesi che, in buona parte, era anche immaginaria. È qualcosa che non riusciamo a scrollarci di dosso, e secondo me è uno degli aspetti più interessanti di questo periodo storico.
Abbiamo parlato della faglia tra generazioni; un altro aspetto è costituito dalle faglie globali. «Iconografie» ha sempre avuto una particolare attenzione per uno sguardo extra-occidentale. Internet, le piattaforme digitali, la cultura della rete permettono davvero l’incontro con sguardi differenti, provenienti da altre parti del mondo? Oppure producono piuttosto un’omologazione attorno ad uno stesso sguardo che si fa globale?
Mattia Salvia: Io sono un grande sostenitore dell’unità del mondo, in senso internazionalista: penso che le questioni fondamentali siano sempre le stesse ovunque, ma che si manifestino con caratteristiche diverse a seconda del contesto. Per quanto riguarda Internet e i suoi linguaggi, da un lato c’è sicuramente un’omologazione, perché i linguaggi della rete sono in larga parte angloamericani, figli di determinate piattaforme e logiche. È normale: non è molto diverso dal fatto, ad esempio, che in Sud America si parli spagnolo. Allo stesso tempo, però, la cultura sudamericana non si riduce allo spagnolo come lingua coloniale, e così anche i linguaggi di Internet non si esauriscono nel loro impianto originario. Se si va a vedere come questi linguaggi vengono effettivamente usati nei vari contesti, si scopre che acquisiscono delle forti specificità locali. Per esempio, i meme cinesi sono quasi incomprensibili per un occidentale. Un caso molto particolare è quello dei meme dei talebani che circolavano nel 2021 e che avevano sconvolto Internet quando sono emersi: usavano un linguaggio memetico occidentale – il “Chad”, il “Wojak”, il “Virgin”, etc. – ma applicato a elementi culturali strettamente afghani. C’era, ad esempio, il “Chad talebano” contrapposto al “Virgin” che piange il Buddha di Bamiyan distrutto dai talebani. Si vede quindi il linguaggio che si ibrida, assume specificità locali, un po’ in una logica da pidgin, come l’inglese giamaicano. Allo stesso tempo, però, questa ibridazione mostra come le questioni fondamentali restino le stesse a livello globale. I talebani, pur avendo caratteristiche specifiche legate alla cultura afghana e ai loro valori, risultavano comprensibili a chi condivideva una scala di valori simile dall’altra parte del mondo. L’estrema destra occidentale riusciva parzialmente a rivedere se stessa nella gerarchia di valori talebana: quando i talebani facevano meme sulle donne velate, contro gli omosessuali, ecc., la destra americana diceva, in sostanza, “alla fine la pensiamo anche noi così”. C’era il riconoscimento di una comunanza di valori. Per questo, secondo me, l’unità del mondo è più forte delle differenze.
Passando più strettamente ai contenuti di Cosplayers, uno dei fili rossi è l’idea per cui “non c’è alternativa a ciò che esiste, ma ciò che esiste non funziona”. Questo si collega chiaramente all’idea di fine della storia di cui parlava già prima. In che cosa consiste questa “cosplayzzazione” della politica che è al centro del libro e in che senso si tratta, come scrive lei, di una reazione all’asfissiante immobilità della fine della storia?
Mattia Salvia: La fine della storia è l’epoca in cui si è pensato che la politica fosse giunta al suo termine, che si fosse trovato il modo definitivo di organizzare la società, perché tutte le alternative erano fallite, o meglio: erano state sconfitte dalla democrazia liberale e dal capitalismo liberale. Questa cosa, in parte, è ancora vera. Nella celebre tesi di Francis Fukuyama c’è un lato corretto: non riesce a emergere nessuna sfida sistemica a questo assetto. Allo stesso tempo, però – ed è il motivo per cui Fukuyama oggi viene preso in giro – è diventato chiaro che questo sistema ha smesso di funzionare dopo il 2008. I grandi cambiamenti che stanno avvenendo nel mondo, comprese le cosiddette crisi delle democrazie, sono tutti figli del fatto che ciò che c’era ha smesso di funzionare, e quindi i sistemi politici stanno cambiando per forza di cose. Secondo me il punto è questo: si crea un’impasse, un paradosso. Da un lato ci sono spinte dal basso che vogliono modificare ciò che esiste perché non ne sono soddisfatte; dall’altro, né chi sta in basso riesce a esprimere davvero l’alternativa che vorrebbe, né chi sta in cima ha un’idea di come cambiare le cose per accogliere queste spinte di cambiamento, che sentono l’inadeguatezza dello status quo. Quello che succede, quindi, è che, siccome ci si rende conto da più parti che non si può andare avanti con l’attuale sistema politico, economico e sociale, ma allo stesso tempo si è costretti ad andare avanti così, bisogna trovare il modo di evitare che ciò appaia evidente, palese. Questa dinamica avviene sia dall’alto che dal basso. Chi sta in alto deve accogliere queste spinte, perché altrimenti rischia di perdere il potere, ma allo stesso tempo non ha idea di come indirizzare il cambiamento e allora prova a dare l’illusione di accoglierle sul piano sovrastrutturale, mentre nel concreto continua il business as usual. Si pensi, per esempio, alle leader britanniche che hanno fatto il cosplay di Margaret Thatcher, apparendo in pubblico vestite al suo stesso modo: è un modo per dare un forte segnale nell’immagine ma occultando un’incapacità di inventare qualcosa di nuovo e di trovare ricette concrete. Ma anche dal basso c’è il desiderio di cambiare, di esprimersi, senza però sapere davvero che cosa si vuole o come ottenerlo. Di nuovo, le strategie che si mettono in campo finiscono per essere solo sovrastrutturali. Negli Stati Uniti, per esempio, molte persone vorrebbero la fine delle assicurazioni sanitarie private, vorrebbero un sistema sanitario nazionale, ma non sanno come arrivarci. Sono frustrate da questa situazione. Quando arriva Luigi Mangione che spara, si crea un culto: la gente si traveste da Luigi Mangione perché Luigi Mangione diventa l’interiorizzazione dell’alternativa, la figura su cui puoi proiettare ciò che vorresti. Così si riesce a trascendere la propria impotenza, il fatto che non si sappia come cambiare le cose. Non è un caso che negli ultimi anni siano tornati così spesso gli omicidi politici sulla scena: ne abbiamo visti molti, e spesso questi omicidi – come quello compiuto da Luigi Mangione o quello ai danni di Shinzo Abe, da cui parto nel libro – diventano catalizzatori, punti di riferimento per spinte sociali dal basso che non riescono a esprimersi. Abbiamo quindi questo paradosso, e questa particolare strategia per gestirlo. Io penso che il cosplay sia una delle ultime strategie disponibili per cercare di occultare questo paradosso. Perché il cosplay presuppone il riconoscimento di questo paradosso: il fatto stesso di usarlo implica che ci si è resi conto che esiste la contraddizione per cui “non c’è alternativa a ciò che esiste, ma ciò che esiste non funziona”. Il punto è che questa fase di interregno potrebbe durare a lungo, perché per superare tale impasse non basta sostenere la necessità di tornare alla politica, non basta un atto volontaristico. Servono determinate condizioni sociali che permettano alla politica di riemergere come nell’epoca della partecipazione di massa, prima della fine della storia. Sono condizioni che però continuano a mancare. Come scrive Anton Jäger in Iperpolitica (Nero 2024), la società si è ripoliticizzata ma non si è risocializzata: è tornata la politicizzazione, che però si esprime per forza di cose nelle guerre culturali, perché non esiste la socializzazione. Non ci sono le condizioni sociali perché questa politicizzazione si esprima di nuovo tramite la politica: non esistono partiti di massa, non esistono organizzazioni sindacali forti, non esiste nemmeno una classe lavoratrice organizzata. Questa situazione è, prima di tutto, un’impasse sociale – mancano soggetti sociali forti – e per questo diventa anche un’impasse politica.
Questo libro parla di icone – persone che diventano icone, episodi che diventano iconici, come nel caso di Kyle Rittenhouse, il diciassettenne americano che nel 2020 sparò a tre manifestanti di una protesta antirazzista, uccidendone due, per diventare poi un eroe della destra statunitense. Quali sono le “leggi” di questa trasformazione in icona? In che modo qualcosa o qualcuno diventa “virale”?
Mattia Salvia: A mio parere queste figure diventano icone quando riescono a farsi carico dei desideri e delle necessità di strati sociali più ampi: fanno quello che gli altri vorrebbero fare ma non ne hanno il coraggio. Su di loro può essere proiettato il sogno di rompere il paradosso di cui parlavamo prima. Si prenda il caso di Kyle Rittenhouse, che agisce in nome del suprematismo bianco: compie l’azione che i suprematisti bianchi, bloccati dal loro super-io, non riescono – fortunatamente – a compiere. È come se delegassero a lui l’azione e ne facessero la propria bandiera. Lo stesso meccanismo vale per tutti gli altri casi di questo tipo: è un’esteriorizzazione, una privatizzazione di determinate spinte politiche. E proprio per questo è anche qualcosa di profondamente depoliticizzante. Un altro esempio è Javier Milei in Argentina: lui si traveste da supereroe, ha impostato la campagna elettorale vestito da supereroe che combatte gli sprechi della politica, il socialismo, e così via, in chiave libertarian. È il supereroe che incarna ciò che i suoi elettori vorrebbero: il loro è, in larga parte, un voto di protesta. La cosa interessante è che poi anche i suoi elettori iniziano a travestirsi da supereroi, in forme diverse. In fondo il messaggio è: ognuno può essere un supereroe politico. Il sogno dell’azione viene prima proiettato verso l’esterno, sulla figura carismatica, e poi rivenduto ai singoli in forma completamente depoliticizzata e mercificata. Questa logica la ritroviamo quasi ovunque quando parliamo oggi di politica dal basso: si guarda alla figura in alto che personifica ciò che vorresti essere tu. E ormai ci sono anche figure che, una volta incarnato ciò che vuoi essere, ti rimandano indietro quella stessa personificazione, in una sorta di gioco di specchi, che finisce per essere doppiamente depoliticizzante.
Lei parla di questa trasformazione della politica in estetica, in un grande gioco drammaturgico delle parti in cui ciò che conta è la maschera. Se la politica si fa estetica, è il segno di una società iper-politicizzata o, al contrario, ipo-politica, depoliticizzata?
Mattia Salvia: Come anticipavo, secondo me si tratta di ciò che accade quando la politica torna senza che esistano le condizioni sociali per il suo ritorno. È il motivo per cui abbiamo guerre culturali invece che vere guerre politiche: tornano le spinte politiche, torna la politicizzazione, ma mancano i canali per trasformare questo materiale in politica effettiva. E questi canali sono canali sociali che dipendono da come è fatta la società. In una società atomizzata, di ceto medio, è più difficile che queste spinte, in assenza di strutture come partiti, sindacati, corpi intermedi – dopo un trentennio di grande ritiro nel privato – assumano una forma veramente politica. Restano fondamentalmente una questione individuale. Io direi che è un’epoca iper-politica perché ipo-sociale, cioè poco socializzata. La trasformazione in estetica non è altro che l’adattamento di queste spinte politiche di ritorno ai modi con cui, negli anni della fine della storia, è stata gestita l’assenza di politica: traslando tutto sull’estetica, sull’individualismo, sul proprio ritiro nel privato. Anche la politica diventa un bene di consumo, qualcosa di posizionale, qualcosa di identitario. Uno dei punti del libro è proprio che la trasformazione della politica in estetica implica anche la trasformazione delle identità politiche in politiche identitarie. Se si guarda agli studi di Joshua Citarella sulla politicizzazione giovanile online negli Stati Uniti, si trovano ragazzi che si inventano ideologie praticamente “sartoriali”, cucite su loro stessi, e le usano come marker identitari. Tipo: “io sono un anarco-transumanista bakuniano”, che è una categoria inesistente dal punto di vista politico, non ha alcun senso come progetto politico, ma ha senso come marcatore identitario, personale.
Il che si lega a una tendenza all’attivismo performativo, all’ideologia come branding personale. In questa situazione di iper-politicizzazione ma ipo-socializzazione, in che misura la risposta collettiva si manifesta – al contrario – in un tentativo di creare comunità? Penso alle comunità che si formano intorno all’icona del leader: è un riemergere della necessità di legame sociale? E come si lega questo a fenomeni come il complottismo e le fake news, cioè alla produzione di un mondo alternativo rispetto a una realtà percepita come deludente?
Mattia Salvia: La sotto-socializzazione della società, insieme al ritorno della politicizzazione, produce un’insoddisfazione profonda verso l’esistenza dell’individuo atomizzato e, allo stesso tempo, un desiderio di comunità. Questa spinta prende spesso la forma di un ritorno al comunitarismo. Da un lato si esprime in gruppi che si costruiscono un proprio “mondo di vita”, come i circoli complottisti che si creano una realtà a parte; dall’altro investe anche gruppi marcatamente politici – penso, per esempio, al mondo della sinistra – che subiscono comunque l’influsso di questa dinamica. A sinistra si parla sempre di più di “comunità di cura”, come una sorta di ritorno in senso polanyiano, in opposizione alla mercatizzazione degli ultimi decenni. Ma questo stesso ritorno può assumere una forma pienamente mercatista. L’esempio che faccio nel libro è David Friedman, il figlio di Milton Friedman, che organizza LARP (live action role-playing) di rievocazione storica medievale. Di giorno fa il filosofo, l’economista neoliberale e, durante la settimana, contribuisce di fatto a distruggere le comunità in nome della mercatizzazione e dell’individualizzazione. Nei fine settimana, però, fa rivivere queste comunità come svago, come ambientazione ludica, all’interno dello stesso orizzonte individualizzato: comunità vissute come beni di consumo. Il ritorno della comunità può avvenire secondo le logiche neoliberali – la comunità come bene di consumo – oppure, a sinistra, in modo polanyiano, chiudendosi nella propria sfera e reagendo all’individualismo tramite la costruzione di comunità, di reti di cura. In ogni caso, non si tratta di un ritorno alla politica: sono palliativi diversi, proprio perché non si riesce a tornare davvero alla politica.
Un altro passaggio molto interessante – legato anche al discorso che lei proponeva prima relativamente alla nostalgia – riguarda l’uso del passato, della tradizione, della storia. Che connotati ha la ripresa del passato nella politica come cosplay? E qual è la differenza rispetto a ciò che descrive Karl Marx nel 18 Brumaio di Luigi Bonaparte, quando parla dei rivoluzionari francesi che personificano gli eroi dell’antica Roma?
Mattia Salvia: Non penso di dire niente di radicalmente nuovo: credo che la società in cui viviamo sia molto simile all’Ottocento e infatti ho ritrovato, in un testo di metà Ottocento – Il 18 Brumaio di Luigi Bonaparte –, questioni che rivedo nella società contemporanea. È Marx stesso a spiegare la differenza fra due tipi di cosplay. Dice che i rivoluzionari francesi del 1789-1793 indossavano i panni dei protagonisti della Repubblica romana perché non avevano ancora chiaro come esprimere il proprio ruolo storico; nel momento in cui trovano la forma adeguata per esprimerlo, dismettono i costumi “classici” e diventano loro stessi: diventano i rivoluzionari francesi. La politica francese del 1848-1851, quella di cui parla il 18 Brumaio, utilizza invece i costumi della Rivoluzione francese per un motivo molto simile a quello per cui oggi facciamo cosplay: lì c’è già una situazione di impasse tra la necessità di un’alternativa e l’impossibilità di produrla, legata, in quel caso specifico, anche alla repressione del Quarantotto. Così abbiamo Louis Blanc che si traveste da Robespierre, Marc Caussidière che si traveste da Danton, la “Montagna” che si chiama così in riferimento diretto ai montagnardi… Tutto questo serve a occultare la loro vacuità politica, traendo legittimità dalla prima Rivoluzione francese nel momento in cui non sono in grado di offrire una vera alternativa. Vanno incontro al desiderio di un’alternativa, ma si scontrano con l’impossibilità di formularla, e allora si travestono dall’alternativa del passato. La nostra logica, oggi, è esattamente quella. Quando Xi Jinping si traveste da Mao, sta facendo la stessa operazione: è lo stesso travestimento dei vari Louis Blanc. La questione che si apre qui è quella del bonapartismo: a mio avviso tutta la politica contemporanea ha, in fondo, tratti bonapartisti. Siamo in una situazione di equilibrio bloccato, di impasse, e tutte le forze sociali assumono tratti bonapartisti per gestire questa impasse, finché, in alcuni contesti, non arrivano veri e propri leader bonapartisti che cercano di “risolverla”. Ci stiamo muovendo in quella direzione.
Mi sembra – mi corregga se sbaglio – che lei sia un po’ scettico rispetto all’idea del cosplay, o dell’icona, come pratica di resistenza. Pensiamo, però, a un fenomeno recente, ovvero l’uso della bandiera Jolly Roger di One Piece come simbolo di proteste globali, dall’Indonesia al Madagascar al Nepal. In quel caso, riunirsi intorno a un simbolo ha permesso di conferire un senso generazionale alla lotta, un’unità politica a movimenti diversi in parti differenti del mondo. Tra l’altro, nel libro lei scrive passaggi molto affascinanti sulle bandiere e sull’invenzione di bandiere come caratteristica del XXI secolo. In questa “invenzione di bandiere” c’è anche qualcosa di comunitario, una costruzione di comunità, oppure si tratta solo un’estetizzazione individuale?
Mattia Salvia: Di questo abbiamo parlato con Nicolas Framont, sociologo francese che abbiamo invitato al Festival di Iconografie e che ha scritto un libro su Luigi Mangione. Lui sostiene proprio questo: che la trasformazione di Luigi Mangione in simbolo porti avanti la lotta di classe, la coscienza di classe. Afferma: è vero che non è di per sé lotta di classe, è vero che ha tratti parasociali, ma non dobbiamo guardare questi fenomeni con gli occhi del Novecento, bensì con quelli di oggi. Nella situazione attuale è già qualcosa che esista questo tipo di fenomeno, questo fermento, questa idolatria o idealizzazione del personaggio, e che questo abbia una dimensione creativa. Non credo di essere del tutto d’accordo con questa visione. In parte è sicuramente vero che, quando parliamo della bandiera di One Piece, il fatto di creare nuovi simboli serve a dare un punto di concentrazione alle proteste, intorno a cui possono organizzarsi. Allo stesso tempo, però, chi scende in piazza con la bandiera di One Piece non sta lottando per una società di pirati che cercano un tesoro. Allora qual è il senso? Se quella bandiera mantiene il significato che ha – cioè un’idea vaga di libertà, legata a un manga – non ha un connotato propriamente politico, e può essere adottata da un movimento così vasto proprio per la sua vaghezza. Può aiutare a radunare le persone, ma poi i problemi politici di fondo emergono comunque. È un po’ quello che è accaduto nello scorso decennio, quando le proteste erano “anti-corruzione”, “contro la casta”: un marcatore lasco, intorno a cui potevano ritrovarsi persone di destra e di sinistra – ma alla fine i nodi sono venuti al pettine. L’assenza di politica si sente anche qui. Questi fenomeni hanno un tratto positivo: dopo molta depoliticizzazione, sono segnali di ripoliticizzazione, spingono a muoversi, a scendere in piazza, a fare qualcosa. Ma non credo si possa dire che siano una soluzione di lungo periodo perché sono forme temporanee, destinate prima o poi a essere superate. Torniamo sempre alla stessa impasse: si usa il simbolo di One Piece perché non si possono usare i simboli novecenteschi di opposizione – i simboli socialisti, ad esempio – che sono screditati, in un contesto in cui “non c’è alternativa”. Il problema è che quelli restano gli unici simboli propriamente politici che abbiamo. Se si cerca di rendere politico il simbolo di One Piece, lo si può fare solo in modo lasco, blando, e prima o poi non basterà più. Siamo sempre lì: è qualcosa di positivo in questa fase, ma non è una soluzione duratura.
Torniamo infine al progetto di “Iconografie” e a ciò che vi gravita intorno (una rivista cartacea, una newsletter, “Tempolinea”, un festival…). In che modo si può riuscire a rendere significativi – e magari anche duraturi – contenuti che nascono e si diffondono proprio in quanto effimeri? Si pensi, ad esempio, a quel tipo di reel su Instagram che commemorano con nostalgia trend virali o meme di appena un anno fa, come se si trattasse di reperti di un’altra epoca… Si tratta di contenuti che nascono per “morire” in un mese. Come si fa, dunque, a selezionare in mezzo a così tanto rumore?
Mattia Salvia: Quello che dici è vero: esiste una sovra-accumulazione di contenuti e, di conseguenza, la loro durata è sempre più breve. Dopo un po’ vengono ripescati, ricontestualizzati, trasformati in nuovo contenuto, in una sorta di uroboro infinito. Però, secondo me, ci sono anche contenuti che hanno caratteristiche intrinseche particolari e che riescono a riassumere a colpo d’occhio una serie di questioni molto complesse e, per questo, restano impressi nella memoria anche a distanza di anni. Il meme delle Torri Gemelle citato prima, per esempio, avrà ormai una decina d’anni; eppure, ne stiamo ancora parlando. Lo stesso vale per la ragazza che balla durante il colpo di Stato in Myanmar. Se li nomino, capisci subito di cosa parlo. Non te li ricordi perché sono diventati virali: sono diventati virali perché avevano qualcosa che li rendeva memorabili, perché funzionano da specchio dei tempi, perché dentro ci si può vedere molto più di quello che mostrano in superficie. Hanno questa capacità di condensare, in un singolo colpo d’occhio, questioni molto più grandi. Noi cerchiamo di selezionare proprio questi contenuti. E, a volte, non si tratta neanche di singoli oggetti ma di trend, di fenomeni che si ripetono più volte e che, proprio per questa ricorrenza, diventano rilevanti per leggere il presente. Detto questo, Iconografie non è un progetto che “si occupa di immagini o di video” in sé; se ne occupa perché oggi le cose si manifestano così. Ma potrebbe esistere anche in un mondo in cui non abbiamo gli occhi e tutto si esprime tramite suoni: il punto non è il mezzo, ma la logica del lavoro. La selezione è inevitabilmente arbitraria, perché viene fatta nel momento stesso in cui i fenomeni avvengono, su cose la cui importanza forse si vedrà solo più avanti. Ed è, per forza, una selezione incompleta, come tutte le collezioni. Come dicevo prima, quello che fa davvero la differenza è lo sguardo: la capacità di capire quali elementi hanno questo potenziale intrinseco e quali non ce l’hanno.
Come si colloca la scelta di curare anche una rivista cartacea nell’ottica di conferire significato a qualcosa di così effimero e volatile?
Mattia Salvia: La rivista rappresenta ancora l’unico modo per costruire comunità intorno a questo tipo di lavoro: comunità di pensiero, di lettori, di persone che si occupano delle stesse cose. Serve uno spazio in cui questi materiali vengano messi insieme, e la rivista continua a essere uno degli strumenti più efficaci per farlo.
Per concludere, qual è il meme, il contenuto, il trend a cui lei si è più affezionato, che trova maggiormente capace di spiegare un certo aspetto dello spirito del nostro tempo?
Mattia Salvia: In realtà non è un singolo contenuto virale, ma, secondo me, la cosa più rilevante oggi è il trumpismo. Gli abbiamo dedicato due numeri di Iconografie: Donald Trump è letteralmente lo “spirito del mondo a cavallo” in questo momento. È stato davvero ciò che più ha segnato una cesura con il mondo precedente e ciò che meglio rappresenta il mondo attuale, le sue caratteristiche fondamentali. Dentro il trumpismo si possono trovare praticamente tutte le questioni contemporanee.