La priorità trasversale dell’inclusione sociale: politiche di genere e generazionali
- 20 Dicembre 2021

La priorità trasversale dell’inclusione sociale: politiche di genere e generazionali

Scritto da Giuliana Freschi, Francesca Romana Partipilo

14 minuti di lettura

Questo contributo fa parte della sezione “Il PNRR in dettaglio visto dalla Next Generation” del numero 2/2021 di Pandora Rivista “Next Generation EU. Leggere il PNRR” – nata da una collaborazione con l’esperienza di “Next Generation Research”, un gruppo di giovani ricercatori e ricercatrici di diverse discipline della Scuola Superiore Sant’Anna e di altre Università. Per maggiori dettagli è possibile leggere l’introduzione a questa sezione, a cura di Francesca Coli e Alessandro Mario Amoroso, che presenta anche l’indice di tutti i 18 contributi di “Next Generation Research”.

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Parlare di disuguaglianze sociali, in Italia, significa parlare di uno dei problemi strutturali che storicamente rallenta la crescita economica, e che è stato aggravato dalla pandemia. Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), prendendo atto della centralità del tema, sottolinea che «il programma Next Generation EU non rappresenta solo l’occasione per realizzare una piena transizione ecologica e digitale, ma anche per recuperare i ritardi storici che penalizzano storicamente il Paese, e che riguardano le persone con disabilità, i giovani, le donne e il Sud»[1]. Sin da subito vengono dunque identificate le tre dimensioni della disuguaglianza che affliggono il nostro Paese: di genere, generazionale, e territoriale. Questo contributo si concentra sulla disuguaglianza di genere e generazionale[2], cercando di adottare una prospettiva intersezionale, che tenga conto dei divari regionali e socio-economici. La prima parte introduce l’asse strategico dell’inclusione sociale nel PNRR. La seconda offre una panoramica dei problemi strutturali e analizza come siano stati aggravati dall’emergenza pandemica. La terza illustra gli investimenti e le riforme proposte e presenta un’analisi critica dell’adeguatezza di queste misure.

 

L’inclusione sociale nel PNRR

Assieme alla transizione ecologica e digitale, l’inclusione sociale rappresenta uno dei tre assi strategici del PNRR. Benché esista una Missione, la 5, incentrata sulla coesione e inclusione sociale, il contrasto alle disuguaglianze di genere e il supporto all’inclusione dei giovani sono priorità trasversali, a cui tutte le Missioni contribuiscono. Di fatti, alla fine di ogni Missione viene ricapitolato il modo in cui questa contribuisce al raggiungimento di tali obiettivi.

Di per sé adottare una prospettiva trasversale non è sbagliato: non esistono politiche neutre, per rendere la spesa pubblica efficace bisogna tenere in conto le specificità dei destinatari. In concreto, tuttavia, c’è il rischio che la trasversalità celi l’assenza di un’analisi mirata a comprendere quali siano i problemi strutturali e gli interventi necessari a indirizzarli singolarmente. In Italia è mancata, almeno finora, una valutazione dell’effetto delle politiche adottate. Infatti, dell’impatto delle misure intraprese negli ultimi anni, sia nel pubblico che nel privato, per ridurre le barriere di genere e generazionali sappiamo ben poco. Senza monitorare l’andamento delle disuguaglianze è inutile cercare di elaborare strategie per colmarle, senza rilevare i risultati non possiamo valutare l’impatto di misure alternative. Considerati i ritardi strutturali del Paese in tema di inclusione sociale è quindi evidente che il Piano si è andato ad introdurre in uno scenario molto complesso.

 

I ritardi strutturali

La bassa partecipazione femminile alla forza lavoro è una caratteristica strutturale del nostro Paese. Alla vigilia della pandemia, l’occupazione femminile in Italia aveva faticosamente superato il 50%, contro il target europeo fissato nel 2010 al 60%[3]. Dopo il primo semestre del 2020, questa percentuale è scesa al 48,2. Tuttavia, l’obiettivo di oggi non può più essere quello di dieci anni fa: il target auspicato dalla Commissione Europea per il 2020 è del 75%, in Francia la partecipazione femminile nel 2019 era intorno al 67%, nel Regno Unito al 73%, in Germania aveva già raggiunto il 75%[4]. In Italia, questo ritardo va a sovrapporsi a un altro divario strutturale, quello Nord-Sud. L’occupazione femminile è molto più bassa nel Mezzogiorno, scendendo sotto il 30% in alcune province. La situazione al Nord non è sempre più rosea: nel 2018, solamente Emilia-Romagna, Val d’Aosta e le province autonome di Bolzano e Trento superavano il 65%[5]. Un tema connesso alla bassa occupazione femminile è la conciliazione vita-lavoro, poiché sulle donne continua a gravare il doppio onere del lavoro retribuito e quello domestico (non retribuito).

Tra i Paesi dell’Unione, le donne italiane, insieme a quelle rumene, sono quelle che dedicano un numero di ore maggiore al lavoro domestico. Gli uomini italiani, insieme ai greci, sono quelli che ve ne dedicano meno[6]. Rispetto alle crisi precedenti, quella da Covid-19 è una crisi della cura. Tocca l’ambito della preservazione e della riproduzione, più che quello materiale. Paragonata alla crisi del 2008, che aveva condotto a un crollo dell’occupazione maschile, la crisi pandemica ha avuto un impatto maggiore sul lavoro femminile per tre ragioni. La prima è l’alta partecipazione femminile nei lavori maggiormente a rischio di contagio, come il settore sanitario e di cura. La seconda è la presenza femminile in quei settori che sono stati più fortemente colpiti dalla crisi, come la cultura, il commercio e i servizi alla persona. La terza è legata alla natura più precaria del lavoro femminile, che spesso gode di meno diritti e tutele occupazionali. Secondo la stima dell’Istat dello scorso dicembre, dei 101.000 occupati in meno del 2020, 99.000 erano donne[7].

In aggiunta al divario di genere nella partecipazione alla forza lavoro, la disoccupazione giovanile incide in modo critico sullo sviluppo economico del Paese. La pandemia da Covid-19 ha contribuito a riportare l’attenzione sulle difficoltà che i giovani incontrano nell’accesso al mondo del lavoro, ma ne ha altresì aggravato la posizione. I giovani rappresentano una delle categorie più colpite, durante i periodi di stagnazione economica e di vera e propria crisi, come quella del 2008. Sono i giovani precari cresciuti a «pane e ipocrite promesse», quelli «con la partita IVA, liberi di solcare i contratti a progetto, le prestazioni occasionali, di non arrivare a fine mese e di non avere diritto al reddito nei periodi di non lavoro»[8] a pagare lo scotto più duro della pandemia. A fine 2020, infatti, la disoccupazione giovanile era al 31,7%, gravemente al di sopra della media europea del 18,3%.[9]

A febbraio 2021, l’Istat rileva un tasso di occupazione giovanile in netta diminuzione: -14.7% in un anno[10]. Tra febbraio 2020 e febbraio 2021, circa 260.000 giovani hanno perso il lavoro, e la posizione dei NEET (giovani non impegnati in corsi di studio, formazione o nella ricerca attiva di un’occupazione) è altresì peggiorata. A tal proposito, va sottolineato che il dato sul tasso di disoccupazione giovanile potrebbe rivelarsi ancora più preoccupante, ove al suo interno fossero computati anche i NEET. Come evidenziato dal PNRR, l’Italia è il Paese europeo con il più elevato tasso di giovani che risultano inattivi, dato ulteriormente aggravato dalla pandemia. Prima dell’inizio della pandemia i NEET erano circa 2.003.000, mentre al quarto trimestre del 2020 erano saliti a 2.066.000. Se la media italiana di NEET nella fascia d’età tra i 20 e i 34 anni è del 27,8%, quella europea è del 16,4%. Anche qui, vi è un significativo divario di genere all’interno della categoria in oggetto. Se si spacchetta il dato sui NEET, infatti, si nota come le donne siano pari al 27,9%, mentre gli uomini costituiscono il 19,9%.

A fronte delle delineate criticità, gli investimenti del PNRR potrebbero rappresentare l’opportunità che stavamo attendendo. Un’opportunità non solo per risanare i danni della crisi, ma per sovvertire la fortissima resistenza a investire in politiche sociali che, negli ultimi decenni, ha contraddistinto il Paese. E forse anche un’opportunità per investire in una tanto agognata rivoluzione culturale.

 

Divari di genere

Gli investimenti per stimolare l’occupazione femminile possono essere diretti o indiretti. Nel Piano compaiono due investimenti diretti nella prima componente della Missione 5. L’investimento 1.2 predispone 400 milioni per la creazione di imprese femminili. Operativamente, la loro realizzazione sarà finanziata dal Fondo Impresa Donna. L’investimento 1.3 destina 10 milioni all’istituzione di un sistema di certificazione della parità di genere, che «accompagni e incentivi le imprese ad adottare policy adeguate a ridurre il gap di genere in tutte le aree maggiormente critiche»[11] e va letto parallelamente alla Legge n. 162 del 2021 contenente disposizioni per sostenere la partecipazione femminile alla forza lavoro e la parità retributiva. Le imprese potranno richiedere la certificazione presso il Dipartimento Pari Opportunità. Tuttavia, perché la parità di genere non rimanga solamente un branding e questa certificazione non sia altro che un pinkwashing, nei prossimi mesi sarà necessario specificare le metriche considerate per l’assegnazione (può essere molto diverso se a essere premiata è la creazione di asili nido in azienda o, invece, la percentuale di donne) e i sistemi di monitoraggio che verranno utilizzati.

Gli investimenti indiretti raccolgono interventi in infrastrutture sociali, su cui l’Italia presenta un ritardo storico. Investire in servizi per l’infanzia e il sostegno alle categorie vulnerabili consentono di alleggerire le donne da un carico di cura che troppo spesso grava su di loro, limitandone la partecipazione alla vita lavorativa. L’investimento 1 della prima componente della Missione 4 destina 4,6 miliardi ai servizi per l’infanzia, di cui 3,6 per asili nido e i restanti per scuola d’infanzia. Le risorse devono provvedere alla costruzione, riqualificazione, e messa in sicurezza degli edifici scolastici e alla creazione di 228.000 nuovi posti (di cui 152.000 in asili nido, e 76.000 in scuole dell’infanzia). Ad oggi, infatti, la spesa pubblica per asili nido rappresenta lo 0,08% del PIL (contro lo 0,19 della Germania, lo 0,63 della Francia e l’1,06 della Svezia) con enormi divergenze tra comuni[12]. La copertura offerta dagli asili nido è del 25%, tra strutture pubbliche (poco più della metà), convenzionate, e totalmente private. Questa percentuale nasconde notevoli divari territoriali, tra il Centro-Nord e il Sud, tra le città e la provincia. Al Centro e nel Nord-Est la copertura è in linea con il target europeo del 33% (in Emilia-Romagna 39 bambini su 100 vanno al nido), mentre al Sud e nelle Isole si attesta intorno al 13% (in Campania vanno al nido meno di 9 bambini su 100)[13]. Il report redatto dalle reti Alleanza per l’Infanzia e #educAzioni presenta una proposta e una stima dei costi per sopperire al ritardo nostrano nel promuovere l’educazione della primissima infanzia. Propone una copertura pubblica al 33% in ogni Regione, garantita dalla creazione di 298.848 nuovi posti, e fissa l’obiettivo di raggiungere una copertura totale entro 10 anni. Questo richiederebbe una spesa di 4,8 miliardi. Per arrivare ad una totale gratuità del servizio occorrerebbero circa altri 4 miliardi l’anno[14]. La copertura del 33% rappresentava il target fissato dal Consiglio Europeo nel 2002: l’Italia è stata troppo lenta ad implementarlo e il PNRR potrebbe rappresentare l’occasione per superare questo ritardo.

Un altro problema è legato ai divari regionali nell’implementazione della missione. Si tratta di una problematica comune nell’attuazione del PNRR, che non riguarda solamente i servizi per l’infanzia. Infatti, il 30% dei comuni del Sud Italia non riesce a chiudere i bilanci per disavanzi di amministrazione. Se a questi si aggiungono i comuni in dissesto o semi-dissesto, che si trovano per la stragrande maggioranza al Sud, più del 20% dei cittadini e delle cittadine italiane non può beneficiare di servizi minimi essenziali. Il fabbisogno standard, inserito a partire dal 2009 come criterio di assegnazione di fondi, ha penalizzato i comuni del Sud: spendono meno per i servizi, quindi registrano fabbisogni standard inferiori. Inoltre, quest’anno, la Corte Costituzionale ha bloccato la norma che permetteva agli enti locali di ripianare il debito per le mancate entrate in 30 anni, quindi per alcuni comuni è diventato impossibile provare a chiudere il bilancio di previsione del 2021 e faranno dunque fatica ad accedere ai finanziamenti stanziati dal PNRR. Un esempio è il primo stanziamento per asili nido di 700 milioni previsto dal Ministero dell’Istruzione. Sebbene sia stata caldeggiata la presentazione di domande da comuni in aree svantaggiate, tra i criteri considerati, un punteggio altissimo è attribuito al cofinanziamento. Tale criterio favorisce le grandi città del Centro e del Nord, e potrebbe lasciar fuori molti comuni del Sud. A ciò si somma un ulteriore problema: i comuni del Sud spesso soffrono per la penuria di dipendenti e tecnici che si occupino della redazione dei bandi. Anche qui risulta evidente come la coesistenza di disuguaglianze generazionali, di genere e territoriali rischi di essere esacerbata dal PNRR. Nelle fasi attuative del Piano, sarà importante quindi realizzare misure che permettano di far fronte a questa situazione.

Oltre a quelle sopracitate, nel Piano sono presenti ulteriori previsioni volte a promuovere l’equilibrio di genere. Ad esempio, il finanziamento da parte del MUR a partenariati di Università, centri di ricerca e imprese prevede contributi per l’assunzione di ricercatori e ricercatrici a tempo determinato nei programmi selezionati. L’aumento delle ricercatrici ne sarà quindi un risultato trasversale. Un investimento diretto è invece quello volto all’acquisizione di competenze nelle materie STEM da parte di studentesse per colmare il divario di genere nell’accesso a queste discipline.

 

Divari generazionali

Le misure a favore dei giovani introdotte nel PNRR mirano alla facilitazione del loro ingresso nel mondo del lavoro, mediante una serie di investimenti, spalmati nelle diverse missioni. Dunque, è possibile fare solo alcune stime sulle risorse previste per gli under 35. La Fondazione Bruno Visentini ha stimato che ai giovani vengano riservati circa 15 miliardi di euro, pari all’8% delle risorse previste dal PNRR[15].

L’obiettivo del PNRR è una crescita dell’occupazione giovanile del 3,3% entro il 2026, rispetto a quello che accadrebbe senza un piano nazionale. In primo luogo, le misure previste dal PNRR sono volte a sostenere la partecipazione dei giovani alla forza lavoro mediante incentivi ad aziende e datori di lavoro e investimenti nei settori che tradizionalmente impiegano i giovani, come quello dei servizi informatici e della digitalizzazione. Le imprese che parteciperanno ai progetti finanziati dal PNRR e dai fondi REACT-EU e FCN[16] saranno incentivate – per mezzo di clausole specifiche contenute in tali progetti – ad assumere giovani, anche usufruendo di contratti di formazione o specializzazione. Il decreto semplificazione[17], entrato in vigore lo scorso maggio, prevede infatti che queste aziende presentino un rapporto in merito alla composizione del loro personale, con riferimento alla presenza di giovani nelle proprie attività produttive. In aggiunta a questa condizionalità, si ricorda che la legge di bilancio del 2021 aveva già operato una diminuzione della pressione fiscale sul lavoro, azzerando i versamenti contributivi sulle nuove assunzioni di donne e giovani fino all’età di 35 anni.

Per quanto riguarda l’impiego pubblico, il decreto reclutamento[18], in vigore dal 10 giugno, include una nuova normativa sui concorsi pubblici e prevede misure urgenti per avviare esperienze di formazione e lavoro professionalizzanti nelle Pubbliche Amministrazioni. Il decreto introduce altresì i contratti a tempo determinato nella sfera dell’impiego pubblico. La modernizzazione della PA, disegnata all’interno della Missione 1, mira così a favorire l’ingresso di profili specialistici all’interno del settore pubblico, attribuendo rilievo ai giovani che abbiano frequentato dottorati, master o svolto periodi all’estero, ma anche ai profili in possesso di più esperienza, determinando un sostanziale svantaggio per i neolaureati.

È prevista anche l’introduzione dei giovani nei tribunali. La riforma della giustizia crea difatti l’ufficio del processo, che dovrebbe avere un impatto sull’occupazione giovanile, determinando, sulla base delle stime del PNRR, l’assunzione di circa 1.600 giovani laureati, 750 diplomati specializzati e 3.000 diplomati che andranno a costituire lo staff amministrativo e tecnico a supporto degli uffici giudiziari. Seppur un passo in avanti, l’impatto sull’occupazione giovanile di questa misura risulta ancora piuttosto ridotto.

Il PNRR, nella Missione 5, contiene inoltre un potenziamento del Servizio Civile Universale, rivolto ai giovani dai 18 ai 28 anni, mediante un incremento del numero di giovani che vi prendono parte, e un innalzamento della qualità dei programmi in cui sono impegnati. L’obiettivo, perseguito con un investimento di 650 milioni di euro, è quello di consentire ai giovani di approfondire le proprie conoscenze e soft skill. In aggiunta, introduce il servizio civile digitale, a cui sono riservati 60 milioni e che è volto a migliorare le competenze digitali di base di circa un milione di utenti, con lo scopo ultimo di «limitare l’esclusione digitale della popolazione italiana»[19].

 

Un’occasione sprecata?

Il PNRR propone una serie di politiche che non abbracciano la complessità del concetto di parità di genere, ma si focalizzano sulla donna-lavoratore. Nancy Fraser, nel suo Fortune del femminismo sottolinea la multidimensionalità del concetto di uguaglianza di genere e ne riconosce tre dimensioni principali[20]. La prima di esse è l’uguaglianza nel reddito e nella ricchezza, che può essere ottenuta tramite politiche attive del lavoro, sostegno al reddito, e misure antidiscriminatorie. Nel PNRR, questa dimensione è accennata nel contesto della riforma fiscale, degli incentivi alle assunzioni delle donne, e delle misure di supporto all’imprenditorialità femminile. Mancano, però, le contromisure per arginare effetti potenzialmente avversi di alcune politiche del lavoro: il vincolo posto dall’Europa sull’investimento del 57% dei fondi del Piano in transizione ecologica e digitale non incentiva il lavoro femminile, poiché si tratta di settori ad impiego prevalentemente maschile. Alla mancanza dell’Europa, che non ha previsto di vincolare risorse per il raggiungimento della parità di genere, si aggiunge la mancanza dell’Italia, che non ha immaginato misure di contro-bilanciamento mirate a favorire il lavoro femminile (come investimenti adeguati in infrastrutture sociali o congedi di paternità). La seconda dimensione menzionata da Nancy Fraser riguarda l’uguaglianza del tempo libero, che si realizza tramite la partecipazione alla vita sociale, economica, e culturale. Strumenti necessari per raggiungerla sono gli investimenti nei servizi per l’infanzia, nel supporto alle persone non-autosufficienti, e la condivisione dei compiti tramite congedi genitoriali. Ai congedi di paternità nel nostro PNRR c’è solo un riferimento quando vengono illustrate le riforme di accompagnamento al Piano. Intanto in Italia, nel 2021, il congedo di paternità obbligatorio è stato aumentato a dieci giorni, in Spagna a sedici settimane. La terza dimensione, assente nel Piano, è l’uguaglianza nel rispetto, che si può ottenere solamente tramite il sovvertimento degli stereotipi culturali e dei ruoli di genere attraverso strumenti educativi. Quella da Covid-19 è una crisi della cura, che ha messo in luce quanto sia necessaria una riorganizzazione della vita lavorativa, che superi la dicotomia tra produzione e riproduzione. Non dobbiamo auspicare di rendere la donna un lavoratore (e decliniamo volontariamente al maschile), ma di introdurre l’uomo alla cura. Questo può avvenire tramite congedi di paternità, che hanno il duplice vantaggio di avvicinare i padri ai figli e di mitigare, per le donne, il trade-off tra maternità e carriera. Il sovvertimento degli stereotipi di genere e la creazione di un paradigma alternativo può avvenire solamente grazie all’istruzione. Sebbene il Piano riconosca la necessità di favorire l’accesso delle donne alle materie STEM, il cambiamento culturale deve iniziare molto prima dell’università. Sin dall’istruzione primaria è importante educare anche i ragazzi alla cura, all’empatia, e alla sensibilità, decostruendo i modelli di mascolinità tossica. A questo, nel Piano, neanche un cenno.

Un’altra critica riguarda la mancanza di intersezionalità. Gli incentivi diretti al lavoro femminile si esauriscono nell’investimento di 400 milioni volti a promuoverne l’imprenditorialità. Il riferimento all’empowerment femminile è, invero, ricorrente nel documento. Tale focus mette in luce la discrasia tra obiettivi individuali e collettivi. Quella per la parità di genere non può, e non deve, essere una lotta individuale e ridotta all’istanza che basti una donna al potere per risolvere problemi collettivi e strutturali. L’approccio del PNRR non considera le radici economiche della disuguaglianza: nel nostro Piano, non si lotta per migliorare le condizioni di partenza, ma quelle di arrivo, senza mettere in discussione gli assi portanti del potere.

Per quanto riguarda l’accesso dei giovani al mondo del lavoro, gli investimenti e le misure previsti dal PNRR potrebbero sollevare delle problematicità. Per fare un esempio, si potrebbe pensare alla riforma del reclutamento nella Pubblica Amministrazione (PA). In primo luogo, genera preoccupazione la circostanza che il piano di reclutamento nella PA introduca il tempo determinato, e dunque la precarietà, all’interno della sfera dell’impiego pubblico. Inoltre, Perotti e Boeri su Repubblica hanno evidenziato che il peso attribuito alle esperienze pregresse potrebbe effettivamente nuocere ai giovani, che tradizionalmente hanno poca esperienza sul campo, e dunque, al contrario di quanto auspicato dal PNRR, non potrebbero giovarsi delle disposizioni della riforma dedicate ai profili specialistici[21]. In altre parole, la valutazione dei titoli per l’ingresso di figure ad elevata specializzazione tecnica nella PA metterebbe i giovani in una posizione svantaggiata, rispetto ai profili con più esperienza. Difatti, il livello di specializzazione richiesto per tali profili potrebbe aprire la strada a valutazioni sulle pregresse esperienze lavorative che, nel caso dei giovani, sono necessariamente più ridotte rispetto a quelle di lavoratori più maturi. Questo dato, unito alla potenziale stabilizzazione dei contratti a tempo determinato, porterebbe di fatto all’assunzione a tempo indeterminato di figure professionali altamente specializzate e con una lunga esperienza lavorativa alle spalle, dunque tagliando fuori i giovani proprio da quei posti di lavoro pensati per loro. Difatti si prevede, per le amministrazioni che abbiano attivato le assunzioni finalizzate all’attuazione del PNRR, futuri bandi di concorso, per il reclutamento di personale a tempo indeterminato, nei quali vi sia una riserva di posti non superiore al 40 o 50%, destinata al personale che, alla data di pubblicazione del bando, abbia svolto servizio per almeno trentasei mesi. Questo significa che una percentuale estremamente importante dei futuri posti messi a concorso sarà sottratta, in partenza, ai più giovani.

Un’ulteriore criticità si sostanzia nella circostanza che alcune delle misure proposte al fine di incentivare l’occupazione giovanile non tengono in debita considerazione gli ostacoli socio-economici che si possono frapporre tra i giovani e l’effettivo accesso agli strumenti previsti dal piano. Chiaro esempio di tale indifferenza è il fatto che le misure premiali previste per l’assunzione nella PA – come le corsie preferenziali per i giovani in possesso di qualifiche specialistiche quali dottorati e master, e per coloro che hanno svolto esperienze all’estero – potrebbero determinare l’esclusione da tali benefici di un’ampia percentuale di giovani, che non ha avuto la possibilità di rimanere a lungo nel sistema universitario, o di svolgere periodi di apprendimento o formazione all’estero. Un altro esempio è costituito dal fatto che le sezioni del PNRR relative al Servizio Civile non contengano alcun riferimento ad un incremento della retribuzione prevista per i giovani che vi partecipano – che attualmente ammonta a 439 euro – lasciando fuori da questa esperienza formativa una fetta cospicua della popolazione giovanile italiana.

 

Conclusioni

In conclusione, uno sguardo critico alle proposte del PNRR volte a garantire una maggiore inclusione sociale, giovanile e di genere, stimola una riflessione circa l’adeguatezza di alcune delle misure messe in campo, a fronte delle problematiche esistenti. Il punto di partenza estremamente arretrato ha reso il lavoro del Piano molto complesso e ambizioso. In questo scenario, è necessario riconoscere che il Piano prende pienamente coscienza dei ritardi strutturali manifestando una chiara volontà di intervento. Tuttavia, quello che a volte sembra mancare è una visione d’insieme, che colleghi misure e investimenti alle tradizionali disuguaglianze che caratterizzano la fetta di popolazione considerata. Sebbene molte delle Missioni, degli investimenti, e delle riforme siano direttamente o indirettamente rivolte a ridurre le disuguaglianze di genere e generazionali, talvolta questi interventi appaiono scollegati fra loro, quasi che le diverse sezioni del PNRR non dialoghino. A dispetto della dichiarata trasversalità del tema, dunque, sembra che, talvolta, l’inclusione sociale sia stata trattata mediante un insieme poco omogeneo di misure e sulla base di una visione a lungo termine piuttosto limitata, che non considera adeguatamente le criticità strutturali che caratterizzano i segmenti della popolazione considerati. I prossimi mesi rappresentano dunque una sfida: dall’analisi di come queste misure verranno attuate e se produrranno i risultati sperati potremmo verificare se è stata o meno un’occasione sprecata.


[1] PNRR, p. 36.

[2] Per un’analisi della coesione territoriale nel PNRR, rimandiamo al contributo di C. Picascia nel presente volume.

[3] P. Villa, La pandemia ha colpito il lavoro delle donne, «inGenere», 22 marzo 2021.

[4] Elaborazione dei dati Eurostat in Openpolis e AGI – occupazione 2020.

[5] Ibidem.

[6] Istat, I tempi della vita quotidiana. Lavoro, Conciliazione, Parità di genere e benessere soggettivo, 2019.

[7] Istat, Occupati e disoccupati, dicembre 2020.

[8] M. Fana, Non è lavoro, è sfruttamento, Laterza, Roma-Bari, 2019, p. 3.

[9] Istat, Occupati e disoccupati, dicembre 2020.

[10] Istat, Occupati e disoccupati, luglio 2021.

[11] PNRR, p. 209.

[12] Elaborazione dei dati OCSE in F. Figari e M. Rossi, Con il nido gratis per tutti cresce l’intero Paese, «lavoce.info», 29 ottobre 2020.

[13] Istat – l’offerta comunale di asili nido e altri servizi socio-educativi per la prima infanzia (tavole) – 2020.

[14] #educAzioni e Alleanza per l’infanzia – investire nell’infanzia: prendersi cura del futuro a partire dal presente – 2020.

[15] Fondazione Bruno Visentini, Le misure per i giovani nel PNRR, Osservatorio Politiche Giovanili, 2021.

[16] Recovery Assistance for Cohesion and the Territories of Europe, nome per esteso della REACT-EU Regulation. FCN sta invece per Fondo Complementare Nazionale, istituito assieme al PNRR, per finanziarne i progetti con risorse nazionali aggiuntive.

[17] Legge 108 del 29 luglio 2021, di conversione del dl 77/2021 (Decreto Semplificazione).

[18] Legge 113 del 6 agosto 2021, di conversione del dl 80/2021 (Decreto Reclutamento).

[19] PNRR, p. 118.

[20] N. Fraser, Fortune del femminismo. Dal capitalismo regolato dallo Stato alla crisi neoliberista, Ombre Corte, Verona, 2014.

[21] R. Perotti e T. Boeri, Giovani penalizzati e cattedre vuote, i nuovi concorsi pubblici sono un’occasione persa, «La Repubblica», 8 aprile 2021.

Scritto da
Giuliana Freschi

Dottoranda in Economics presso la Scuola Superiore Sant’Anna. Ha studiato economia all'università Tor Vergata e Pompeu Fabra, e Storia economica all’Università di Oxford. Si interessa di storia economica italiana, in particolare di mobilità occupazionale e tematiche di genere. Attualmente sta lavorando alla stima della mobilità intergenerazionale in Italia nei decenni pre-unitari.

Scritto da
Francesca Romana Partipilo

Dottoranda in Diritto Internazionale presso la Scuola Superiore Sant’Anna. Si è laureata in Giurisprudenza all’Università di Trento ed ha poi conseguito un master in Human Rights and Conflict Management presso la Scuola Superiore Sant’Anna. Appassionata di migrazioni e Refugee Law, ha brevemente lavorato in un campo di accoglienza in Grecia. Si occupa di ONG e salvataggi in mare.

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