Scritto da Irene Bruno, Giulia Carli, Alison Gazzetta, Matteo Gonzi Cortese, Pietro Intini, Ludovica Marciano, Luca Oggionni, Alessandro Vecchio, Giada Sechi
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Lorenzo Baravalle è un autore e voce di podcast. Con Lorenzo Pregliasco è coautore del podcast a carattere storico Qui si fa l’Italia (Spotify Studios). Ha recentemente pubblicato La Società dei Profeti. Storia di chi costruì la bomba, di chi la rubò e di chi la rifiutò (Mondadori 2025), libro che raccoglie le storie di coloro che hanno lavorato alla bomba atomica.
Qui Baravalle riflette sul suo lavoro, sulla produzione culturale in Italia e sulla necessità di divulgare la storia. L’intervista è stata realizzata nell’ambito del corso 2025 della scuola di formazione “Traiettorie. Scuola di lettura del presente”.
Si discute spesso delle lacune nelle conoscenze storiche delle nuove generazioni, talvolta associate alla difficoltà di insegnare la storia nelle aule scolastiche, dove si lamenta una certa resistenza al trasmettere una visione critica, interessante e stimolante del nostro passato. In questo contesto, che valore ha per lei raccontare e divulgare oggi la storia?
Lorenzo Baravalle: Per me ha un valore vitale, mi fa sentire vivo. Allo stesso tempo trovo giusto che a scuola ci si fermi a un certo punto nell’insegnamento della storia. Non credo sia il posto giusto per raccontare delle vicende ancora troppo vicine a noi, sia perché in alcuni casi non abbiamo maturato una coscienza completa o un’opinione storica, sia perché non abbiamo ancora tutti i documenti per farlo. Quello che dovrebbe fare la scuola (e che non sempre fa) è rendere la storia una materia viva. Non solo per ciò che riguarda eventi come la Prima e la Seconda guerra mondiale, ma anche la storia antica, gli Egizi, i Greci, i Romani. La storia è un patrimonio alla portata di tutti, non esistono differenze di genere, ceto o reddito per accedervi, e il compito dei professori a scuola e dei divulgatori fuori deve essere quello di scegliere gli elementi giusti per veicolare un messaggio. Io credo che la storia vada raccontata come una materia viva, fatta da persone che, come noi, “aggiustavano il tiro” di volta in volta, tentando di imparare qualcosa dagli errori già commessi nel passato. Quindi la sua conoscenza è vitale anche perché aiuta tutti noi a vivere meglio, almeno in teoria. D’altra parte, personalmente non credo di vivere nel momento peggiore della storia, nonostante le numerose guerre e la crisi climatica. Ma negli ultimi settant’anni quante volte siamo stati vicini a un nuovo conflitto mondiale? Cosa succederebbe sui social network se ci fosse la crisi dei missili di Cuba, oggi? La storia ci insegna questo, a mettere tutto in prospettiva.
A proposito della funzione pedagogica della nostra storia, pensa che l’essere umano sia sempre il medesimo “animale” oppure che sia effettivamente possibile vedere la storia come magistra vitae, imparando, come singoli e come comunità, dal nostro passato?
Lorenzo Baravalle: Non credo che siamo sempre il medesimo “animale” proprio perché abbiamo compiuto errori e, talvolta, abbiamo appreso da questi errori. Abbiamo vissuto un’evoluzione, attraversando collettivamente tante crisi e tanti momenti difficili da cui ci siamo rialzati. Guardando al passato in questo modo, penso proprio che la storia possa aiutarci come “manuale di istruzioni”. Un manuale che ti dice, ogni volta che lo sfogli: “Ricordati che alle spalle hai migliaia di anni, che gli uomini hanno affrontato quelle difficoltà tante volte prima di te”. È interessante prendere ad esempio una puntata del podcast di Alessandro Barbero sulla peste, perché racconta come nell’Europa del passato abbiamo debellato, o per lo meno confinato, la peste e come abbiamo utilizzato misure sanitarie in certi casi molto simili a quelle adottate durante l’ultima pandemia.
Oggi, grazie allo sviluppo tecnologico, le fonti storiche sono più numerose e più accessibili di un tempo. Tuttavia, non tutti hanno gli strumenti per fruirne. In questa prospettiva, il podcast si presenta come uno strumento “democratico”, cui tutti possono accedere con facilità e in grado di raggiungere un pubblico molto ampio. Allo stesso tempo, in questo prodotto si nasconde il rischio che le tematiche trattate siano affrontate con leggerezza e che quanto trasmesso non rimanga nel lungo periodo. Tra i diversi strumenti oggi a disposizione, perché il podcast è uno dei più in crescita e uno di quelli che ha scelto di utilizzare?
Lorenzo Baravalle: L’obsolescenza dei prodotti culturali non è un fenomeno che interessa soltanto i podcast, bensì tutti i prodotti culturali e di intrattenimento, di qualsiasi tipologia. La “vita” di un prodotto culturale è cortissima: se viene lanciato oggi sul mercato, tra un mese può essere già stato superato o addirittura dimenticato. Ci si ritrova a lavorare per anni a un progetto che magari diventa di scarso interesse dopo un solo mese. Questo non riguarda solo i podcast, ma anche i film. Se provate a elencare dieci film usciti quest’anno, vi renderete conto della fatica che proverete nel farlo. Personalmente, ho scelto lo strumento del podcast perché mi è sempre piaciuto il mondo del microfono, dell’audio puro. Il podcast è uno strumento che unisce questa mia passione per il mondo radiofonico a un’altra mia passione, ovvero quella di raccontare storie. Mi sembrava il match perfetto delle mie inclinazioni personali. Non c’è stato nessun calcolo strategico, anche perché quando ho iniziato a pensare a Qui si fa l’Italia e l’ho proposto a Lorenzo Pregliasco era il 2020, e di podcast in Italia ce n’erano veramente pochi. Mi vengono in mente Da Costa a Costa, Veleno e poco altro. Si è trattato quindi di pura inclinazione personale mista alla curiosità nel mettermi alla prova con il medium del podcast.
Quale metodo utilizza per selezionare le fonti dei suoi racconti? Come le sceglie al fine di garantire uno sviluppo scorrevole e lineare della storia, senza che essa risulti, al contrario, solo un insieme di eventi frammentati?
Lorenzo Baravalle: Premetto che non sono uno storico e non ho svolto degli studi storici a livello accademico. Sono solo un appassionato, per cui tutto ciò che dico non deve essere considerato come un prodotto del “metodo storiografico” o della ricerca accademica, un lavoro importantissimo svolto da persone a cui non mi voglio sostituire. Nei miei contenuti assume invece molta importanza la componente autoriale, che è fondamentale appunto per evitare che la storia risulti solo una serie scollegata di eventi. La creazione di un filo conduttore tra gli avvenimenti si sviluppa dal momento in cui mi dedico alla scrittura nel suo complesso. I podcast che realizzo, infatti, sono tutti scritti: quando registro non parlo “a braccio”, non c’è improvvisazione. Prima scrivo i testi, poi, nel momento in cui devo registrare, leggo esattamente ciò che ho preparato precedentemente. Il mio processo creativo (il nostro, nel caso di Qui si fa l’Italia) mira ad affinare le parole: ogni termine ha un peso diverso e dà un taglio specifico al racconto.
Rispetto alla ricerca e alla selezione delle fonti, per rispondere sfrutto come esempio il metodo che ho utilizzato per il libro La Società dei Profeti, che non racconta la storia della bomba atomica, ma un insieme di vicende umane che si intrecciano intorno allo sviluppo della bomba stessa. Esiste molta documentazione su questa storia e io sono partito innanzitutto dalla lettura delle autobiografie, pur sapendo, comunque, che queste avrebbero potuto essere “di parte”. Successivamente, ho letto le biografie relative agli stessi personaggi, scritte da biografi accreditati e accademici. Sono testi che possono risultare pesanti, perché non sono romanzi storici divulgativi, ma offrono anche spunti molto utili. Leggere i testi, magari più ostici, per approfondire la storia di un determinato personaggio, permette poi al divulgatore/narratore di sviluppare un racconto “romanzato”. Per esempio, il suo biografo ha riportato che Enrico Fermi, commentando la teoria della relatività di Albert Einstein, disse: «Il fisico che avrà la disgrazia di liberare un grammo di energia contenuto nella materia, sarà spazzato via». Sarà proprio Fermi ad effettuare, vent’anni dopo questa affermazione, la fissione nucleare: è da questo tipo di aneddoti e dati storici che il divulgatore ricava elementi interessanti, elementi che costituiscono la vicenda umana che interessa il lettore o l’ascoltatore. Il divulgatore deve essere capace di narrare in modo coinvolgente per trasmettere una storia approfondita e affascinante. Infine, ricavo molti documenti dagli archivi, come biblioteche o fondazioni, quasi tutti digitalizzati. Parte delle informazioni utilizzate per scrivere il libro le ho ricavate dall’archivio della Truman Library contenente anche fonti particolarmente interessanti, come i verbali relativi alle riunioni in cui i rappresentanti politici americani decidevano in quale momento e in quale luogo sganciare l’atomica. Questi documenti sono tutti desecretati e a disposizione per la lettura.
Come autore di podcast e libri, cosa pensa della cosiddetta “infodemia”, della moderna sovrapproduzione di informazioni? Come riesce a far emergere la sua voce e la sua scrittura rispetto alla fitta offerta esistente di prodotti culturali?
Lorenzo Baravalle: Sicuramente la passione fa la differenza. Questo non è il mio lavoro principale, anche se in un certo senso lo sta diventando, perché il tempo per produrre questo genere di contenuti (e per studiare) è consistente. La domanda che piuttosto mi pongo è come raggiungere più persone possibili. Un aspetto importante è quello di essere accessibili e chiari nell’esposizione dei fatti. Personalmente, preferisco perdere uno o due ascoltatori che sanno molto di un determinato argomento, ma guadagnarne otto che ne sanno meno e vogliono approfondire, perché quelle sono le persone alle quali mi rivolgo, perché io sono uno di loro. Per quanto riguarda l’accessibilità del racconto, ho sempre cercato i produttori con i migliori mezzi per distribuire i miei progetti. Frate Mitra (l’ultimo mio lavoro uscito nel 2025) è un podcast che avevo già proposto tre anni fa. Doveva essere una graphic novel in quel momento, ma il progetto non è stato sviluppato. Piuttosto che produrlo autonomamente come podcast, ho aspettato e cercato un produttore che credesse in questa storia. Quando l’ho trovato, l’ho realizzato. Non ho mai avuto fretta di pubblicare e lo dimostra anche il fatto che attualmente sto proponendo ad alcuni produttori una storia su cui ho iniziato a lavorare nel 2021. Ho capito la tipologia di storie che voglio raccontare, ovvero storie positive, anche perché siamo già circondati da brutte notizie e da podcast true crime. Spero che questo mi porti intorno persone che, come me, hanno voglia di ascoltare storie interessanti che contengono una carica positiva.
In questo senso, oggi siamo circondati da una grande quantità di numeri e dati che raccontano, spesso con distacco, le situazioni tragiche che affliggono il contesto internazionale. Raccontare, però, significa anche soffermarsi sulle singole storie e dare un volto ai loro protagonisti.
Lorenzo Baravalle: Certamente. Ma va ricordato che una storia positiva non è fatta solo di eventi positivi. È una storia che ci può insegnare qualcosa di utile e l’esempio delle guerre può spiegare meglio questo concetto. Un periodo storico che ultimamente mi sta ossessionando, che sono curioso di conoscere e approfondire, sono gli anni che passano dall’inizio della Rivoluzione francese (1789) all’incoronazione di Napoleone come imperatore (1804). Quanti anni sono passati tra i due eventi? Quindici. Un periodo davvero irrisorio nello svolgersi della storia. Quando studiamo questi eventi a scuola, essi si susseguono in maniera schematica: la Rivoluzione francese, il giuramento della pallacorda, il terrore giacobino; tre eventi e siamo già arrivati a Napoleone. A me interessa però scoprire come, da quel periodo sanguinoso, in un clima di assoluta violenza, quelle persone siano poi riuscite a dare forma al sistema di valori occidentale, che in parte ci guida ancora oggi. Il nostro modo di stare insieme nel mondo, in società, deve molto a quegli anni. Il periodo della Rivoluzione francese è stato un momento in cui si è distrutto qualcosa, e qualcosa di nuovo e “moderno” si è creato. Questo per me è molto positivo: ciò che è successo in quel periodo oggi può insegnare che un’azione collettiva può cambiare l’ordine delle cose. Non so se sono io a scegliere le storie o se loro scelgono me. È vero ciò che scrive Antonio Pennacchi nel suo romanzo Canale Mussolini, vincitore del premio Strega nel 2010: le storie girano e a un certo punto tu le afferri. Di questo sono convinto.
Inoltre, per me è sempre importante cercare di riflettere il “macro” nel “micro” e viceversa. Credo sia interessante per due ragioni. Da un lato, il significato più “alto” è che tutti noi possiamo fare la storia. C’è poi un significato di secondo livello, di accesso. Questi racconti ci insegnano che in realtà la storia è sempre frutto di casualità, perché si muove con gli esseri umani. Questa consapevolezza credo che possa avvicinare gli ascoltatori nel momento in cui io, narratore, sono in grado di farli calare nei panni di una persona normale, comune, che ha vissuto quelle storie. Mi interessano soprattutto i grandi movimenti della storia e Qui si fa l’Italia parte da una mia curiosità: raccontare i momenti “di rottura” che hanno chiaramente definito un prima e un dopo. Infatti, la struttura della prima stagione del podcast riprendeva i momenti della storia d’Italia che hanno rappresentato uno spartiacque. Penso sia interessante nella politica come nella musica, ad esempio. Mi incuriosiscono quei momenti per capire meglio noi stessi nei contesti di grande trasformazione e rottura. Le storie mi arrivano per curiosità, anche se molto spesso finisco in un vicolo cieco.
Rispetto al libro La Società dei Profeti, perché ha scelto di passare dalla voce alla penna? Cosa c’è dietro l’utilizzo di strumenti diversi? E come cambia il pubblico?
Lorenzo Baravalle: Non si può pensare di scrivere un libro come si scrive un podcast, perché il medium con cui si sceglie di raccontare impone di cambiare lo stile, non solo l’approccio alla storia. Il formato del podcast riprende la tradizione orale classica dell’Iliade e dell’Odissea: i nomi dei protagonisti vanno ripetuti tante volte, vanno assegnati loro degli aggettivi caratterizzanti per coinvolgere il pubblico e sopperire alla mancanza di un confronto visivo, aiutandoli così a entrare nel racconto. Per quanto riguarda La Società dei Profeti, il passaggio da podcast a libro è nato dalla consapevolezza che il podcast Atomika avrebbe potuto essere qualcosa di più. Al contrario, sono convinto che storie come Frate Mitra si esprimano al meglio come podcast, o potenzialmente come una serie TV. Ho quindi ricevuto la proposta di trasformare Atomika in un libro ma, per rispetto della storia e degli ascoltatori, ho deciso di raccontare nelle pagine tutte le storie interessanti che non avevano trovato spazio nel podcast: Enrico Fermi, Klaus Fuchs (colui che passò all’Unione Sovietica i progetti della bomba atomica), Edoardo Amaldi.
A teatro ha raccontato dal vivo anche la storia di Amleto Bertoni, imprenditore “illuminato” di Saluzzo. Per quale motivo ha scelto il teatro, strumento narrativo differente rispetto ad altri, come contenitore di questo racconto? E, con riferimento al ruolo del territorio nel lavoro di divulgazione culturale, quale importanza hanno le storie locali all’interno del più ampio percorso storico collettivo?
Lorenzo Baravalle: Le storie locali sono fondamentali, sono l’essenza del nostro Paese, del nostro “essere italiani”, e lo dico dispiacendomi che solo una parte politica sia depositaria di questo orgoglio nazionalpopolare. A me dispiace molto perché attualmente quando si utilizza il tricolore come simbolo, si è immediatamente etichettati come “fascisti”. Al contrario, la Resistenza ci insegna che la nostra è proprio una storia di tutti, di certo non dei fascisti. Riscoprire le storie locali è proprio il senso profondo del nostro “stare al mondo” come italiani. Nella maggior parte dei casi, le storie più importanti partono dalla provincia. Carlo Verdone un giorno scrisse che era sempre la periferia a inventare le cose, mentre la borghesia non ha mai inventato nulla. Io ne sono convinto. Quando Jay-Z in Empire State of Mind sottolinea che se ce l’hai fatta a New York, puoi farcela ovunque, io vorrei rispondere di venire in provincia di Cuneo. Se ce la fai in provincia di Cuneo, ce la puoi fare anche a New York. Penso che le storie di provincia siano importanti e che la provincia italiana abbia sempre espresso personalità e potenzialità interessanti. Dico questo non per denigrare il centro, ma semplicemente per mettere a fuoco anche quello che accade altrove. Trovo che sia sbagliato accendere solo e sempre i riflettori sulle città, sui grandi centri. Per quanto riguarda i racconti dal vivo, gli spettacoli, a volte semplicemente non ho abbastanza materiale narrativo per realizzare tre, quattro, cinque ore di racconto. Voglio provare l’efficacia delle storie? Le racconto live. Quando sono all’inizio di un processo creativo e comincio a informarmi su un argomento, creo un racconto dal vivo. Vedendo la risposta delle persone capisco subito se la storia funziona oppure no.
Dopo la pubblicazione di Frate Mitra, tanti mi hanno scritto per dirmi che è stata una storia incredibile. E lo è stata in primis per me. Io non credo di avere alcun merito in quel racconto: mi sono seduto e ho fatto guidare la storia, non ho inventato niente, e sono convinto di essere solo un tramite per le storie che racconto. Nella quarta puntata, per esempio, si parla del Sud America, del Cile, con una lunga digressione su Salvador Allende. Mi affascina molto la sua figura e credo che sia un nome che tutti noi conosciamo. Quanti di noi sanno però quali erano le sue politiche, come è arrivato al potere, le sue percentuali alle elezioni, cosa diceva nei suoi discorsi? Mi sarebbe interessato raccontare tutto questo retroscena. Poi, a un certo punto, con lo script scritto divinamente (non da me) davanti, ho dovuto dire: “Basta, questa digressione va tolta, altrimenti andiamo da un’altra parte. Dobbiamo stare su Frate Mitra”. Poi, in base a come si racconta e come si organizza il lavoro, ognuno deve sapere quando fermarsi e quando seguire questa o quella direzione.
Esiste un valore civico dietro al suo impegno narrativo? Quanto pensa sia importante stabilire un ponte tra chi lavora nel mondo accademico e chi invece nella divulgazione? Infine, quale consiglio darebbe a chi vuole cimentarsi nel mondo della divulgazione?
Lorenzo Baravalle: Per quanto riguarda il senso civico, non ho l’arroganza né la pretesa di insegnare niente a nessuno. Se c’è effettivamente un contributo civico, questo non spetta a me affermarlo. Mi farebbe piacere, ma non è la motivazione dietro al mio lavoro. Il mio obiettivo è quello di raccontare e intrattenere con una storia. Se poi l’ascoltatore ritrova qualcosa che lo rende un cittadino migliore, ottimo. Parlando invece del rapporto tra accademia e divulgazione, io vorrei che il legame tra i due mondi crescesse, anche perché ne sarei il primo beneficiario. Le storie che racconto partono tutte dal mondo accademico, da persone che hanno studiato e hanno messo a disposizione la loro conoscenza. Senza di loro io non potrei fare quello che faccio. Però credo anche che ognuno abbia un talento ed è importante riconoscerlo. Penso che una persona che lavora nella ricerca in università non debba per forza avere il dono della divulgazione. Così come un bravissimo cercatore di tartufi non è un bravo chef. Uno troverà i tartufi, l’altro li cucinerà.
Un consiglio a chi vuole cimentarsi nello storytelling: fatelo! Serve solo una tastiera per cominciare. Il microfono nemmeno serve, a me l’avevano messo a disposizione. Inoltre, non esistono idee stupide, non esistono idee di serie B, non esistono storie che non valgano un racconto. Silvano Girotto (Frate Mitra), Enrico Fermi, il sequestro di Aldo Moro: non avrei mai pensato di raccontare queste storie. Ma la curiosità mi ha guidato e allora ho cercato di scavare a fondo. Come ho già detto, ogni storia può essere un vicolo cieco oppure qualcosa che scoppia tra le mani. Se sentite la necessità del racconto, fatelo. Ma non innamoratevi mai delle cose che scrivete, non innamoratevi mai delle cose che fate, non innamoratevi mai di voi stessi. Perché lì si annida la morte del racconto. Quando vi innamorate del racconto, non siete più al servizio della storia stessa, ma al servizio di voi stessi: lì sorge un problema. Questo lo dicevano Stephen King e Coco Chanel. Prima di uscire di casa, Chanel si guardava allo specchio e si toglieva un pezzo di abbigliamento. Togliete sempre un pezzetto di racconto prima di andare in sala di registrazione. Tutte le volte che l’ho fatto, non l’ho mai rimpianto. Credo sia fondamentale la narrazione oggi. Tutti abusano di questa parola, storytelling, ma io penso che qualsiasi narrazione fatta nel modo giusto possa davvero parlare alle masse.