Le politiche attive del lavoro nell’economia post-pandemica
- 20 Dicembre 2021

Le politiche attive del lavoro nell’economia post-pandemica

Scritto da Davide Orsitto

13 minuti di lettura

Questo contributo fa parte della sezione “Il PNRR in dettaglio visto dalla Next Generation” del numero 2/2021 di Pandora Rivista “Next Generation EU. Leggere il PNRR” – nata da una collaborazione con l’esperienza di “Next Generation Research”, un gruppo di giovani ricercatori e ricercatrici di diverse discipline della Scuola Superiore Sant’Anna e di altre Università. Per maggiori dettagli è possibile leggere l’introduzione a questa sezione, a cura di Francesca Coli e Alessandro Mario Amoroso, che presenta anche l’indice di tutti i 18 contributi di “Next Generation Research”.

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Le politiche per il lavoro consistono nell’intervento dello Stato nel miglioramento degli indicatori di performance nel mercato del lavoro, tra i quali la promozione dell’occupazione e al contempo la riduzione della disoccupazione nel Paese di riferimento. La disoccupazione, a questo riguardo, è una delle più importanti patologie del sistema-Paese italiano, e presenta da un lato riduzioni del PIL potenziale di un Paese[1], dall’altro il ridimensionamento del capitale umano. A seguito della crisi economica legata alla pandemia di Covid-19, la situazione di doom loop[2] di riduzione congiunturale della domanda e dell’offerta aggregata per via delle politiche di contenimento del virus, hanno peggiorato le dinamiche del mercato del lavoro italiano. Il Fondo monetario internazionale rendiconta, nel suo rapporto sull’Italia del 2021, che il tasso di disoccupazione è aumentato da 9,7% a 10,7%, ma sottolinea l’aumento degli inattivi, ovvero persone in età lavorativa che hanno rinunziato alla ricerca di un impiego, che non figurano all’interno dell’indicatore latore di sintomi preoccupanti del quadro economico italiano[3]. Il numero di inattivi assume una significativa rilevanza nel quadro economico di un Paese poiché il tasso di partecipazione, indicatore ad esso associato, influenza indirettamente il tasso di disoccupazione e la sua capacità rappresentativa del profilo di robustezza economica. Infatti, un numero maggiore di inattivi, sintomo patologico del quadro economico, a parità di tasso di occupazione, comporta numericamente l’abbassamento del tasso di disoccupazione, restituendo un’immagine di apparente prosperità economica diversa dalla realtà empirica.

La risposta dell’Unione Europea alla pandemia non si è fatta attendere, ed è stata formalizzata dal Regolamento (EU) 2021/241 che istituisce il dispositivo per la ripresa e la resilienza. Esso delinea i requisiti di accesso ai fondi stanziati dal Next Generation EU (NGEU), e stabilisce che ogni Stato Membro europeo debba redigere un ‘piano di ripresa e resilienza’ che racchiuda le declinazioni nazionali delle riforme del sistema-Paese. Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) italiano è stato recentemente esaminato dalla task force istituita dalla Commissione europea nel rispetto di undici condizioni, tra cui: l’inquadramento dei fattori più importanti alla base degli squilibri macroeconomici del Paese; la devoluzione del 37% della spesa ad investimenti relativi alla transizione energetica e il 20% di essi allocati alla transizione digitale; la presenza di un meccanismo di controllo interno che certifichi la fondatezza delle curve di previsioni di costo. Alla luce di tali linee guida, il PNRR italiano è stato approvato il 13 luglio 2021.

Nel giudizio finale della Commissione europea, si annovera la considerazione che «Il Piano include investimenti e riforme che rafforzano politiche attive del lavoro, con una particolare concentrazione sui gruppi vulnerabili alle inefficienze del mercato del lavoro»[4]. Nonostante il riconoscimento conferito dalla Commissione europea, i dati esaminati nella sezione successiva come gli importi relativi degli investimenti, mostrano come le politiche del lavoro appaiano un obiettivo complessivamente di minore rilievo sia strategico che di bilancio, se comparate alle altre principali missioni del PNRR quali la transizione ecologica e digitale. Se tale fenomeno è da ricondursi in parte al recepimento del Governo italiano delle condizioni poste dalla Commissione europea, appare evidente il fatto che uno degli snodi più critici alla base della stagnazione economica italiana, in cui la Penisola versa da ormai più di un decennio, possa essere affrontato con maggiore pertinenza. Di seguito si opererà un’analisi allocativa sullo scopo e la portata dei finanziamenti del PNRR e dei fondi alternativi sulle politiche per il lavoro al fine di delineare il rapporto tra l’incisività dei fondi stanziati (la cosiddetta ‘potenza di fuoco’) e il conseguimento degli obiettivi di trasformazione strutturale del mercato del lavoro italiano. Si esamineranno altresì il quadro strategico e teorico alle politiche per il lavoro sotteso dal PNRR, per evidenziare le criticità presenti nelle stesse.

 

Considerazioni sulla dimensione finanziaria di Missione 5 Componente 1 (M5C1)[5]

Figura 1

Al fine di analizzare al meglio gli investimenti condotti sulle politiche del lavoro, occorre iniziare la disamina dal quadro strutturale generale dell’allocazione degli investimenti NGEU, così da consapevolizzare sulla varietà di diversi fondi tra di loro complementari. La Figura 1 riporta la composizione istituzionale dei fondi di allocazione del NGEU. La RRF può notarsi il fondo principale dell’allocazione di risorse, che trovano altresì complemento nei fondi alternativi di React-EU, Rural Development, RescEU. Passando da una panoramica europea ad una specifica del sistema-Paese italiano, la Figura 2 mostra il computo delle risorse allocate alle politiche del lavoro all’interno della Missione 5 Inclusione e Coesione[6]. Le risorse delle prime ammontano a 6,66 miliardi di euro allocati dal PNRR, ovvero il 3,4% delle risorse dello stesso, contro i 24,3 miliardi allocati alla Digitalizzazione, Innovazione e Competitività del sistema produttivo che costituiscono il 12,3% del PNRR, e ancora contro i 23,78 miliardi allocati all’Efficienza Energetica e Mobilità Sostenibile, ovvero il 12,4%. Va effettivamente sottolineato che ai 6,66 miliardi di euro si aggiungono 5,97 miliardi di React-EU, per raggiungere un totale di 12,63 miliardi di euro. Una misura valida per comprendere l’importanza del suddetto investimento è di dividere questo per l’investimento totale conferito dall’intero PNRR di 235,14 miliardi di euro[7]. Così alle politiche del lavoro sono state allocate il 5% delle risorse totali, contro il 13,17% allocate alla Digitalizzazione, Innovazione e Competitività nel Sistema Produttivo, e contro il 10,7% della Transizione Energetica e Mobilità Sostenibile. Benché tale raffronto sia utile per comprendere le priorità allocative ai singoli settori, è importante sottolineare come gli investimenti più cospicui nei settori summenzionati aumentino la domanda aggregata di lavoratori specializzati e dunque influenzino positivamente gli indicatori del mercato del lavoro. Da ciò discende la funzione olistica del piano NGEU, per cui investimenti in determinate aree comportano esternalità positive in altre.

Va inoltre sottolineata la complementarietà dei fondi del PNRR per le politiche del lavoro con il piano europeo SURE, che dota il paese di un sostegno temporaneo volto a contrastare i rischi della disoccupazione inerente allo shock pandemico. A questo riguardo, all’Italia sono stati conferiti fondi di 27,43 miliardi di euro, che si vanno a sommare ai 12,63 miliardi del PNRR come risposta alla crisi del mercato del lavoro del sistema Paese.

Politiche attive del lavoro

Figura 2[8]

 

Per visualizzare in maniera più completa il valore relativo dell’allocazione della cifra di 12,63 miliardi delle politiche per il lavoro, si devono considerare due fattori. Il primo è che tale somma viene ripartita nel triennio di riferimento 2021-2023, e al fine di operare un raffronto con le misure più standard della spesa pubblica, va standardizzata per ottenere una media annuale. In tal modo, si può pensare a fine esemplificativo ad una media di 4,21 miliardi all’anno volti a finanziare le politiche per il lavoro. Una volta standardizzata la misura, la si può relativizzare sul PIL Italiano, di cui costituisce il 0,2% annuo. Si può comparare la misura a questo punto con i costi annui degli stabilizzatori automatici, i quali costituiscono parte della spesa pubblica sulle politiche attive di lavoro, esempi dei quali sono i sussidi di disoccupazione, congedo parentale, e i bonus straordinario di marzo e aprile 2020 che il Governo ha versato come indennità per le restrizioni al movimento volti al contenimento della pandemia di Covid-19. La somma delle spese per le indennità e gli stabilizzatori automatici, considerato come un sottoinsieme delle politiche attive del lavoro, è stata, nel 2020, di più di 27 miliardi di euro[9]. Della somma, i due terzi sono stati indirizzati al finanziamento della cassa integrazione di un numero crescente di italiani per via dello shock delle chiusure nel 2020. In tal modo, se si prendesse anche solo come riferimento l’ammontare di più di 18 miliardi di euro allocati alla cassa integrazione, i 4,21 miliardi/anno conferiti dai fondi istituzionalizzati costituiscono circa 1/5 di tale somma. Sebbene la spesa aggregata dell’anno 2020 si discosti dalla media del Paese nell’ultimo ventennio, si assume nella disamina che la persistenza dell’emergenza pandemica a corto e medio termine e gli effetti a medio e lungo termine della recessione odierna comporteranno una tendenza al rialzo della spesa aggregata per le politiche del lavoro che, benché dissimile da quella del 2020, sarà ad ogni modo alterata rispetto alla media italiana pre-Covid. Benché lockdown totali siano ad oggi improbabili nei vari Paesi europei, l’evoluzione progressiva della curva epidemiologica e l’aumento dei contagi nel periodo invernale può tuttavia portare all’introduzione di nuove misure restrittive su base regionale per contrastare il Covid-19, che in tal caso genereranno un discostamento della spesa per gli stabilizzatori automatici dalla media italiana di spesa pre-Covid.

 

La concezione delle politiche del lavoro promossa dal PNRR

Il PNRR alloca 6,66 miliardi di euro alla sezione Politiche per il Lavoro, la quale a sua volta viene inserita nella macro-sezione Politiche dell’Inclusione. Tale inquadramento è appropriato, visto che l’Italia nel 2021 mostra il numero più alto di inattivi dell’UE di più di 13 milioni, ovvero il 37,1% della popolazione tra i 15 e i 65 anni, contro una media europea di 2,8 milioni, ovvero del 21% della popolazione[10]. La parte rilevante delle risorse, ovvero 6,01 miliardi, viene allocata all’ambito di intervento 1 – Politiche Attive del Lavoro. Gli obiettivi programmatici e strategici del PNRR italiano in materia di politiche di lavoro vertono sull’aumento della flessibilità del mercato alla luce delle riforme di stampo neoliberale operate in Italia sin dagli anni Novanta, caratterizzate da una trasformazione del sistema di tutela contrattuale non ancora completamente inquadrate in una strategia strutturata di politica industriale. Essi consistono nell’aumentare il tasso di occupazione, facilitando le transizioni lavorative e dotando le persone di programmi di riqualificazione adeguata; ridurre il mismatch di competenze scuola-lavoro; aumentare la quantità e qualità dei programmi di formazione dei disoccupati e dei giovani.

Sulla scia di questi obiettivi, il PNRR alloca 4,4 miliardi di euro, da sommare ai 600 milioni istituiti da fondi nazionali volti al rafforzamento dei centri per l’impiego e 500 milioni erogati dal fondo REACT-EU, all’istituzione di un programma unico nazionale di ricollocazione e riqualificazione delle competenze dei fruitori di un sussidio statale (Garanzia di occupabilità dei lavoratori, o GOL). La GOL prevede diversi piani di reinserimento a seconda del profilo dei fruitori: disoccupati, percettori del reddito di cittadinanza, dei lavoratori in cassa integrazione, autonomi con partita IVA, in CIGS per accordo di ricollocazione, e di altri gruppi vulnerabili nel mercato del lavoro. I piani di reinserimento sono cinque: il reinserimento lavorativo tramite attività formative leggere, il percorso di aggiornamento (upskilling), di riqualificazione (reskilling), di lavoro e inclusione per i beneficiari del reddito di cittadinanza e di ricollocazione collettiva specifico per i fruitori della cassa integrazione. In relazione a tale programma, il Governo italiano si propone di includere più di 3 milioni di beneficiari appartenenti a gruppi vulnerabili nel programma entro il 2025. Viene inoltre adottato il Piano nazionale nuove competenze, che traccerà le linee guida per la formazione e riqualificazione dei disoccupati censiti dai centri per l’impiego. Il React-EU alloca 5,97 miliardi di euro sinergicamente ai fondi del PNRR per attuare politiche dal lato dell’offerta e favorire contrattazioni tra organizzazioni sindacali e aziende sui costi di formazione dei disoccupati nel processo di inserimento in azienda attraverso il Fondo nuove competenze. Alle politiche attive del lavoro e sostegno all’occupazione, si affianca il Piano nazionale per la lotta al lavoro sommerso. Le pronunciate dimensioni dell’economia sommersa sono una caratteristica nota dell’economia italiana, e i modelli macroeconomici di maggior riferimento la riconducono agli effetti disincentivanti di un’eccessiva tassazione e un significativo cuneo fiscale che spiazzerebbe l’iniziativa privata e incoraggerebbe l’evasione fiscale[11]. Alla luce di tale quadro, il PNRR contempla un approccio che riecheggia quello utilizzato nel Piano triennale di contrasto allo sfruttamento lavorativo in agricoltura e al caporalato. Ciò si declina nell’incremento dell’interoperabilità dei dati sull’economia sommersa, incentivi a trasformare il lavoro sommerso in lavoro regolare e il lancio di una campagna informativa.

Gli altri punti programmatici del PNRR consistono nella formazione di imprese a leadership femminile e nell’istituzione di un sistema di certificazione di compliance aziendale sulla parità di genere, e lo stabilimento di un sistema che riduca il divario tra le competenze richieste dal mercato del lavoro e i programmi formativi del sistema di istruzione e formazione, nonché il potenziamento del Servizio civile universale. Per ciò che riguarda il primo punto, il PNRR dichiara di avere l’obiettivo di incrementare il tasso di partecipazione delle donne nel mercato del lavoro attraverso la promozione dell’imprenditoria femminile, il sostenimento di progetti aziendali innovativi di imprese a conduzione femminile, e la creazione di un sistema di mentoring e di supporto tecnico gestionale creando un Fondo per l’imprenditoria femminile, affiancando a tali iniziative il potenziamento di progetti già esistenti. Sinergica a queste iniziative è l’elaborazione di un sistema nazionale di certificazione della parità di genere con l’obiettivo di ridurre il gender gap, che sarà gestito dal Dipartimento pari opportunità. Il Dipartimento finanzierà programmi di raccolta dati sulle differenze di genere, che sarà accessibile a tutte le imprese del tessuto produttivo italiano. La creazione del Servizio civile universale invece si prefigge di agire da catalizzatore per l’acquisizione di competenze e di esperienza lavorativa per i giovani, al fine di indirizzarli allo sviluppo della vita professionale[12].

 

Considerazioni sul quadro strategico e teorico

Sebbene il PNRR sia stato formalmente valutato positivamente dalla Commissione europea, sorgono dei dubbi importanti riguardo al quadro teorico e strategico delle politiche attive del lavoro da esso poste in essere. Dal punto di vista strategico, le politiche del lavoro proposte dal PNRR mirano ad un processo di riqualificazione più efficiente e rapido che riesca ad abbassare il valore generalmente riconducibile alla disoccupazione frizionale, ovvero quella in cui si incorre quando (1) dei nuovi lavoratori accedono al mercato del lavoro (2) dei lavoratori temporaneamente disoccupati sono in transizione dal posto di lavoro precedente a quello successivo. Nonostante il suo indubbio impatto sull’economia del sistema-Italia, il quadro strategico e concettuale del PNRR sulle politiche del lavoro si mostra indirizzato esclusivamente alla definizione di politiche del lavoro quali politiche di inclusione nel mercato del lavoro. Tale restringimento sostanziale del quadro strategico si traduce, da un lato, in una visione limitata delle problematiche dell’economia italiana che il PNRR delinea; dall’altro, la visione limitata d’insieme è accompagnata da un’insufficiente valutazione dell’importanza della disoccupazione quale problematica da affrontare all’interno del quadro strategico.

Per quanto riguarda l’inquadramento teorico del contesto e della problematica oggetto di esame specifico, il PNRR opera cenni a problemi strutturali dell’economia italiana, ricollegandosi alla Macroeconomic Imbalances Procedure della Commissione europea[13]. Tra questi vi sono l’alto rapporto debito/PIL[14] e il pronunciato tasso di disoccupazione giovanile dell’Italia[15]. Al fine di risolvere tali squilibri economici la Commissione ha raccomandato di migliorare il saldo di bilancio strutturale per raggiungere l’obiettivo di medio termine di avanzo strutturale dello 0,5 per cento del PIL. Si è fatta una temporanea eccezione a tale raccomandazione con l’attivazione della general escape clause del Patto di Stabilità e Crescita, che ha consentito la deroga alla maggior parte degli obblighi pattizi inerenti a restrizioni fiscali. Nonostante menzioni alcuni dei problemi più importanti che permeano il contesto economico italiano nelle parti iniziali del documento, il Piano potrebbe connettere più approfonditamente il primo con le implicazioni teoriche della disoccupazione e dell’impatto della stessa sugli altri indicatori di performance macroeconomica. Innanzitutto, se il PNRR da un lato annovera tra i propri obiettivi cardine l’aumento del tasso di occupazione, andrebbe sottolineato al fine di una migliore comprensione del pubblico non specializzato come il tasso di disoccupazione non sia necessariamente correlato con il tasso di occupazione: se il tasso di occupazione rappresenta il rapporto tra numero di occupati e popolazione in età lavorativa, il tasso di disoccupazione è il rapporto tra disoccupati e forze lavoro[16]. Da ciò discende che ridurre il tasso di disoccupazione non è condizione sufficiente aumentare il tasso di occupazione[17].

Altra questione teorica rilevante alla base delle politiche attive del lavoro chiara la relazione tra disoccupazione e tasso di crescita economica esemplificata dalla legge di Okun[18]. Tale relazione, chederiva da uno studio empirico condotto negli anni Sessanta dall’economista statunitense Arthur Melvin Okun, si instaura tra l’aumento del PIL e la diminuzione della disoccupazione: vi è dunque un tasso di crescita minima necessaria per tenere costante il tasso di disoccupazione, e ciò dipende dalla variazione della popolazione attiva nella fascia 15-64 anni per motivi strutturali quali migrazioni, variazioni di trend demografico, cambio delle istituzioni socio-culturali, nonché dalla variazione della produttività del lavoro. Questa relazione mette in contatto due variabili estremamente importanti per il benessere dell’economia italiana, e dunque sarebbe opportuno farvi cenni programmatici al fine di sottolineare la sinergia tra riduzione della disoccupazione e ripresa della crescita economica. Nonostante la relazione studiata da Okun derivasse da uno studio empirico di una realtà molto diversa dall’Italia post-Covid, una crescente letteratura contemporanea[19] ha stimato la sussistenza di tale relazione empirica in numerosi Paesi, tra cui Luca Zanin per l’Italia con dati ISTAT dal 2005 al 2014[20]. Il permanere della relazione inversa tra disoccupazione e crescita economica ad oggi apre la strada ad una concezione di politiche del lavoro, dell’impiego e dell’inclusione, come favorevoli anche ad una corretta crescita del prodotto.

Potrebbero infine approfondirsi nel Piano alcune riflessioni su degli elementi caratteristici della condizione patologica del Sistema Italia che meglio delineano il contesto in cui le politiche del lavoro vengono poste in essere. Tra di questi, particolarmente importanti sono il divario dei tassi di disoccupazione Nord-Sud, la segmentazione del mercato del lavoro tra contratti con livelli residuali di protezione e i vecchi contratti lavorativi con alti livelli di tutela, il problema dell’isteresi della disoccupazione e del significativo cuneo fiscale italiano[21]. Se tali omissioni sono dovute in gran parte dall’aspetto programmatico del documento e all’adattamento dello stesso alle linee guida dettate dalla Commissione europea per quanto riguarda l’allocazione di bilancio, il PNRR potrebbe far emergere più nitidamente nel suo quadro strategico e teorico l’importanza centrale che la disoccupazione presenta in quanto istanza patologica alla base del nostro paese.

 

Conclusioni

L’analisi a tre livelli – allocativo, strategico e teorico – delle politiche per il lavoro promosse dal PNRR e dai fondi complementari all’interno del contributo rivela luci e ombre delle scelte politico-economiche del nostro Paese. Dall’analisi allocativa emerge che l’impatto dei finanziamenti del NGEU, benché positivo sul moltiplicatore economico, consente difficilmente la trasformazione strutturale auspicata nella sezione preambolare del documento. L’analisi strategica che si affianca al quadro allocativo dà nuova linfa alla risoluzione di questioni sensibili quali disoccupazione giovanile, disparità di genere e inclusione dei gruppi vulnerabili. Tuttavia, emerge l’insufficiente rilevanza strategica che il problema della disoccupazione vanta in seno al Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. Il ridimensionamento strategico di alcuni indicatori fondamentali si ripercuote sulla teoria economica che permea l’approccio alle politiche del lavoro. Si riscontra quivi una necessità di approfondimento degli elementi caratteristici della condizione patologica del sistema-Italia, la cui risoluzione si dimostra fondamentale per il perseguimento degli obiettivi di lungo termine del PNRR e della crescita economica.


[1] Detto anche PIL a pieno impiego, consiste nella produzione massima che l’economia può sostenere senza generare inflazione al di sopra di una certa soglia.

[2] L. Fornaro e M. Wolf, Coronavirus and Macroeconomic Policy, «VOX» – CEPR Policy Portal, 10 marzo 2020, (https://voxeu.org).

[3] International Monetary Fund, Article IV Consultation – Press Release; Staff Report; and statement by the executive director for Italy, in IMF Country Report No. 21/101 (2021), pp. 1-83.

[4] European Commission, Question and Answers: European Commission endorses Italy’s 191.5 Billion recovery and resilience plan. Press Release – European Commission – Questions and answers, 2021.

[5] Immagine estratta dal sito: https://www.consilium.europa.eu/en/infographics/ngeu-covid-19-recovery-package/

[6] Quinta sezione del PNRR, tale missione persegue obiettivi trasversali che comprendono l’inclusione e la coesione di particolari gruppi svantaggiati, raggruppati in tre missioni. I gruppi vulnerabili nel mercato del lavoro quali disoccupati, inattivi, infortunati, giovani vengono analizzati nella sezione M5C1, oggetto di questa analisi. La dimensione sociale delle politiche pubbliche sui gruppi e individui svantaggiati quali le donne, gli anziani, i giovani, i disabili, i disoccupati le famiglie con basso tenore di vita, le minoranze è trattata dalla sezione M5C2 sulle Infrastrutture Sociali, Famiglie, Comunità e Terzo Settore. Infine, gli interventi speciali per la coesione territoriale vengono enucleati nella sezione M5C3, e concernono lo sviluppo economico di aree particolarmente svantaggiati per accrescerne la competitività e l’attrattività degli investimenti.

[7] Governo Italiano, Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, 2021, p. 22.

[8] Governo Italiano, Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, 2021, p. 24.

[9] Istituto Nazionale di Statistica, Il Mercato del Lavoro: Una lettura integrata, 2020, p. 206.

[10] I dati degli inattivi sono stati estratti dal documento Inactive del database Eurostat. La media europea è stata calcolata dividendo il totale di inattivi dell’EU per i 27 Paesi membri.

[11] E. P. Marelli e M. Signorelli, Politica economica: Le politiche nel nuovo scenario europeo e globale, Giappichelli Editore, Torino 2019, p. 72.

[12] Per approfondire sugli investimenti per il raggiungimento della parità di genere e sull’inclusione giovanile nel mercato del lavoro, si veda il contributo di G. Freschi e F. R. Partipilo nel presente volume.

[13] Governo Italiano, Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, 2021, p. 27.

[14] Esso ammontava 155,6% nel 2020 a causa della forte contrazione del PIL dovuto principalmente alla contrazione dei consumi e investimenti a causa delle politiche di restrizione del movimento. Si veda L. Fornaro e M. Wolf, Coronavirus and Macroeconomic Policy, op. cit.

[15] Governo Italiano, Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, 2021 p. 25.

[16] E. Marelli, M. Signorelli. Politica Economica, op. cit., p. 107.

[17] Ivi, p. 92.

[18] Okun (1962) riporta una relazione empirica stabile tra aumento della produzione e diminuzione della disoccupazione. La formula y-y*y= θu-u* descrive un tasso di disoccupazione che aumenta (u-u*>0) o che diminuisce (u-u<0) a seconda che il tasso di crescita del prodotto Y ecceda il PIL potenziale Y*. Suddetta legge è importante per definire delle politiche pubbliche dirette alla crescita economica e che al contempo contrastino patologie come la disoccupazione. Per maggiore approfondimento, riferirsi a Ivi, p. 94.

[19] Viren, 2001; Cuaresma, 2003; Holmes and Silverstone, 2006; Perman and Tavera, 2007; Fouquau, 2008; Zanin and Marra, 2012.

[20] L. Zanin, The Pyramid of Okun’s Coefficient for Italy, «Empirica», 04/2016, 26 aprile 2016.

[21] O. Blanchard e L. Summers, Hysteresis in Unemployment, «European Economic Review», Vol. 31, issue 1-2 (1987), pp. 288-295.

Scritto da
Davide Orsitto

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