Le sfide dell’IA all’International Forum on Digital and Democracy dell’Associazione Copernicani
- 27 Marzo 2026

Le sfide dell’IA all’International Forum on Digital and Democracy dell’Associazione Copernicani

Scritto da Alessandro Vecchio

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L’Unione Europea deve progredire verso la sovranità digitale. Dipendere meno da servizi statunitensi e cinesi, creando una propria infrastruttura in grado di affermare l’importanza politica del vecchio continente. È quanto emerge dalla due giorni del World AI Cannes Festival (WAICF), svoltosi il 12 e 13 febbraio 2026 nella prestigiosa cornice del Palais des Festival et des Congrès. Erano presenti molti nomi importanti legati allo sviluppo dell’intelligenza artificiale: tra tutti Yann LeCun, figura nota nel mondo delle reti neurali e premio Turing nel 2018. Come lui, c’erano numerosi protagonisti del mondo industriale, ma anche di quello intellettuale: filosofi, politici, giuristi, uniti dal comune impegno verso uno sviluppo che sappia dialogare con le necessità presenti. Tra queste, le minacce alla democrazia, alla sostenibilità ambientale, insieme al richiamo ad un’Unione Europea che sia in grado di unirsi e fare squadra per non venir inglobata dentro ad interessi esterni.

Queste necessità erano al centro dell’International Forum on Digital and Democracy, una sessione speciale all’interno del World AI Cannes Festival, organizzata dall’Associazione Copernicani per discutere delle nuove sfide poste dalla diplomazia transatlantica. Qual è il futuro di un’Europa che dipende interamente da servizi statunitensi? Dai servizi e-mail e i social media, fino ai server e ai cloud: oggi il mercato globale è dominato da attori statunitensi, con qualche eccezione – non sempre europea. L’UE stessa dipende da questi servizi, che hanno un enorme peso trasformativo sulla società e sulla politica. Come uscire da questa dipendenza? Qual è la ricetta per un’Europa sovrana dal punto di vista del digitale? A queste domande hanno provato a rispondere i numerosi ospiti invitati da Stefano Quintarelli, presidente dei Copernicani, nel panel dal titolo “Democracy at a Turn – Reimagining the Transatlantic Technology Diplomacy”. Quintarelli, con una lunga carriera da imprenditore nel settore dell’innovazione, è impegnato da molti anni nello sviluppo del digitale e dell’intelligenza artificiale. Nel 2018 è stato tra i fondatori dei Copernicani, associazione che riunisce imprenditori e professionisti attivi nel settore della tecnologia e dell’innovazione, accomunati da un europeismo convinto, democratico e liberale, e dalla spinta verso un’innovazione che sia propulsore di queste istanze. Digitali dalla prima ora, dal momento che la loro fondazione è stata il primo atto costitutivo d’Europa svolto in parte in videochiamata.

Quintarelli e i Copernicani hanno riunito circa una decina di protagonisti della riflessione sullo sviluppo dell’intelligenza artificiale nell’Unione Europea, moderati da Gianluca Carlo Misuraca, CEO di Inspiring Futures Europe, e da Erika Staël von Holstein, direttrice del think thank Re-Imagine Europa. Quest’ultima ha introdotto la discussione, soffermandosi sulla rivoluzione digitale, terza grande rivoluzione della comunicazione dopo l’invenzione della scrittura e della stampa. Considerati gli impatti delle prime due «sarebbe ingenuo credere che non cambierà le nostre società. È un fatto scientifico che la nostra mente, al contrario di quello che comunemente si pensa, è facilmente manipolabile: se continuamente persuasi, come succede nell’ecosistema digitale, si cambia opinione anche in sei mesi». E allora non possiamo esimerci dal chiederci: chi prenderà le decisioni per noi? Chi avrà il potere sulle informazioni? Sono domande cruciali, che sottintendono la necessità che questo potere debba essere anche europeo. E sono queste domande ad aprire l’incontro, introducendo tre keynote speech che definiscono la visione e impostano il noto prima del dibattito.

La prima protagonista è Francesca Rossi, precorritrice italiana dell’intelligenza artificiale, oggi leader globale per l’IA responsabile ad IBM, colosso tecnologico statunitense. Il suo discorso si concentra sull’agency, tema molto caldo oggi che la capacità di agire in maniera autonoma è stata acquisita anche dai sistemi di intelligenza artificiale. Ma quella umana e quella macchinica sono differenti, avverte lei: «agency umana non è solo portare a termine un compito o prendere una decisione. È la capacità di comprendere, di decidere in autonomia. Questa è la base della democrazia». L’IA non può raggiungere le capacità cognitive umane, ma se sostituisce l’umano nella catena decisionale si crea il rischio di erodere la capacità dell’individuo di compiere scelte. Per queste ragioni è necessario «rimanere in cima alla catena decisionale. Il problema è la persuasione, che non è un fenomeno nuovo, ma oggi ha dimensioni enormi rispetto a prima». La raccolta dei dati personali, poi elaborati statisticamente, permette alle aziende di conoscere la domanda meglio di come quest’ultima conosca se stessa: così si accelerano i processi di persuasione, il cosiddetto nudging. Quest’espressione viene spesso tradotta con “spintarella gentile”, ad indicare i meccanismi di sottile e nascosta persuasione delle campagne pubblicitarie su internet. Rossi, ben consapevole di queste dinamiche, mette al centro l’individuo: la democrazia è fatta di persone, e questo significa che la responsabilità di tenere sotto controllo la situazione è sempre umana.

A fare il punto su come le tecnologie influenzano i comportamenti è anche Mark Hunyadi, professore di Filosofia morale all’Università Cattolica di Lovanio, importante università francofona belga. La sua proposta è una dichiarazione universale dei diritti della mente umana. Viviamo in un ecosistema digitale, e ogni nostro rapporto è mediato dalla tecnologia: «finché si continua a digitalizzare l’ambiente non basta, come molti propongono, togliere i social ai minori di 16 anni; i diritti umani non stanno guidando le trasformazioni, le stanno seguendo». In sostanza, secondo Hunyadi, la legge protegge l’individuo in quanto utente della rete, ma non in quanto cittadino. Una dichiarazione come quella che propone sarebbe utile non per risolvere tutti i problemi, ma per avere un nuovo quadro etico in cui impostare la questione. Hunyadi si inserisce in una tradizione che vede la mente umana come non riducibile alla cognizione; piuttosto la mente è anche interazione con l’ambiente, e se quest’ultimo cambia, cambia anche il comportamento. Comportamento che è la chiave del problema, perché, ancor più della mente, è il principale oggetto di persuasione nell’ecosistema digitale. Manca una strategia d’insieme, e Hunyadi imputa all’Unione Europea l’assenza di una presa di posizione forte in questo senso.

Raccoglie la mozione Brando Benifei, europarlamentare del Partito Democratico. Benifei è presidente della delegazione UE-USA ed è tra i capifila nell’impegno per la regolamentazione sull’intelligenza artificiale, dall’AI Act fino al pacchetto Omnibus. È dunque impegnato su entrambi i punti cardinali dell’incontro: i rapporti transatlantici e i diritti digitali. La sua prospettiva è che solo con le leggi non si può affermare un’egemonia europea, c’è bisogno di hard power: infrastrutture, servizi cloud, capacità computazionale. Viene alla mente il dibattito sul cosiddetto Bruxelles effect, cioè la convinzione che le leggi europee inneschino un effetto a catena spingendo altri Paesi a adottare misure simili. Benifei è d’opinione diversa: non si può legiferare sulle tecnologie altrui e sperare di essere ascoltati. «L’UE deve fare il passo verso l’unità politica. Meno frammentazione, maggiore unità, istituzioni più forti, con più potere, hard power europeo». Il suo discorso, in linea con il panel, insiste su un europeismo unito e attivo diplomaticamente. «La sovranità digitale è fondamentale, non solo per l’UE, ma per il mondo. Non è vero che c’è una lotta globale sull’IA, noi siamo in dialogo con Canada, Sud America, Africa, Corea del Sud». Benifei invita a credere ancora in un’Europa realmente unita, impegnata verso un globalismo fondato sulla diplomazia, e da questa convinzione proviene l’invito finale: «dobbiamo ancora credere all’ordine internazionale creato».

Terminate le dichiarazioni d’intenti, fa seguito la discussione, moderata da Misuraca. La prima a intervenire è Emanuela Girardi, presidente di ADRA, l’Associazione per AI, Data e Robotica – partner della Commissione Europea – e anche fondatrice di PopAI, una no profit con l’obiettivo di aumentare la conoscenza dei sistemi di intelligenza artificiale. Da questi due ruoli partono le indicazioni di Girardi: investire sull’educazione digitale e regolamentare la physical AI – la robotica autonoma. Recentemente, molto si è parlato dell’influenza che hanno i large language model (LLM) e i chatbot come ChatGPT nel dialogo con le persone. «Ma il linguaggio è solo il 5% della comunicazione» avverte Girardi, «le persone dialogano con il corpo, nello spazio, cosa succede quando ci troveremo di fronte a un robot che comunica anche con le espressioni corporali?» Girardi fa riferimento a Moltbook, il social media che ha fatto recentemente discutere perché erano presenti solo chatbot che dialogavano tra loro, mostrando anche intenzioni ed emozioni. «Ma non le hanno davvero, funzionano per ottimizzazione matematica». Se la manipolazione linguistica è sufficiente a far pensare alla presenza di una coscienza, la situazione aumenterà di complessità quando i robot, sempre regolati da funzioni matematiche, potranno piangere e ridere di fronte a noi. Da qui l’importanza della divulgazione e della trasparenza: «dobbiamo capire come si usa; usare l’IA senza guida è rischioso, soprattutto per gli adolescenti. E serve trasparenza nel costruire robot autonomi: deve essere chiaro chi l’ha costruito e per quale obiettivo».

Su questi punti si trova d’accordo Simona Tiribelli: «c’è un’asimmetria informativa tra chi possiede i nostri dati e gli utenti che non sanno come vengono usati». Tiribelli insegna Etica dell’intelligenza artificiale all’Università di Macerata, e dirige l’etica dell’IA nel centro di ricerca Public Innovation Institute, legato al MIT di Boston. «La profilazione non è di per sé un problema, lo è la manipolazione, passare dal nudging al pushing, dall’indurre allo spingere le persone ad adottare un certo comportamento». Abbiamo gli strumenti, i protocolli, tante aziende vogliono collaborare per creare strumenti che non siano nocivi.

Ma allora il problema è giuridico o politico? Su questo punto divergono le opinioni di Bernard Benhamou, segretario generale del parigino Istituto per la Sovranità Digitale, e Paul Nemitz, presentato come “mister GDPR”, in quanto direttore dei lavori di uno dei primi successi dell’UE in materia di regolamentazione, il Regolamento Generale per la Protezione dei Dati (GDPR). Benhamou cita, malvolentieri, Putin: “chi sarà leader nell’IA governerà il mondo”. E allora che l’Europa sia leader, solo così la democrazia può rimanere al centro dell’innovazione. Per esserlo c’è bisogno di unità, di visione comune, di innovazione europea. Secondo Nemitz, invece, la questione della democrazia è tutta giuridica: «se i nostri profili rimangono nelle mani dei data collector (come Google e Meta, ma anche le istituzioni statali) la democrazia non è possibile». La sua è una chiamata all’azione, i cittadini devono chiedere la distruzione dei profili stipati online, che vengono usati per fini di marketing e controllo.

Su una linea simile si muove Christian Kastrop, presidente e CEO di Global Solutions Initiative e da anni alla consulenza di Berlino per il digitale, il quale pone il rischio di una deriva illiberale, per cui «dobbiamo evitare i paradisi digitali», cioè, al pari dei paradisi fiscali, luoghi che presentano vuoti regolamentativi. Essendo una sfida globale, l’impegno deve essere collettivo. Al richiamo allo sforzo comune si unisce la ricercatrice danese, e academic director del think tank Data Ethics, Gry Hasselbach, che propone «il ricorso all’azione collettiva umana. I sindacati furono un supporto al tempo della rivoluzione industriale, dobbiamo trovare misure simili». Numerosi punti di vista, che si intrecciano per offrire una panoramica della sfida che aspetta i cittadini europei nel futuro prossimo. Ora che il patto atlantico non offre più le garanzie del passato e che alcune potenze dell’IA, come la Cina, hanno un modello illiberale, l’Unione Europea deve emanciparsi. Come? Con quali tempi? Questo è tutto da scoprire e decidere, e i Copernicani cercano di contribuire a tracciare la strada.

Ciò emerge anche dal discorso di chiusura del loro presidente Stefano Quintarelli. Cita dati dei principali competitor: negli Stati Uniti il 97% dei cittadini vogliono un rapporto più sicuro con l’IA, a testimonianza di una certa tensione tra la popolazione e il governo federale; in Cina 5 milioni di ragazze hanno un chatbot come amico, a sostegno della tesi per cui la seconda attività degli utenti con un LLM è quella di creare relazioni – la prima è cercare informazioni. In generale, lo sviluppo cinese è coerente con la tradizione di “manifattura del mondo”, e quello statunitense con il proprio approccio egemonico. E l’Europa come si pone? La strategia politica – preservare la democrazia e i diritti umani – è chiara, quella dell’innovazione ancora no, dice Quintarelli. Che propone un paragone tra i social media e il tabacco, il quale solo ad un certo punto è diventato in maniera chiara una sostanza nociva: «i social media stanno avendo il loro tobacco moment, la gente si sta accorgendo degli effetti negativi». Tirando le fila dell’evento, Quintarelli propone una sintesi: il dialogo con le aziende è importante, ma «la regolamentazione non è il loro obiettivo, è normale che si oppongano». D’altra parte, regolamentazione e innovazione non sono per forza in contrasto tra loro, bisogna trovare la strada per unirle.

I Copernicani, insieme a Re-Imagine Europe e Inspiring Futures Europe, hanno organizzato un evento che ben si sposa con le istanze del World AI Cannes Festival, dalla sovranità digitale alla creazione di sistemi algoritmici che potenzino le libertà individuali. Molti stand degli espositori, infatti, ruotavano attorno a queste necessità. Presenti molte iniziative italiane, a partire dallo stand di ITA – Italian Trade Agency, agenzia del Ministero degli Esteri che sostiene le startup italiane nel trovare clienti e investitori all’estero. Ne ha riunite una cinquantina: tra queste l’idea del fiorentino Marco Cappellini, che dopo aver lavorato anni con i musei italiani per digitalizzare i loro archivi, ha creato ArtCentrica, programma con il quale è possibile studiare le opere d’arte da vicino, effettuare confronti, creare storie che prendono voce, il tutto automatizzato grazie all’IA. Inoltre, c’erano alcuni grandi aziende italiane: è il caso di Reply, azienda italiana con sedi anche in Francia. Un dipinto generato con l’IA raffigurante una donna prende vita quando gli viene chiesto di cosa si occupa Reply: attratte da questo molte persone si riuniscono attorno al loro stand. Omar Luigi Mouhssine, manager di una delle sedi francesi, racconta come nasce l’idea: «in realtà noi facciamo consulenza, progettazione, testiamo idee. Il dipinto non è una nostra tecnologia, ma di Mistral AI, però ci torna utile per spiegare cosa fa Reply e attrarre persone». C’è spazio anche per installazione artistiche, come quella di The Plot, progetto che tenta di spiegare le neuroscienze comportamentali attraverso l’arte, lavorando anche con teatri e scuole. Grazie all’aiuto di un team di neuroscienziati, hanno fatto incontrare alcune persone per uno speed date, e tramite un algoritmo che classificava il livello di ascolto hanno creato delle fotografie: più la persona veniva ascoltata, più l’immagine veniva restituita nitida. In assoluto, la protagonista è la robotica: al centro della grande sala esibizioni del Palais des Festival, si vedeva un robot umanoide camminare, stringere mani, ballare a ritmo di musica. Scene dal futuro? Non ancora, spiega il responsabile di Innov8, mentre tiene un joystick in mano: «non è in nessun modo autonomo, lo dobbiamo telecomandare. È addestrato a svolgere alcuni movimenti, quindi basta premere un tasto e balla, ad esempio». In realtà non è questione di tempo, ma di progettazione: «per usare una metafora, Innov8 si occupa solo di creare i corpi, poi li vendiamo a chi progetta i cervelli».

Nei giorni successivi al panel dei Copernicani, è stata resa pubblica la Dichiarazione di Cannes sulla sovranità della mente, un appello dei partecipanti al forum che fa seguito alle dichiarazioni pronunciate durante l’incontro e ad una tavola rotonda a porte chiuse avvenuta lo stesso giorno. La dichiarazione si rivolge a «governi, parlamenti, organizzazioni internazionali, regolatori, aziende tecnologiche, investitori, istituzioni di ricerca, organizzazioni mediatiche, società civile e cittadini di tutto il mondo». In linea con quanto detto da Hunyadi, la dichiarazione afferma un principio da difendere: la sovranità della mente. Il rischio, concreto, è «la manipolazione industriale del pensiero umano» attraverso il «capitalismo delle menti», ossia il potere da parti di pochi attori privati o statali, di orientare il pensiero individuale e collettivo. L’appello è esplicitamente anti-nostalgico: «chiediamo le condizioni alle quali l’innovazione possa restare compatibile con la democrazia e le libertà fondamentali». La sfida proposta nella Dichiarazione di Cannes sulla sovranità della mente fa leva sull’impegno di preservare la dignità e l’agentività umana e garantire la democrazia e la sovranità tecnologica. Educazione e diplomazia sono le chiavi principali per raggiungere questi obiettivi.

Scritto da
Alessandro Vecchio

Studente di Filosofia e Intelligenza Artificiale all’Università “Sapienza” di Roma. Appassionato di divulgazione scientifica e del rapporto tra tecnologia e spazio pubblico. Ha partecipato al corso 2025 di “Traiettorie. Scuola di lettura del presente”.

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