Le ragioni dell’ambiente. Per una sinergia tra clima e lavoro
- 20 Dicembre 2021

Le ragioni dell’ambiente. Per una sinergia tra clima e lavoro

Scritto da Paola Fagioli

5 minuti di lettura

Paola Fagioli, autrice di questo articolo, è la Direttrice di Legambiente Emilia-Romagna.


Ad un anno dalla partenza dei lavori sul Patto per il Lavoro e per il Clima, con gli strascichi della pandemia che tuttora incidono sul dibattito, è certamente parziale fare bilanci. Tuttavia, è possibile raccontare il punto di vista di Legambiente Emilia-Romagna in questo percorso e trarre prime valutazioni.

L’adesione dell’associazione al Patto della Regione Emilia-Romagna è stata letta in vari modi, arrivando ai due estremi opposti: da una parte come un attestato preventivo di bontà delle politiche della Regione in termini ambientali; dal versante opposto come una potenziale rinuncia di Legambiente Emilia-Romagna a temi storicamente di contrapposizione con la pianificazione regionale (come, ad esempio, per le progettualità su nuove autostrade).

Ovviamente non si tratta né dell’una né dell’altra cosa: banalmente l’adesione riflette la scelta dell’associazione di portare il punto di vista ecologista in un tavolo di confronto su politiche strategiche primarie per il futuro dei cittadini – a livello sociale ed economico – a partire dalla destinazione che verrà data ai prossimi fondi europei. Temi tradizionalmente fuori dai momenti di confronto a cui il mondo ambientalista è di solito chiamato a dibattere. Certamente si tratta di un impegno enorme per un’associazione del terzo settore, in un contesto in cui gli altri interlocutori – a cominciare dalle categorie economiche – dispongono di strutture tecniche e personale deputato. Una partecipazione non scontata dunque, ma costruita nel tempo da Legambiente Emilia-Romagna. Nella scorsa legislatura, infatti, esisteva già un Patto per il Lavoro regionale: un tavolo di confronto a cui sedevano associazioni economiche, sindacali, mondo della scuola, dell’università, del terzo settore, ecc. Unico escluso risultava il mondo ecologista! Già da allora avevamo sottolineato e criticato l’inadeguatezza storica di quella situazione.

Nelle ultime elezioni regionali l’attuale maggioranza si è presentata con un programma che prevedeva un Patto per il Lavoro e uno per il Clima, tra loro disgiunti. All’indomani dell’insediamento della Giunta abbiamo cercato da subito di evidenziare che i due percorsi non potevano essere separati, pena la marginalità di quello per il Clima, se sganciato da un progetto di riconversione economica.

Solo dopo alcuni mesi – passato il primo lockdown – si sono avuti segnali della costituzione di un unico tavolo e si è contestualmente avviato il confronto sul testo base del Patto. L’esito di quel confronto non è il testo del mondo ecologista, che in termini numerici rappresenta l’esigua minoranza degli aderenti al Patto; tuttavia, è complessivamente una svolta rispetto alla scorsa legislatura. Nel precedente documento del Patto per il Lavoro mancavano del tutto le parole clima, ambiente, ecologia! Mancava l’accenno alle energie rinnovabili, alla raccolta differenziata, non si parlava né di biologico né di ciclabilità, o di altre politiche a valenza ambientale. Oggi al contrario sono temi massicciamente presenti.

Ma l’aspetto più rilevante è certamente negli obiettivi misurabili che sono entrati nel testo: tutti – o quasi – i target numerici sono riferiti a temi ambientali. Per l’energia c’è l’obiettivo ambiziosissimo del 100% di rinnovabili; nella gestione rifiuti sono stati introdotti due buoni obiettivi sulla raccolta differenziata e i quantitativi di rifiuti a smaltimento. Si parla di ridurre le auto in circolazione del 20%. Si preventivano interventi di rigenerazione del patrimonio pubblico, la creazione di un coordinamento sull’applicazione dell’ecobonus 110%, la proposta di promuovere le comunità energetiche con una legge.

Oltre a tanti altri aspetti rilevanti su ambiente, legalità diritti, ci sono ovviamente anche passaggi che avremmo voluto differenti, come la proposta di candidatura alle olimpiadi che avevamo chiesto carbon neutral e a saldo zero di consumo di suolo (alla fine è passata solo la prima delle richieste). Nelle scelte strategiche sulla mobilità è vero che non si parla di strade – ma di trasporto pubblico e ciclabilità – ma è anche vero che i troppi progetti di infrastrutture già decisi in passato non sono stati messi in discussione e sono tuttora in campo. È evidente che le buone intenzioni dei documenti vanno poi concretizzate con i dovuti strumenti, con i piani, i provvedimenti normativi e l’allocazione delle risorse. L’efficacia di questo percorso si potrà valutare sui risultati finali: in particolare è nei risultati sul clima che verrà valutata la coerenza dell’azione politica e i contenuti del Patto.

A circa un anno dall’avvio dei lavori – incentrati all’inizio sulle misure per fronteggiare la pandemia e supportare settori in crisi – si sta aprendo ora un momento cruciale: il dibattito sull’uso dei Fondi UE è in corso, mentre sui progetti del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza si attende uno specifico confronto, ritardato dallo scarso raccordo Stato-Regioni. Alcuni provvedimenti sono in fase di discussione come la proposta di legge sulle comunità energetiche.

Col passare dei mesi però alcuni temi sono diventati ormai ineludibili. In particolare, riteniamo che serva la definizione di una chiara road map per centrare gli ambiziosissimi obiettivi climatici che la Regione si è data. Al riguardo Legambiente Emilia-Romagna ha evidenziato da subito come fosse necessario adeguare il Piano energetico del 2016, ormai superato negli obiettivi, definendo le azioni, gli obiettivi intermedi, le priorità e i fondi necessari per rinnovabili e decarbonizzazione. Ancora prima che il Patto fosse scritto, era stato richiesto un sistema di monitoraggio per valutare – anche in modo tecnico – le principali scelte strategiche della Regione in relazione ai loro effetti sul Clima; un sistema di misurabilità necessario per avere contezza dell’intera azione regionale, dato che la battaglia sul clima si vince solo con un approccio trasversale su tutte le politiche. In generale servono anche le strutture tecniche adeguate a tali sfide.

Ad oggi questi strumenti indispensabili non sono ancora sul tavolo di discussione. Una delle motivazioni addotte è stata la volontà della Regione di cominciare prima di tutto a spendere e allocare le risorse disponibili – dunque anche quelle per clima, ambiente e innovazione – per rispondere alla necessità di superare la crisi economica post-pandemia. Ragioni certamente valide ma che non possono protrarsi a lungo in assenza di un Piano e che non giustificano il mancato contestuale avvio di un percorso tecnico di analisi e supporto alle scelte.

Siamo infatti al punto in cui la Regione ha già deliberato sulla destinazione di 400 milioni di euro sul Piano di sviluppo rurale (PSR) e si sta decidendo su 2 miliardi di euro di fondi FSE (Fondo sociale europeo) e FESR (Fondo europeo di sviluppo regionale) fino al 2027; ad un primo sguardo le risorse sull’ambiente sono consistenti, ma rimane il fatto che il tutto avviene in assenza di una reportistica che metta in relazione il contributo di tali scelte con gli obiettivi climatici. Quanto fotovoltaico dovremo fare nei prossimi 15 anni e dove? Quanto eolico? di quanto dovremo tagliare i consumi di energia e in che settori? Con che velocità dovrà attuarsi l’elettrificazione del parco auto? Quali i contributi del mondo agricolo o industriale? Né il PSR né la proposta di ripartizione degli altri fondi UE oggi si misurano con tali domande. Si tratta delle principali risorse in mano alla Regione per i prossimi anni e sarebbe davvero molto grave accorgersi troppo tardi che non sono state allocate in modo adeguato agli obiettivi fissati nel Patto!

Vale la pena infine un’ultima conclusione, sul dibattito effettivo all’interno del Patto. È certamente da sottolineare come, tra le varie parti sociali aderenti, le istanze ambientali esplicite siano finora arrivate essenzialmente dalle associazioni (Legambiente Emilia-Romagna e l’associazione dei Comuni Rifiuti Zero). Un obiettivo vitale come quello climatico avrebbe bisogno, tuttavia, di una pressione ben più forte. È vero che ogni soggetto sociale è portatore delle proprie specifiche necessità ed esigenze; tuttavia, se la partita climatica non si vince, le perdite saranno per tutti i cittadini e per tutti i settori. Dunque, il dibattito a cui auspichiamo non è quello in cui ognuno porta il proprio pezzo, lasciando alla politica il compito di accontentare tutti, ma quello per individuare le migliori politiche win-win che risultino vincenti per il clima e per i posti di lavoro. La nostra speranza è che il fronte esplicitamente per il clima si allarghi e che soggetti di peso – a cominciare dal mondo universitario – usino la propria autorevolezza all’interno del Patto per il Lavoro e per il Clima per far pendere la bilancia a favore di una transizione più veloce.

Scritto da
Paola Fagioli

Direttrice di Legambiente Emilia-Romagna.

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