Lo sport: un punto di vista privilegiato sulle dinamiche sociali. Intervista a Bruno Barba
- 30 Giugno 2021

Lo sport: un punto di vista privilegiato sulle dinamiche sociali. Intervista a Bruno Barba

Scritto da Maria Elisabetta Lanzone

5 minuti di lettura

Questa intervista a Bruno Barba si inserisce in una serie curata da PerCorsi Associazione Culturale ai protagonisti della rassegna “Nel Mondo che cambia: sfide globali e nuovi attori internazionali”, organizzata nell’ambito del Festival delle Conoscenze. Bruno Barba è ricercatore di Antropologia presso il Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università di Genova. Studia il meticciato culturale, soprattutto in Brasile, e l’altra sua area di ricerca è lo sport nei suoi diversi significati antropologici. È appena stato pubblicato per Einaudi il suo ultimo volume dal titolo Il corpo, il rito, il mito. Un’antropologia dello sport. All’inizio del 2021, Barba è stato ospite dell’Associazione PerCorsi, insieme al collega Marco Aime, per riflettere sul concetto di “comunità”. A questo link è possibile rivedere l’incontro supportato da Fondazione Acos per la Cultura.


Perché la necessità di un’antropologia dello sport? E in che senso possiamo intendere che lo sport è ormai considerato un “fatto sociale totale”?

Bruno Barba: Per anni, tranne alcune nobili eccezioni, come per Raymond Firth o Allen Guttmann, lo sport è stato considerato dalle scienze sociali e in particolare dall’antropologia, un’attività ludica poco significativa, eccessivamente legata al corpo, poco esplicativa della realtà di riferimento. Con il passare del tempo gli storici in primis e poi tutti gli altri studiosi – buon ultimi gli antropologi – si sono resi conto che invece, attraverso lo sport, visto come “fatto sociale totale”, diventava non solo possibile, ma anche più facile e stimolante osservare e quindi descrivere tante dinamiche che riguardano le diverse culture.

 

Lo sport può essere considerato anche un laboratorio di ibridazione e meticciato: dove e perché? Ci sono luoghi e discipline dove questi aspetti si avvertono di più?

Bruno Barba: Lo sport – per quanto è vissuto, praticato, visto e commentato – è un vero laboratorio, dove si sperimentano cambiamenti e processi sociali. Inevitabile che quei flussi, quelle tendenze che appartengono al mondo attuale, come l’ibridazione, possano essere veicolati, talvolta anticipati nelle pratiche sportive. Guardiamo alle grandi competizioni, come i campionati europei di calcio, alle compagini in gara: l’Italia ha presentato tre azzurri nati in Brasile, persino la Svizzera, la Germania, l’Austria annoverano diversi discendenti di africani, per non parlare di Inghilterra, Francia, Belgio. Più realisti del re, si direbbe. Ecco il meticciato, inesorabile che avanza, volenti o nolenti. E poi ci sarebbero da ricordare alcune discipline quali il cricket che prima in India e oggi anche in Italia propongono una lettura complessa in termini identitari.

 

Esistono gli “sport nazionali”: perché ci appassioniamo ad alcune discipline, piuttosto che ad altre?

Bruno Barba: Non esiste una risposta certa. Conta la storia – se uno sport sbarca in un territorio e sposa il gusto locale difficilmente viene sostituito; l’ambiente culturale – l’alea, l’azzardo e la picardia, come chiamano in Argentina l’astuzia, che sono tra le caratteristiche principali del calcio, ben si sposano con l’indole “dionisiaca” dei popoli latini; certe ideologie: il football americano è fatto di conquista territoriale e non può non piacere a un popolo che ha fatto della conquista della frontiera (il West, e poi persino lo spazio) il proprio credo; il caso, una certa forma di determinismo, il censo: se tuo padre è un atleta, è probabile che ti invogli, anche inconsciamente a ripeterne le gesta; se nasci sulle Alpi presumibilmente avrai più chance di diventare uno sciatore di un cittadino e se puoi permetterti di frequentare le piscine coperte fin da bambino, potresti diventare un nuotatore professionista più facilmente di un afroamericano che vive in un ghetto o in una favela. Ma attenzione: tutte queste impostazioni possono essere contraddette, la vita è fatta di intrecci e di contraddizioni: il padel, appena sbarcato, sta sostituendo, o almeno affiancando un po’ dovunque la passione popolare per il tennis; anche la Danimarca ha espresso grandi calciatori e anche a Cuba si gioca a baseball; Tomba è stato un immenso campione degli sci anche se è nato a Bologna.

 

Il mondo dello sport contiene anche molte contraddizioni e paradossi e spesso viene accusato di generare divisioni, nazionalismi e persino razzismi. Quali fattori possono (e devono) aiutarci a superarli? 

Bruno Barba: Da un lato, è forte la tentazione di cavarsela chiamando in causa la metafora dello sport come “specchio della società”: se una comunità è malata, razzista, violenta e corrotta non potrà che riprodurre, anche nello sport, questi mali. D’altra parte siamo affezionati all’idea piuttosto utopica e comunque esageratamente ottimistica che lo sport possa essere un mondo speciale, un ambiente autoreferenziale, impermeabile ai contatti pericolosi e popolato insomma da esseri speciali, illuminati; un’isola felice nella quale la legge è uguale per tutti e viene premiato sempre il più meritevole. Naturalmente le due idee si intersecano, spesso vengono strumentalizzate o cavalcate in mala fede; certamente lo sport ci ha regalato esempi fulgidi, ma se è vero come crediamo che è un “fatto sociale totale”, come può rimanere impermeabile rispetto alla cultura nella quale è immerso? Detto questo bisogna lottare perché lo sport possa, attraverso l’insegnamento, raggiungere quello scopo educativo che dovrebbe stare a cuore a tutti. Oltre che a scuola, in famiglia e sulla strada, è sul campo, sul ring, sul parquet, in pista che si formano i giovani di oggi e gli uomini di domani.

 

Il rapporto tra sport e politica non è certo nuovo nei regimi non democratici, come nelle democrazie consolidate e sembra, infatti, di assistere ad un nuovo periodo nel quale questi due ambiti si intrecciano in maniera profonda. Prendiamo casi molto diversi tra loro: ad esempio quello del saluto militare degli atleti turchi, oppure le prese di posizione dei calciatori del Barcellona in materia di indipendentismo catalano: che cosa ci insegnano queste situazioni? Fino a che punto un atleta può farsi condizionare dal sistema politico in cui vive/lavora e, viceversa, perché un regime (di qualunque tipo) ha così tanti interessi sportivi? 

Bruno Barba: Sempre lo sport – nell’Italia fascista come nella Germania nazista, in Argentina, ma anche in URSS, nei Paesi del blocco sovietico, in Cina – è stato usato come strumento di propaganda dei regimi. Tuttavia proprio la visibilità di certe competizioni strumentalizzate dal potere come le Olimpiadi, i Campionati del mondo di calcio, o anche le partite della NBA hanno consentito e consentono la possibilità di gesti eclatanti di ribellione; gesti visti da milioni di persone, commentati da migliaia di giornalisti (e oggi da chiunque, in Rete); pensiamo a Smith e Carlos e al loro pugno guantato a Città del Messico, alle proteste di Cassius Clay / Muhammad Alì contro la discriminazione e la guerra in Vietnam, alla rinuncia del calciatore Jorge Carrascosa di partecipare al Mundial di Argentina 1978, agli atleti che sposano le istanze del Black Lives Matter e si inginocchiano, o a quelli, come il portiere tedesco Manuel Neuer che appoggiano il movimento LGBT+ e indossano la fascia da capitano multicolore. Quel che intendo dire è che ciascuno di noi ha la possibilità, rischiando, certo, talvolta persino la carriera o la vita, di mostrare, attraverso un atto di responsabilità individuale, il proprio dissenso.

 

Infine, una riflessione, un po’ inevitabile, sull’effetto del post-pandemia. Lo sport è socialità e senso di comunità: quali conseguenze ha subito, rispetto ad altri ambiti, e quali effetti possiamo vedere adesso, in questa fase? 

Bruno Barba: Lo sport, fatto della partecipazione, del trasporto, dell’entusiasmo degli appassionati, ha sofferto tantissimo. “Ci sono state cose più importanti cui pensare” è stato detto. Ma chi ha pronunciato questa frase ha davvero trascurato il valore sentimentale, emotivo, estetico che riveste lo sport del mondo. Le attività e i vari campionati sono ripresi in nome dell’economia: è stato riconosciuto allo sport il suo valore importante, almeno sotto quest’aspetto. Ma pochissima attenzione è stata data al fattore educativo, soprattutto della base: le nuove generazioni, se anche non avessero perso un anno e mezzo di scuola, avranno sicuramente perso moltissimo in termini di aggregazione, attività fisica, apprendimento motorio e capacità di “fare gruppo”. E questo lo pagheremo in futuro.

Scritto da
Maria Elisabetta Lanzone

Docente di Sociologia della Politica all’Università di Padova e Key-Staff Member all’interno del 2020 Jean Monnet Module “Europe in the Global Age: Identity, Ecological and Digital Challenges” dell’Università del Piemonte Orientale, dove ha tenuto anche corsi di perfezionamento sul Public Management. Ha partecipato a vari progetti internazionali a Nizza (UCA, ERMES-URMIS) Parigi (SciencesPo), Bruxelles (ULB e EP) e presso la Fudan University di Shanghai (2017 e 2018). Ha pubblicato articoli sulla Chinese Political Science Review (CPSR) sulla crisi delle democrazie consolidate europee ed è co-autrice del saggio “The Xi Jinping’s Era and the Evolution of Chinese Political System. Internal and External Effects” (2020, St. Kliment Ohridski Sofia University Press). Collabora con l’Associazione Cultura e Sviluppo e con Edizioni Epoké, per cui ha pubblicato due volumi. Dall’anno scolastico 2019/2020 è, inoltre, docente-formatore presso istituti superiori piemontesi, accreditati sulla piattaforma S.O.F.I.A. Ha fondato, insieme a Fabio Lavagno, l’associazione culturale PerCorsi, per la quale si occupa di formazione nell’ambito dell’educazione alla cittadinanza, e dell’organizzazione di eventi culturali sui rapporti Oriente/Occidente e sulle relazioni internazionali.

Pandora Rivista esiste grazie a te. Sostienila

Se pensi che questo e altri articoli di Pandora Rivista affrontino argomenti interessanti e propongano approfondimenti di qualità, forse potresti pensare di sostenere il nostro progetto, che esiste grazie ai suoi lettori e ai giovani redattori che lo animano. Il modo più semplice è abbonarsi alla rivista cartacea e ai contenuti online Pandora+, ma puoi anche fare una donazione a supporto del progetto. Grazie!

Abbonati ora

Seguici