“Lobby d’Italia” di Andrea Pritoni
- 11 Luglio 2018

“Lobby d’Italia” di Andrea Pritoni

Recensione a: Andrea Pritoni, Lobby d’Italia. Il sistema degli interessi tra Prima e Seconda Repubblica, Carocci, Roma 2018, pp. 144, 16 euro (scheda libro)

Scritto da Simone Ros

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Le lobby e i lobbisti sono tipicamente sia l’obiettivo verso cui rivolgere invettive generalizzate sui “grandi mali del Paese” sia, soprattutto in ambito politico, i soggetti da additare come principali ostacoli al cambiamento. L’esistenza di gruppi che si fanno esplicitamente portatori di un interesse particolare, non ascrivibile retoricamente ad una qualche forma di “interesse collettivo”, scatena nell’osservatore (cittadino comune, rappresentante delle istituzioni, giornalista) una naturale tendenza a prenderne le distanze, quasi la sua esistenza fosse un “male necessario” da accettare a denti stretti.

Non è questo il contesto per imbastire una poco originale quanto non richiesta difesa d’ufficio della categoria né un’analisi sulla professionalità o meno dimostrata da coloro che si fregiano del titolo di “lobbista” (o ne subiscono in qualche modo l’attribuzione). Nello spazio di una rivista come Pandora, che ha l’obiettivo ambizioso di indagare i grandi fenomeni politico-sociali del nostro tempo, è molto più utile lasciare da parte la polemica quotidiana e le banalizzazioni spicciole. Dichiarazioni sull’importanza di porre un argine all’influenza eccessiva dei “lobbisti” sono d’altronde all’ordine del giorno e non hanno in alcun modo colore politico: ne abbiamo avuto dimostrazione di recente, quando le prese di distanza espresse in questi primi mesi di governo da vari esponenti del Movimento Cinque Stelle e della Lega hanno fatto il paio con le durissime dichiarazioni del Presidente del Parlamento europeo Antonio Tajani. Ad irritare l’esponente di Forza Italia “un lobbying aggressivo e martellante, senza precedenti” in occasione della discussione parlamentare per la riforma del diritto d’autore in Rete, osteggiata dai cosiddetti “colossi del web” con l’appoggio di Movimento Cinque Stelle e Lega. Segno, dunque, che a scagliarsi contro lo strapotere dei gruppi di pressione in determinate situazioni non sono solo i partiti dichiaratamente anti-establishment.

Un’opposizione bipartisan, più o meno rumorosa, dovrebbe spingerci ad abbandonare il punto di vista della cronaca per adottare quello dell’analisi. È quello che fa, in un volume pubblicato recentemente da Carocci, il ricercatore dell’Istituto di Scienze Umane e Sociali della Scuola Normale Superiore Andrea Pritoni. Il libro, dal titolo Lobby d’Italia (Carocci 2018), ha l’obiettivo di inquadrare, da un punto di vista strettamente politologico, come è evoluto il sistema degli interessi dalla Prima alla Seconda Repubblica. L’attenzione degli studiosi sembra infatti catturata irresistibilmente, ammette l’autore, dall’indagine dei partiti politici e delle dinamiche elettorali, trascurando quasi completamente una ricognizione sistematica e periodica dei portatori di interesse che operano nel contesto italiano.

Gli assunti da cui parte Pritoni sono soprattutto accademici e mirano a “colmare un vuoto” che non si osserva in altri contesti nazionali e a livello internazionale. Un gap forse dovuto alle naturali differenziazioni della disciplina, ma che per un osservatore esterno può apparire come il frutto di una sorta di “negazione collettiva”. Se di lobby bisogna parlare, lo si può fare in negativo e deprecandone l’esistenza. Un approccio che, oltre a costituire un limite per chi di mestiere racconta e analizza la realtà (non solo in ambito accademico), rischia di contribuire al consolidarsi di un’immagine distorta delle dinamiche decisionali del nostro Paese.

 

Le lobby dalla Prima alla Seconda Repubblica

Il libro di Pritoni, denso di richiami teorici ma comunque molto agile da leggere, ha il merito di fissare alcune utili coordinate per interpretare il passaggio dalla Prima alla Seconda Repubblica, mitizzato nella percezione generale e nel racconto giornalistico. A venir meno, insieme al sistema dei partiti e ai riferimenti ideologici (già indeboliti ben prima della caduta del Muro) è anche il ruolo di gate-keeper (di filtro, potremmo dire) che essi avevano ricoperto per decenni. Come scrive Pritoni a pagina 45, in passato “i partiti politici hanno rappresentato il solo attore realmente deputato a regolare l’accesso dei gruppi di interesse al processo decisionale” e dunque “le lobby incidevano sulle decisioni di policy in ragione della qualità del rapporto che erano (state) in grado di coltivare con i propri partiti politici di riferimento”.

Da qui le interpretazioni politologiche che per tutto l’arco degli anni Sessanta e Settanta hanno presentato il nostro Paese come un contesto politico-sociale in cui le grandi organizzazioni di rappresentanza diventavano “collaterali” ad un partito di massa e come tali ne avevano accesso. L’ ”accesso” al potere decisionale è un altro grande tema trattato dall’autore nel suo studio: se sono venuti a mancare gli attori che presidiavano l’ingresso, chi può ambire oggi a varcare quella soglia e con quali strumenti può cercare di avere un impatto, più o meno efficace, sul processo decisionale il cui output ricade sul proprio settore di appartenenza?

Il passaggio dalla Prima alla Seconda Repubblica, ci ricorda Pritoni, non è stato solo marcato dal collasso delle sigle partitiche che avevano retto l’Italia nei decenni del secondo dopoguerra e del boom economico. A cambiare sono state, oltre alla solidità e all’apparente immutabilità della costellazione dei partiti, la capacità decisionale degli esecutivi, la produzione normativa (con un’insistenza su periodiche “grandi riforme” anziché sulle cosiddette “leggine” del passato) e l’effettiva possibilità di un’alternanza (prima inibita dal contesto geopolitico della Guerra fredda). Tutto questo ha fatto sì che anche la rappresentanza degli interessi mutasse in profondità: sperimentando nuovi strumenti e nuovi canali di interazione con i decisori, diventando più variegata e includendo gruppi di pressione legati a valori post-materialistici (come la difesa dell’ambiente), acquisendo una dimensione anche europea.

Pritoni, conscio della difficoltà del suo compito, tenta una mappatura dei portatori di interesse italiani prima e dopo questo cambio di scenario, cerca di valutarne le risorse che questi possono far valere nel rapporto con il decisore pubblico (la capacità economico-finanziaria, l’ampiezza della membership, l’efficacia nella mobilitazione di coloro che rappresentano, l’expertise detenuto su materie di cui il legislatore ha spesso una conoscenza troppo generalista).

 

Il dibattito sulle lobby tra accademici e professionisti

Per questo la lettura di Lobby d’Italia è utile a tutti, non solo ad un pubblico di esperti e ricercatori. Utile perché è il primo sforzo, ammette l’autore, di guardare al fenomeno da una prospettiva di analisi comparativa e di evoluzione nel tempo, oltre che il primo passo verso una conoscenza meno legata a pregiudizi e valutazioni sommarie. Alcuni dei risultati della ricerca sono spunti interessanti anche per chi esercita questa professione, perché frutto di questionari somministrati a coloro che figurano nei registri previsti da alcuni Ministeri (nella precedente legislatura, quello dello Sviluppo Economico e della Pubblica Amministrazione, oltre alla stessa Camera dei Deputati).

Emergono dalle pagine del libro, per esempio, l’intensità e la continuità nel tempo degli scambi con le burocrazie ministeriali, la scarsa “europeizzazione” della professione (nonostante la crescente predominanza di Bruxelles in termini di attività normativa), la limitata attenzione riservata oggi ai dirigenti partitici e alla costruzione di relazioni con gli apparati di partito. Sono tutte evidenze che meriterebbero riflessioni puntali e che costituiscono i primi tasselli di un’analisi da sviluppare sia in ambito accademico sia nel dibattito tra professionisti.

Di lobby possiamo dunque parlare (e sentirne parlare) in due modi: o come un tema a cui riservare giudizi esclusivamente moralistici oppure come parte fondamentale delle dinamiche di funzionamento della nostra democrazia. Il dibattito sulla possibile regolazione è intensissimo e la proposta di introdurre appositi registri, come accade peraltro a livello europeo, resta una delle opzioni maggiormente praticabili. Certo è che l’omogeneità, sia a livello nazionale sia locale, dovrebbe essere la condizione principale. La strada invece di farne una battaglia di difesa e riconoscimento della professione presso il grande pubblico è meritoria, ma rischia di essere confinata nello spazio degli addetti ai lavori.

Rendere i portatori di interesse parte della ricerca accademica del nostro Paese può essere un modo, più silenzioso ma efficace, per approfondire l’osservazione scientifica di un fenomeno che, come tale, necessita più di categorie di interpretazione che di attacchi retorici.

Scritto da
Simone Ros

Lavora a Roma come consulente Comunicazione Strategica e Public Affairs in Comin & Partners. Ha studiato Scienze Politiche e Relazioni Internazionali all'Università di Bologna e all’Accademia Diplomatica di Vienna. Appassionato di politica e cultura tedesca e austriaca.

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