I migranti possono salvare l’Europa?
- 25 Luglio 2016

I migranti possono salvare l’Europa?

Scritto da Lorenzo Cattani

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I migranti e la demografia

Tra i tanti modelli macro-economici ne esistono alcuni chiamati “modelli a generazioni sovrapposte”, all’interno dei quali viene inserito l’impatto del ricambio generazionale all’interno di un’economia, permettendo di capire quale importanza abbia la demografia per la performance economica. Immaginiamo quindi di trovarci in un’economia semplificata, dove ad un determinato tempo sono vive solo due generazioni di individui, quelli nati al tempo t, in età da lavoro, e quelli nati al tempo z, non più in età da lavoro. Supponiamo anche che chi governa tale economia finanzi la spesa pubblica tramite la tassazione sugli individui in età lavorativa, per finanziare le pensioni di chi non può più lavorare. Si tratta di una semplificazione molto forte, ma utile per capire come mai l’invecchiamento della popolazione sia un fenomeno molto preoccupante. Se infatti gli individui in età lavorativa calano, a fronte di un aumento di quelli non più in età lavorativa, se lo stato vuole mantenere inalterato il livello delle pensioni dovrà aumentare la tassazione sugli individui in età lavorativa, rendendo quindi più problematica la sostenibilità del sistema pensionistico. Ma questo ragionamento può essere fatto non solo per le pensioni, ma anche per diversi programmi di welfare come i sussidi di disoccupazione o i sussidi d’invalidità ad esempio.

Tutto ciò sarebbe molto meno sostenibile se ad ogni nuova generazione, gli individui in età lavorativa fossero meno di quelli della generazione precedente. Davanti a questo scenario una soluzione può essere tagliare i programmi di welfare e le pensioni, un’altra quella di innalzare l’età pensionabile per aumentare la popolazione in età lavorativa. Tuttavia il Welfare State, che negli ultimi 35 anni ha anche subito gli attacchi di chi lo ritiene foriero di inefficienza economica, serve per ridurre l’incertezza che gli individui affrontano nella propria vita e per creare una società dove gli individui hanno simili possibilità di vivere al meglio la propria vita. Nello specifico, di fronte ad un taglio ai programmi di welfare il risparmio privato delle famiglie aumenterebbe a danno dei consumi, minacciando seriamente la performance economica.

È quindi chiaro come sia fondamentale invertire al più presto il trend demografico, prima che sia troppo tardi. Ma tale inversione non è affatto semplice da ottenere: le politiche sociali per incentivare la natalità non possono garantire un risultato certo, richiedendo peraltro diversi anni prima di condurre a risultati apprezzabili. Se quindi l’accoglienza è un dovere, di fronte a tanti migranti che scappano da situazioni di guerra e instabilità e che meritano di vivere dignitosamente, l’immigrazione economica (che è di gran lunga più osteggiata dalle classi politiche europee) è invece un’occasione per invertire questa tendenza e rilanciare l’economia europea. Il dibattito politico non dovrebbe interrogarsi sul danno economico arrecato dai flussi migratori, ma dovrebbe chiedersi in che modo i migranti possano essere inseriti correttamente all’interno del mercato del lavoro. Nello specifico, sarà fondamentale assicurarsi che i migranti possano inserirsi all’interno dei circuiti dove vengono formate le competenze della forza lavoro, lavorando sia sul fronte dell’istruzione scolastica e universitaria che su quello della formazione professionale, al fine di potersi collocare in quei settori “knowledge-intensive”, dalla cui performance dipende buona parte dell’economia europea.

Provando dunque a dare risposta alla domanda iniziale, i migranti possono essere non un peso ma una risorsa per l’economia europea. Ma, perché questo avvenga, è fondamentale che l’inserimento all’interno del mercato del lavoro avvenga ordinatamente, in maniera coordinata e compatibile con le strutture istituzionali dei paesi membri. A dimostrazione di ciò, è interessante guardare ai dati dello studio “L’economia della migrazione: costi e benefici”, condotto dalla Fondazione Leone Moressa, che rileva come in Italia, davanti ai 12,6 miliardi di euro spesi per l’arrivo di nuove famiglie di migranti, lo Stato ne abbia ottenuti 16,5 (suddivisi tra contributi previdenziali per stranieri, pagamento dell’Irpef, imposta sui consumi, sugli oli minerali, su lotto e lotterie e per tasse e permessi). È quindi fondamentale osservare i flussi migratori sotto una nuova prospettiva e vederli come un’opportunità. In caso contrario il rischio è quello di vedere l’integrazione europea schiacciata dagli eventi dei prossimi anni.

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Bibliografia

Atkinson, A. B. (1999), The economic consequences of rolling back the Welfare State, MIT press

Di Pasquale, E. (2014), l’economia della migrazione: costi e benefici, Fondazione Leone Moressa

Livi Bacci, M. (2015), La quarta globalizzazione, in Limes 6/2015

Livi Bacci, M. (2016), Demografia è destino, in Limes 3/2016

Michelotti, C. (2014), Quanto costano davvero i migranti, in The Post Internazionale 24/11/2014

Romer, D. (2012), Advanced Macroeconomics, McGraw Hill

United Nations, Department of Economic and Social Affairs, Population Division (2013). World Population Prospects: The 2012 Revision, Highlights and Advance Tables. Working Paper No. ESA/P/WP.228

UNHCR, 1 persona su 113 costretta alla fuga nel mondo: le migrazioni forzate raggiungono i livelli più alti di sempre, comunicato stampa del 20/06/2016 


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Scritto da
Lorenzo Cattani

Assegnista di ricerca presso l’Università di Bologna dove ha conseguito un dottorato di ricerca in Sociologia e ricerca sociale. Ha frequentato un Master in Human Resources and Organization alla Bologna Business School (BBS) e conseguito la laurea magistrale in Scienze internazionali e diplomatiche all’Università di Bologna.

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