Recensione a: Giacomo Gabbuti (a cura di), Non è giusta. L’Italia delle disuguaglianze, Laterza, Roma-Bari 2025, pp. 200, 15 euro (scheda libro)
Scritto da Massimiliano Garavalli
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Negli ultimi anni il tema della disuguaglianza ha conquistato uno spazio sempre più centrale nel discorso pubblico a livello internazionale. Le conseguenze degli shock economici globali che hanno scandito il nuovo millennio – dalla crisi finanziaria del 2008 alla pandemia di Covid-19 – hanno alimentato, nei Paesi OCSE e oltre, la percezione diffusa di una frattura nel patto sociale su cui si sono fondate le democrazie liberali. Le fasce più povere hanno visto ridursi la propria quota di reddito e ricchezza complessiva e la classe media, spesso considerata il termometro dello stato di salute economica di un Paese, si è progressivamente impoverita. Mentre tutto questo succedeva, una classe mondiale di “super-ricchi” ha registrato una crescita esponenziale di reddito e patrimonio.
È da queste premesse che si sviluppa Non è giusta. L’Italia delle disuguaglianze (Laterza 2025), saggio a cura di Giacomo Gabbuti, storico economico e ricercatore presso l’Istituto Sant’Anna di Pisa, che raccoglie i contributi di ricercatori accademicamente “giovani” ma già distintisi a livello internazionale nei loro campi attraverso una produzione scientifica alla frontiera della ricerca. Il volume curato da Gabbuti si propone di inquadrare il fenomeno delle disuguaglianze in Italia fornendo al contempo una guida agli strumenti necessari per comprenderle e tentare così di modificare il senso comune a riguardo. Il saggio offre dati e misurazioni, ma anche una ricognizione degli approcci teorici e delle differenze metodologiche indispensabili a cogliere il carattere multidimensionale e stratificato delle disuguaglianze. Il tutto attraverso un linguaggio chiaro e accessibile che, tuttavia, non rinuncia al rigore analitico né scivola nella semplificazione, con l’ambizione di restituire la complessità delle tante disuguaglianze esistenti.
La fotografia che il libro restituisce dell’Italia è quella di un Paese profondamente diseguale. Il filo conduttore che attraversa i diversi capitoli, infatti, mette in luce quei caratteri strutturali che, pur manifestandosi con intensità e configurazioni differenti a seconda dei contesti, risultano radicati nel modello economico italiano. I divari territoriali, ad esempio, che agiscono come potenti moltiplicatori di disuguaglianze di reddito, di genere, climatiche e occupazionali. La disuguaglianza si configura così, in primo luogo, come una responsabilità della politica e del sistema, e non come un esito inevitabile. E la storia economica dimostra come vi siano stati periodi in cui l’azione pubblica è riuscita a garantire livelli contenuti di disuguaglianza insieme a una sostenuta crescita dell’economia e dell’innovazione, un benessere sociale diffuso e la costruzione di servizi pubblici universalistici. Da decenni, inoltre, la letteratura economica concorda nel rilevare una correlazione negativa tra gli elevati livelli di disuguaglianza e la crescita economica, e l’Italia non fa eccezione. Nel periodo di maggiore espansione, che coincide con il miracolo economico degli anni Sessanta del Novecento, il Paese ha infatti registrato i tassi di crescita più elevati proprio quando le disuguaglianze avevano raggiunto i livelli minimi, in una fase in cui la democrazia appariva al suo apice, nella società come nei luoghi di lavoro.
Nel primo capitolo Gabbuti, insieme all’economista Salvatore Morelli, analizza le disuguaglianze dal punto di vista della concentrazione della ricchezza. Espressa in termini di patrimonio delle famiglie, negli ultimi cinquant’anni questo tipo di ricchezza è aumentata in termini di quota del prodotto interno lordo nazionale, passando dall’essere due volte e mezzo il PIL degli anni Sessanta alle sette volte di oggi. Un fenomeno definito “patrimonializzazione delle società” dall’economista Thomas Piketty, che spiega perché ci sembra così difficile oggi comprare casa con i nostri salari rispetto a come lo era per le generazioni precedenti. Non solo, infatti, la ricchezza è aumentata considerevolmente rispetto al reddito, ma è cresciuta in maniera molto diseguale. Gli autori richiamano uno studio del 2024, firmato da Paolo Acciari, Facundo Alvaredo e dallo stesso Salvatore Morelli, che mostra come, sebbene la ricchezza privata degli italiani sia cresciuta costantemente dal secondo dopoguerra – dalle abitazioni di proprietà alla maggior quota di beni materiali come l’automobile – a partire dagli anni Novanta si sia affermato un processo di concentrazione sempre più marcato, soprattutto della ricchezza ereditata. Proprio perché si accumulano e si trasmettono, infatti, i patrimoni tendono strutturalmente a concentrarsi, comprimendo la mobilità sociale e intergenerazionale. La ricchezza netta media delle 50.000 persone più ricche d’Italia è passata dall’essere 7,6 milioni di euro nel 1995 a 15 milioni nel 2016, aumentando la propria quota sul totale nazionale dal 5,55% al 9,3%. Alla metà più povera della popolazione è invece accaduto l’opposto: la sua quota di ricchezza è crollata dall’11,7% al 3,5%, mentre la ricchezza netta media è scesa da 27.000 euro nel 1995 a soli 7.000 euro nel 2016. Un ribaltamento che rappresenta uno dei mutamenti distributivi più drastici osservati tra i Paesi OCSE.
Gli autori ricordano inoltre che l’aumento della ricchezza rispetto al PIL e la parallela crescita della disuguaglianza distributiva sono due fenomeni profondamente interconnessi. Gran parte della crescita dei patrimoni – soprattutto finanziari – è avvenuta proprio in corrispondenza del percentile più ricco della popolazione. Se è vero che sempre più italiani hanno progressivamente accantonato percentuali maggiori di reddito nei risparmi, la maggioranza del valore economico è stato prodotto dal portfolio dei “Paperoni d’Italia”, facilitato da una tassazione sui capitali e sulle successioni che è stata resa progressivamente più blanda nel corso degli ultimi decenni. La conseguenza di questa finanziarizzazione si è riflessa sull’andamento generale dell’economia italiana: i miliardari italiani, in costante aumento, appartengono sempre più a settori caratterizzati da una gestione familiare, poco innovativi e a scarso valore aggiunto, ma tuttavia capaci di generare grandi aumenti di patrimonio.
Il quarto capitolo, a cura di Roberto Iacono e Demetrio Guzzardi, si ricollega direttamente a questa analisi spostando lo sguardo sulla composizione del reddito. Scomponendo infatti i redditi degli italiani è possibile tracciare una prima linea di faglia. La maggior parte dei redditi da pensione è concentrata nella metà più povera della popolazione, quelli da lavoro (autonomo e dipendente) si colloca tra la media e il 9° percentile più abbiente. Infine, nel 10% più ricco la quota maggiore è costituita dai redditi da capitale. Sulla scia di questa rappresentazione è stata introdotta in anni recenti la disuguaglianza di composizione, che misura la disuguaglianza nell’allocazione di reddito da capitale e da lavoro nella popolazione attraverso l’Income-Factor Composition Index (IFC). In base a questo indicatore, situazioni di maggiore disuguaglianza si verificano in società in cui poche persone beneficiano della maggior concentrazione di redditi da capitale, rispetto invece al resto della popolazione che vive di reddito da lavoro. Al contrario, una società più egualitaria si riscontra nel momento in cui capitale e reddito da lavoro sono equamente allocati lungo tutti i percentili della distribuzione dei redditi. A questo riguardo, il libro richiama uno studio del 2023 di Roberto Iacono e Marco Ranaldi, che mostra come in Italia la disuguaglianza di composizione sia diminuita negli ultimi tre decenni, dal momento che sempre più italiani hanno iniziato ad accantonare quote di reddito nei risparmi e negli investimenti.
Una distinzione che richiama il concetto marxista di classe dei capitalisti, ossia coloro che vivono di rendita e di capitale, contrapposta a quella dei lavoratori, economicamente dipendenti dall’esecuzione del proprio lavoro. Un’impostazione ripresa e approfondita nel secondo capitolo, a cura di Armanda Cetrulo e Maria Enrica Virgillito. Secondo le autrici, da diverso tempo si è persa di vista un’analisi del processo di riproduzione del valore del lavoro e della sua remunerazione e questa mancanza ha imposto il recupero del concetto di classe sociale come prisma interpretativo per comprendere le disuguaglianze. In prima battuta, Cetrulo e Virgillito affermano che la trasformazione delle società ha generato strutture più articolate del mondo del lavoro, provocando il superamento della tradizionale contrapposizione tra capitalisti e lavoratori tipica delle società industriali. Oggi sussistono infatti importanti differenze all’interno della stessa classe dei salariati. I lavoratori più qualificati diventano progressivamente più autonomi nelle loro funzioni e ottengono di conseguenza remunerazioni più elevate, da cui scaturisce un maggiore potere di controllo rispetto a lavoratori più in basso nella gerarchia aziendale. I manager, ad esempio, si configurano come una classe a sé a metà tra i capitalisti e gli operai poiché, seppur non detenendo i mezzi di produzione (salvo alcuni casi), esercitano un’autorità diretta sugli operai che li allinea alla classe dei capitalisti.
Le classi sociali vengono quindi rilette lungo tre assi fondamentali – proprietà, autorità e competenze – la cui combinazione non determina soltanto livelli differenti di reddito, ma soprattutto diverse capacità di orientare le dinamiche organizzative e, più in generale, l’assetto della società. È in questa prospettiva che emerge la categoria analitica di “potere”, empiricamente misurata dalle autrici attraverso la sua distribuzione tra otto macro-categorie professionali. Imprenditori, legislatori e manager occupano le posizioni apicali, grazie al controllo esercitato sulle risorse strategiche e sull’organizzazione del lavoro, da cui discendono maggiori redditi e ricchezza. Al contrario, le professioni con minore autonomia risultano collocate ai livelli inferiori della gerarchia del potere. A questo riguardo, le autrici rilevano che l’ampliamento delle distanze tra categorie professionali in termini di reddito – e quindi potere – si è rivelato uno dei principali motori della crescita delle disuguaglianze in Italia. Significativo a riguardo è inoltre il rapporto inverso tra potere e femminilizzazione delle occupazioni: i settori a più alta presenza femminile presentano livelli inferiori di controllo, maggiore precarietà e salari mediamente più bassi.
Proprio da queste premesse si sviluppa il terzo capitolo, a cura di Michele Bavaro e Giulia Mancini, che si concentra sulla disuguaglianza di genere. Indicatori come il Gender Pay Gap mostrano che in Italia il divario nella retribuzione oraria media tra uomini e donne è, in termini comparati, più contenuto rispetto alla maggior parte degli altri Paesi europei. Eppure, come ricordano Bavaro e Mancini, questo dato è in larga misura il prodotto della diffusione capillare dei Contratti collettivi nazionali del lavoro. Ciò che determina la disuguaglianza tra uomini e donne è invece la segregazione occupazionale e la relativa intensità lavorativa. Le donne sono concentrate in un numero limitato di professioni, soprattutto nel settore dei servizi – istruzione, sanità, commercio, ospitalità e ristorazione – caratterizzati da stipendi più bassi della media e da una diffusa presenza di contratti part-time, spesso involontari. Al di fuori della sfera professionale un ulteriore elemento di disuguaglianza è il lavoro di cura, ancora massicciamente sulle spalle delle donne rispetto ai connazionali uomini, nonostante i progressi della società. Molte donne, inoltre, sono occupate in ambiti di lavoro irregolare e non tracciato che sfuggono alle statistiche nazionali, e per cui sarà necessario identificare nuovi strumenti di analisi.
Dopo quattro capitoli dedicati alle disuguaglianze di reddito e ricchezza, nel quinto capitolo, a cura di Giuliana Freschi e Francesca Subioli, lo sguardo si sposta sul tema della mobilità sociale. Nonostante il Novecento sia considerato un secolo – ad eccezione dei due “intervalli” delle guerre mondiali – che ha generato prosperità diffusa, le autrici riportano diversi studi, tra cui le stime del Global Database on Intergenerational Mobility della Banca Mondiale, che segnalano come questo processo si sia lentamente fermato per i nati dagli anni Cinquanta in poi, soprattutto per quanto concerne la mobilità relativa. La differenza, infatti, che operano i ricercatori è quella tra mobilità assoluta, ovvero il movimento complessivo di tutte le categorie socioeconomiche verso l’alto o verso il basso, e tra mobilità relativa, che è invece il cambiamento di status socioeconomico in termini di reddito, ricchezza, istruzione e salute di una specifica categoria rispetto ad un’altra, come possono essere, ad esempio, gli operai dell’industria pesante in confronto ai ceti impiegatizi.
Sebbene oggi la qualità materiale della vita delle nuove generazioni sia, in termini assoluti, migliorata in più ambiti rispetto a quella delle generazioni precedenti, in quasi tutti i Paesi avanzati si è aperta una forbice in termini relativi che ha visto categorie professionali – in particolare quelle citate in precedenza, come manager e imprenditori – muoversi verso l’alto in maniera sproporzionata rispetto ad altre categorie caratterizzate da redditi medio-bassi. L’incidenza, in particolare, del reddito dei genitori, misurata attraverso indicatori come l’elasticità intergenerazionale (IGE), è cresciuta significativamente nei Paesi OCSE. In Italia, sottolineano gli autori, diversi studi (tra cui anche quelli firmati dalla Banca d’Italia) testimoniano che più della metà del reddito dei figli dipende dal reddito dei genitori. Il legame diretto con la disuguaglianza è evidente, ed è negativo: dal momento che il futuro di una generazione dipende sempre più dalle condizioni di partenza dei genitori, l’Italia, caratterizzata da decenni di redditi stagnanti, si configura come un Paese con un’economia rigida in cui il meccanismo dell’ascensore sociale si è bloccato. Non sorprende, quindi, che questa caduta della mobilità sociale relativa sia avvenuta in concomitanza dell’esplosione delle disuguaglianze nel nostro Paese.
Dopo aver attraversato le molteplici forme delle disuguaglianze, il sesto capitolo, a cura di Marco Ranaldi, posa lo sguardo oltre i confini nazionali e colloca l’Italia dentro lo schema delle disuguaglianze mondiali. In un mondo sempre più globalizzato, anche la distribuzione del reddito e della ricchezza necessita di essere letta con una lente globale. Ranaldi cita, in questo contesto, le ricerche di Branko Milanović, che evidenziano come dalla caduta del Muro di Berlino in poi la disuguaglianza globale dei redditi si sia progressivamente ridotta fino ad oggi. Il motore principale di questa convergenza è stata l’ascesa di una nuova “classe media globale”, trainata dalla crescita economica di Paesi come Cina e India. Tuttavia, se le distanze tra Paesi si sono accorciate, le disuguaglianze all’interno dei singoli Stati hanno spesso seguito la direzione opposta. Nelle economie avanzate, in particolare, la quota di reddito e ricchezza detenuta dall’1% più ricco è aumentata in modo significativo.
È in questo quadro che si colloca il caso italiano. Ranaldi, infatti, mostra come, nello stesso arco temporale in cui la disuguaglianza globale diminuiva, l’Italia abbia conosciuto un progressivo arretramento nella gerarchia mondiale dei redditi. Il dato più significativo riguarda il 30% più povero della popolazione italiana. Nel 1988 questo gruppo si trovava nel settimo decile della distribuzione mondiale dei redditi, cioè aveva un reddito superiore a quello del 70% della popolazione globale. Oggi, invece, la stessa fascia è scesa al quinto decile, posizionandosi circa al livello medio della distribuzione mondiale. In altri termini, una parte consistente della società italiana ha perso terreno rispetto al resto del mondo. Diversa è stata invece la traiettoria dei segmenti più abbienti. A partire dal quarto decile della distribuzione dei redditi in Italia, la popolazione è rimasta stabilmente collocata intorno all’ottavo decile della distribuzione globale, mentre la componente dei più ricchi non ha registrato arretramenti significativi nella gerarchia mondiale dei redditi. A contribuire a questo arretramento è stata soprattutto l’ampiamente documentata stagnazione dei redditi italiani rispetto ai mercati delle economie ex emergenti come la già citata Cina, e la trasformazione del mercato del lavoro, in cui è cresciuto il peso del reddito da capitale rispetto a quello da lavoro, come riportato in precedenza. Ne deriva che «se la riduzione delle disuguaglianze globali è un fatto positivo, legato all’affrancamento di miliardi di persone dalla povertà, la maggior parte della popolazione italiana ha ben poco da guadagnare da questa tendenza, a differenza di una ristretta élite che continua a trarre vantaggio da tali dinamiche» (p. 158).
Il volume si chiude con il settimo capitolo a cura di Matteo Coronese ed Elisa Palagi, dedicato al nesso tra cambiamento climatico e disuguaglianze. Se è ormai un dato acquisito che l’attività umana sia responsabile dell’aumento delle temperature globali, la letteratura economica mostra anche un legame diretto tra concentrazione della ricchezza ed emissioni: le fasce di reddito più elevate producono quantità di CO₂ nettamente superiori, sia per stili di consumo ad alta intensità energetica, sia per investimenti in settori inquinanti come i combustibili fossili, mentre i costi climatici ricadono soprattutto sui più poveri, in particolare nel Sud globale e nelle aree più vulnerabili, come zone costiere e regioni a forte intensità agricola. Gli autori passano in rassegna le metodologie più avanzate relative alle stime degli effetti economici del riscaldamento globale, basate su funzioni “dose-risposta” integrate con diversi scenari emissivi (Representative Concentration Pathways) e traiettorie socioeconomiche (Shared Socioeconomic Pathways), da cui emergono proiezioni fortemente negative. In assenza di politiche di mitigazione, le disuguaglianze di reddito potrebbero aumentare fino al 24% a livello globale e l’86% dei Paesi potrebbe diventare più povero entro il 2100. L’analisi, ancora una volta, è infine applicata al caso italiano, Paese mediterraneo particolarmente esposto, a partire da uno studio del 2024 che stima come un aumento di 1°C potrà comportare una perdita di circa il 3% del reddito per il 25% più povero della popolazione.
In conclusione, i saggi raccolti in Non è giusta ambiscono a mettere gli strumenti della ricerca accademica al servizio del dibattito pubblico, offrendo nuove chiavi di lettura per contestualizzare e capire meglio la portata delle tante disuguaglianze che attraversano la società italiana.