“Non è un destino. La violenza maschile contro le donne, oltre gli stereotipi” di Lella Palladino
- 26 Luglio 2021

“Non è un destino. La violenza maschile contro le donne, oltre gli stereotipi” di Lella Palladino

Recensione a: Lella Palladino, Non è un destino. La violenza maschile contro le donne, oltre gli stereotipi, prefazione di Valeria Valente, Donzelli editore, Roma, 2020, pp. 216, 14,00 euro (scheda libro)

Scritto da Letizia Marra

7 minuti di lettura

Per quale motivo gli uomini si sentono autorizzati a usare violenza sulle donne, come se fossero degli oggetti che possiedono? Non è un destino. La violenza maschile contro le donne, oltre gli stereotipi di Lella Palladino, edito da Donzelli con la prefazione di Valeria Valente, senatrice e Presidentessa della Commissione parlamentare di inchiesta sul femminicidio, nonché su ogni forma di violenza di genere[1], risponde con competenza e delicatezza a questa domanda complessa e dolorosa.

Nel testo Lella Palladino – sociologa femminista, fondatrice della Cooperativa sociale E.V.A. che gestisce centri antiviolenza e case famiglie in Campania, già Presidente dell’Associazione D.i.Re (Donne in Rete contro la violenza) e membro del Forum Disuguaglianze Diversità – ripercorre le storie di alcune delle numerose donne che ha conosciuto negli anni di lavoro nei centri antiviolenza, mostrando le tante forme della violenza maschile e le strade per combatterla.

Esistono dei temi che sembrano troppo delicati per poterne parlare liberalmente, nonostante siano proprio quelli che necessiterebbero di essere affrontati a viso aperto. Sono tabù che ci è stato insegnato a ignorare deliberatamente, di cui si sussurra di nascosto, a cui si applica la retorica delle colpe e del peccato, invischiati di pettegolezzo. La violenza, per esempio. Non una violenza qualsiasi. Non abbiamo remore a parlare di pestaggi, risse, persino di guerre. Perché sono estremamente connaturate al tipo di dinamica alla quale siamo più abituati. Ma c’è un tipo di violenza che abbiamo imparato a riconoscere troppo tardi – e forse non sappiamo ancora farlo – sebbene sia, probabilmente, la più antica di tutte: la violenza maschile contro le donne. Contro le “loro” donne: madri, figlie, sorelle, amanti, mogli.

Nella prefazione al volume, Valeria Valente si chiede se questo tipo di violenza risponda alla domanda che si pone il sociologo Pierre Bourdieu, cioè se l’amore sia o meno «la forma suprema, perché la più sottile, la più invisibile, della violenza simbolica». Dalla lettura del saggio, emerge chiaramente come il problema non sia l’amore di per sé: il problema è l’educazione all’amore, la cultura sottesa che oggettifica costantemente la donna, i costrutti patriarcali che la rendono preda, vittima, che additano, colpevolizzano la madre che denuncia un marito violento, perché smette i panni di buona madre e sposa. Il patriarcato è l’origine della violenza, perché si basa su una rete di disparità, mancanza di autonomia e indipendenza, che stringe ancora di più il legame tossico che incatena la vittima al suo carnefice.

Valente e Palladino hanno creato una rete di magistrati, avvocati, assistenti sociali e psicologi che sostengano le donne in difficoltà. Nel volume, Valente illustra la specificità e la valenza del centro antiviolenza: non è soltanto un luogo di accoglienza, ma un ente preposto a sensibilizzare chiunque dovesse entrare in contatto con una donna in difficoltà, perché si argini la violenza dalle origini, tentando di formare adeguatamente la società tutta. Ed è importante che il centro antiviolenza possa essere indipendente, in modo che i criteri di selezione delle donne in difficoltà vengano definiti dalle donne che gestiscono i centri e non siano criteri istituzionalizzati, ma esterni, lontani da chi conosce tale realtà.

Palladino sottolinea come il problema della violenza contro le donne in Italia venga alimentato anche dalla recezione errata della legge 119/2013, che stanzia risorse per i centri antiviolenza: tali risorse, nel caso italiano, non sono erogate omogeneamente e continuativamente. La legge 119 mette in pratica la Convenzione di Istanbul, o Convenzione sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica. Adottata dal Consiglio d’Europa l’11 maggio 2011, è entrata in vigore il 1° agosto 2014. Nella Convenzione, la violenza maschile contro le donne è trattata alla stregua di una violazione dei diritti umani.

I costrutti patriarcali più radicati sono difficili da smantellare: per esempio, pensiamo al modo in cui consideriamo il lavoro domestico. Il PIL dei Paesi occidentali si fonda non solo sullo sfruttamento lavorativo degli ultimi, ma anche sul lavoro totalmente gratuito svolto dalle donne in ambito domestico, come brillantemente individuato dall’economista femminista Antonella Picchio. Percepire il lavoro della donna come scontato e dovuto, la sottopone all’uomo, non la mette in grado di soddisfare autonomamente i bisogni suoi o dei figli, rendendole impossibile la denuncia e l’allontanamento.

Palladino struttura il libro in tre capitoli: Orchi, Principi e Principesse, titoli che prendono spunto dallo stereotipo che romanticizza il rapporto sentimentale, idealizza le relazioni fra uomo e donna, assicurandole che la chiave della felicità sia “trovare il suo principe”, senza mai metterla in guardia della potenziale pericolosità incarnata da quell’uomo. Le donne vittime di violenza sono costrette a soffrire due volte subendo la vittimizzazione secondaria: nel momento in cui la donna riesce a raccogliere le forze necessarie a denunciare, si ritrova vittima della violenza istituzionalizzata. Messa in dubbio in quanto vittima, in quanto donna, in quanto madre, abbandonata dalle istituzioni, che la invitano a continuare a sopportare, invece di denunciare ciò che è costretta a vivere quotidianamente sulla sua pelle.

In Orchi, la prima sezione di Non è un destino, Palladino racconta della propria esperienza diretta nei centri antiviolenza e delle donne che ha incontrato. Narra degli uomini che si sono scagliati contro le loro stesse figlie. Narra di Lia, abusata dal padre fin dall’infanzia. Dei figli di Lia, nati proprio dalla violenza del padre e da lui a loro volta abusati. Lia, che ha dovuto subire la violenza medica: un chirurgo decise, senza sua autorizzazione e consenso, di legarle le tube dopo il terzo parto, rendendola sterile. Lia, quasi cieca e affetta da un lieve deficit cognitivo, perché nessuno si era occupato di curare i suoi problemi alla vista o di educarla e scolarizzarla quando era una bambina. Grazie al Centro E.V.A., oggi Lia non è più considerata legalmente interdetta, ha la piena cittadinanza, ma le è stata revocata la responsabilità genitoriale[2]. La figlia maggiore di Lia, appena diventata maggiorenne, ha scelto di non vederla più.

Palladino narra anche di Francesca, che sin da piccola tentava di proteggere la madre frapponendosi con il proprio corpo fra lei e il padre, come uno scudo. Il padre abusava della madre e di lei: per evitare che toccasse la sorella minore, era Francesca a offrirsi a lui come vittima scarificale. O di Caterina, che per non farsi mettere in dubbio dalle autorità competenti aveva dovuto registrare le conversazioni fra lei e il padre, che le somministrava psicofarmaci e la sottoponeva a perizie che provassero le sue scarse capacità cognitive, affinché venisse interdetta e lui potesse ricevere la sua pensione di invalidità.

Nella sezione dedicata ai Principi, invece, Palladino mette in discussione l’idea classica di idillio romantico imposta alle bambine sin dall’infanzia. Lo fa riportando le storie di donne annichilite da “principi” che hanno distrutto le loro vite, quelle dei loro figli e delle loro famiglie. Storie come quella di Paola che ci ricorda come la violenza maschile non si verifica soltanto in contesti arretrati, degradati, affetti dalla poca scolarizzazione. Paola si è laureata in ingegneria, è una donna brillante, dalla formazione femminista, colta, preparata, che si è innamorata di un uomo all’apparenza mite, un medico affermato. Un principe a cui è però caduta la maschera, rivelando un uomo violento, ossessivo, che non ha avuto remore a sfruttare i figli ancora bambini come strumento per perseguitare la madre: «faceva irruzione in casa quando voleva, senza regole, prendeva e posava i bambini e utilizzava ogni occasione per controllarla, per invadere la sua vita, per capire se stava cominciando nuove relazioni e, cosa peggiore di tutte, aveva preso a screditarla ancor di più con i bambini». Paola ha dovuto faticare per non trasmettere loro la mascolinità tossica e l’aggressività feroce che il padre esibiva nei suoi confronti. Ha dovuto lottare contro la convinzione diffusa nei tribunali che sia necessario evitare il distaccamento fra genitore e minore, come se l’esempio di un padre violento potesse giovare al bambino[3].

A schiudere l’uscio a un raggio di sole, ecco le Principesse, che si sono alzate dopo i graffi, i pugni e le violenze. Principesse che riescono ad aiutare altre donne in difficoltà. Come Sonia, che ha testimoniato pubblicamente, in diretta tv, che ci si può liberare dai mostri. Se è vero che esistono trasmissioni televisive criticabili per la spettacolarizzazione eccessiva della violenza maschile, è anche vero che molte vittime si sono rivolte al 1522 (numero antiviolenza e stalking) solo dopo aver visto altre donne vittime di violenze raccontare la propria esperienza in televisione, come Sonia.

In tutte queste favole storte, l’unica presenza da fiaba, innegabile e perenne, è quella delle fate madrine, donne che lavorano incessabilmente e senza paura nei centri antiviolenza, benché consapevoli dei rischi che corrono ogni giorno. Lucide e coscienti di come i femminicidi e le violenze siano fortemente aumentate nei mesi di convivenza forzata che sono stati causati dall’emergenza sanitaria. A questo proposito, il Consiglio d’Europa ha pubblicato un rapporto, il Rapporto GREVIO, curato da un gruppo di esperte e esperti sulla violenza, che esorta l’Italia a sforzarsi per mettere in atto misure efficaci per contrastare la violenza maschile. Il Rapporto si riferisce alla legge 38/2009 sullo stalking, alla 119/2013 sulla necessità di istituire dei servizi di supporto alle vittime, alla 69/2019, la “Codice Rosso” che aggrava la disciplina penale e processuale sulla violenza di genere e domestica.

A lettura conclusa, le considerazioni di Palladino aumentano la nostra consapevolezza: «la violenza contro le donne è l’estrema, grossolana, scalpitante, scomposta e irriducibile manifestazione del potere maschile che se ora, qui in Occidente, resta fortemente limitato dalle norme, resiste in mille forme di legittimazione, si genera nella cultura e si nutre di nuove e vecchie visioni del mondo e della vita».

L’obiettivo a cui, come società nel suo complesso, dobbiamo puntare è una educazione generale alla parità di genere, dall’ambito scolastico a quello lavorativo[4]. Comprendere che le donne, tutte le donne, sono abituate alla violenza, in ogni suo aspetto, da quella verbale, a quella lavorativa o accademica, alla più subdola violenza domestica. Puntare sull’introduzione al femminismo in ogni ambiente e alla rimozione della mascolinità tossica, sin dall’infanzia. Per rendere le donne libere. Libere di non temere gli uomini quando tornano a casa da sole. Libere di non sentirsi costantemente valutate, pesate dallo sguardo maschile. Libere di denunciare senza paura di essere additate, screditate, di rischiare di non essere credute. Perché non considerino più gli uomini un pericolo. Perché non abbiano più paura di vivere e perché sappiano che «la violenza non è un destino».


[1] La Commissione parlamentare d’inchiesta sul femminicidio, nonché su ogni forma di violenza di genere è stata istituita nel 2017. Lo scopo della Commissione è comprendere la reale dimensione del problema femminicidio e della violenza di genere in Italia.

[2] Il concetto di responsabilità genitoriale è stato introdotto dal regolamento europeo n. 2201/2003 (Bruxelles II bis disciplina le questioni matrimoniali e genitoriali all’interno dell’Unione Europea), privilegiando i doveri dei genitori nei confronti dei figli, introdotto in Italia con la riforma del 1975, che trattava di “potestà” genitoriale, eliminando la disparità fra uomo e donna. L’interesse dei genitori deve essere tutelare i figli, il padre non è più autorizzato a esercitare dispoticamente i suoi diritti su di loro e sulla moglie.

[3] Abitudine che viola l’articolo 31 della Convenzione di Istanbul, che impone di valutare gli episodi di violenza vissuti dai minori. Nel considerare i diritti di custodia e visita, bisognerebbe tenere conto dei processi ai danni del padre per violenza alla madre, a cui hanno assistito i figli. Bisognerebbe applicare misure cautelari come il divieto di avvicinamento e gli ordini di protezione contro gli abusi familiari.

[4] Come fa Maschile Plurale Associazione Nazionale a servizio della Rete per il cambiamento dei modelli sessisti, misogini e patriarcali.

Scritto da
Letizia Marra

Laureata presso l’Alma Mater Studiorum di Bologna in Culture Letterarie Europee, conseguendo un doppio diploma italo-francese. Attualmente, frequenta il corso di laurea magistrale in Scienze storiche ed orientalistiche presso lo stesso ateneo. È interessata agli studi di genere e alla storia delle donne.

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