Non solo nuvole. Ingrao politico tra masse e Stato

Pietro Ingrao se n’è andato. Come in questi giorni ha sottolineato Gianpasquale Santomassimo (il manifesto 29. 9. 2015) più che sull’”eretico”, il “movimentista”, l’”acchiappanuvole” – come egli stesso si definirà in sede autobiografica – al momento di trarre un bilancio di una vita di militante del movimento operaio conviene forse soffermarsi sulla sua concretezza di comunista italiano della seconda metà del ventesimo secolo. La parabola politica di Ingrao si iscrive infatti a pieno, pur nella sua ovvia specificità, all’interno di quella straordinaria vicenda politica, intellettuale ed umana che fu il gruppo dirigente togliattiano del PCI. Circola, a proposito di quel gruppo dirigente, quando non dell’intera storia del PCI, una sorta di leyenda negra, partorita negli anfratti della pubblicistica conservatrice e poi, veicolata dai media mainstream, assurta a dignità di Weltanschauung egemonica. Una leyenda negra che vuole ridurre un percorso politico dei più complessi e radicati nella realtà sociopolitica italiana a poco più di un complotto, ordito a partire dall’età staliniana nelle gelide stanze del Cremlino, e poi dispiegatosi in epoca repubblicana grazie ai servili auspici di cattedratici compiacenti.

Senza voler negare i limiti di una esperienza comunque storicamente ormai chiusa, bisognerà certo ammettere che nel Partito nuovo confluirono una varietà di percorsi collettivi, politici e generazionali, tra i più variegati, talvolta perfino potenzialmente conflittuali, ma comunque destinati a segnare in profondità la storia del Paese. Il gruppo di coloro che, per lo più giovanissimi, avevano fondato l’allora PCd’I, di cui il Segretario era l’esponente di punta, giunse all’appuntamento con la Repubblica falcidiato dalla repressione fascista, la guerra e l’esilio, oltre che dalle numerose diatribe ideologiche sorte nella Terza Internazionale già poco tempo dopo la sua nascita. Questo gruppo si arricchì di una leva generazionale appena successiva, arrivata al comunismo sotto l’imperativo categorico dell’opposizione al fascismo trionfante, e che nelle capacità organizzative e di abnegazione dei partiti comunisti (e nel ruolo internazionale giocato dall’URSS) scorse l’unico baluardo possibile contro la barbarie apparentemente inarrestabile. Coloro che, per dirla con Pablo Picasso, andarono incontro al comunismo “como el agua se va al manantial”. Non si trattò di un fenomeno solo italiano, anzi tutt’altro (l’autobiografia dello storico inglese Eric J. Hobsbawm rimane tra i documenti più probanti in materia); caratteristica del comunismo italiano – ed in parte di quello francese – fu semmai quella di legare alle sorti del Partito quelle numerose esperienze anche nell’epoca della riconquistata “normalità”. Ulteriori componenti vivificarono la linfa del Partito nel fuoco del secondo conflitto mondiale. Il PCI fu anche il Partito della Resistenza e della lotta armata, e da quell’esperienza, per certi versi pre-politica o comunque non solo politica, seppe trarre una legittimità forte, al di là di sterili polemiche circa presunte mitologie create ex post, e produrre un gruppo dirigente credibile agli occhi del popolo uscito martoriato dalla prova della guerra. E concorse infine, alla formazione del gruppo dirigente del partito nuovo, una leva di giovani intellettuali, per lo più provenienti dal ceto medio. A quest’ultimo ceppo appartenne Ingrao. Da questo punto di vista, seguire la traiettoria che lo portò all’iscrizione al PCI assume una valenza più generale: nella strategia di Palmiro Togliatti era infatti presente un vero e proprio assillo per il coinvolgimento nel Partito della generazione di giovani intellettuali cresciuti sotto il fascismo.

Nel primo periodo repubblicano, come uomo di partito Ingrao non si distaccò dall’ortodossia togliattiana. La sua fama di “eretico” rimonta alla metà degli anni Sessanta. Celebre l’incipit del suo discorso all’XI Congresso del 1966 (“Sarei insincero se tacessi che il compagno Longo non mi ha persuaso…”), in cui si rivendicava il diritto al dissenso nella vita interna di un Partito comunista. Ma non era solo sul tappeto una questione di metodo, ma anche di merito, che poi stava alla radice della celebre disputa tra lo stesso Ingrao e Giorgio Amendola. La visione di Amendola era infatti accusata di rimanere legata ad una lettura tradizionale delle dinamiche presenti nel Paese, e di attardarsi pertanto su una tattica di retroguardia, mentre il conflitto di classe poneva la sinistra politica di fronte ad obiettivi più avanzati. Saltava così il tradizionale schema dell’identificazione tra politica del movimento operaio e interesse generale nei suoi termini più immediati, quali potevano essere quelli dello scontro per la ripartizione del latifondo meridionale. Lo sviluppo capitalistico in atto tendeva ad esaltare, al di là della propaganda sull’“integrazione” operaia, la contraddizione principale tra capitale a lavoro, facendo perdere valore alla tradizionale parola d’ordine della lotta del movimento operaio contro “i residui pre-capitalistici” dominanti nel Paese. Di conseguenza, ne usciva ridimensionata la valenza di rottura dei governi di centro-sinistra da poco varati, nei confronti dei quali il PCI era chiamato da Ingrao ad una opposizione senza sconti, rafforzando e rinnovando l’alleanza con il movimento dal basso delle masse subalterne.

Da uomo delle istituzioni Ingrao visse invece il periodo di crisi più acuto della Repubblica nata dalla Resistenza, quello culminato nel rapimento e nell’omicidio di Aldo Moro. Sono gli anni in cui inizia a prendere campo, nel senso comune, il discorso sulla necessità della riforma costituzionale come via al superamento di presunte tare genetiche presenti nel corpo della democrazia repubblicana. Contro Norberto Bobbio e la sua insistenza su aspetti meramente procedurali (la riforma elettorale come via obbligata al miglioramento della “qualità democratica” del Paese), per Ingrao il problema della riforma istituzionale è il problema della necessità della sempre maggiore immissione delle masse nella vita dello Stato, di un rinnovato e via via più stretto rapporto tra Stato e popolo, pena lo svilimento della stessa democrazia rappresentativa. Esiste una specie di elemento costituente di ultima istanza, e questo è il movimento delle classi popolari in ascesa.

Una riflessione di carattere generale sulle grandi figure della storia del movimento operaio del Novecento non dovrebbe mai prescindere dal dato della massiccia presenza delle masse sul proscenio della politica. Per una generazione che aveva visto il fascismo affermarsi anche come canale di superamento – gerarchico e passivo – dello iato tra popolo e Stato liberale, il problema era quello di ribaltare una tale prospettiva, in maniera tale che le classi subalterne vivessero da protagoniste la vita dello Stato, e traducessero questo protagonismo in termini democratici e progressivi. In Ingrao, forse, questo tema era ancor più presente che in altri dirigenti del PCI. La questione era declinata lungo due linee convergenti. Da una parte, il ruolo del Partito come elemento di organizzazione del conflitto (di organizzazione e non di disciplina volutamente si parla, per sgombrare il campo da equivoci di natura funzionalista) e di formazione di una classe dirigente nuova – nuova nel senso di espressione diretta di classi sociali tradizionalmente escluse dalla direzione del Paese. Dall’altra, il ruolo delle istituzioni come il luogo della più alta espressione politica del conflitto organizzato. Il tema della “centralità del Parlamento” emerge quindi dalla riflessione ingraiana non come la via al mantenimento in vita della partitocrazia tramite il consociativismo – come da sempre vociferato da una propaganda interessata soprattutto ad erodere i meccanismi storicamente deputati a dar rispondenza politica al conflitto sociale – ma appunto come garanzia di rappresentanza democratica e pluralistica dello scontro insito in una società conflittuale. Per questo il Parlamento non si presenta, in Ingrao, come un’oasi in un deserto istituzionale, ma al centro di una fitta rete di poteri e contropoteri che sta al protagonismo della classi subalterne vivificare quotidianamente.

In questa visione sono implicite a loro volta due conseguenze di notevole portata. La prima è un giudizio sul ruolo dello Stato più ricco rispetto ad una parte almeno della vulgata marxista, che voleva lo Stato come il baluardo ultimo delle classi privilegiate; ma anche distante – e qui emergono ancora i termini della polemica con Bobbio – da una visione meramente “neutrale” dello Stato stesso. La seconda è una lucida coscienza – visibile nel continuo appello alle classi subalterne alla mobilitazione democratica implicita nella teorizzazione di Ingrao sullo Stato – della reversibilità di ogni processo politico progressivo, qualora venga a mancare la spinta popolare dal basso.

Da questo punto di vista, processi che Ingrao da protagonista politico aveva potuto solo intravedere, sono poi esplosi in tutta la loro cogenza, quando sono venute a maturazione tendenze di lungo periodo. La storia degli ultimi trent’anni è storia della progressiva espulsione della classi subalterne dal teatro della lotta e della rappresentanza politica. La perdita di centralità della classe operaia, attore che più di ogni altro aveva dotato il conflitto di una sua memoria e continuità “istituzionale” ed il conseguente esplodere del conflitto stesso in mille rivoli che è difficile portare a sintesi; l’affermazione di nuovi modelli del consumo del tempo libero; lo svuotamento infine dei centri tradizionali della sovranità democratica: tutti fattori che hanno ricondotto la democrazia liberale a mera circolazione di élites.

Per questa via, i partiti sono deperiti a comitati elettorali “scalabili”, il cui personale è regolarmente selezionato tra le fila dei gruppi dirigenti tradizionali, o tra quelle di un ceto medio ipertrofico che cerca nel mestiere della politica una scorciatoia al privilegio personale. La vita delle istituzioni ne risulta a sua volta giocoforza insterilita: mentre la bagarre politica si avviluppa attorno al perno della governabilità – cioè dell’accrocchio apparentemente bipolare attorno alla gestione della modernizzazione capitalistica – e risponde a logiche frutto di una esportazione di sovranità verso istituzioni democraticamente irresponsabili, il conflitto scorre a monte, inascoltato, per esplodere di tanto in tanto in jacqueries postmoderne prive alla lunga di efficace direzione, collegamento e verticalità egemonica.

Riflettere sull’eredità di Pietro Ingrao significa riflettere, da un punto di vista monografico, sulla necessità dell’incontro tra la politica e le classi subalterne per la salvezza della democrazia. Ce n’è davvero molto bisogno.


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È dottore di ricerca in storia contemporanea per l’Università di Bologna. È autore di studi sulla storia del movimento operaio italiano ed europeo e editorialista del quotidiano “Il Manifesto”.

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