“Parole che allungano la vita” di Ivano Dionigi
- 21 Luglio 2020

“Parole che allungano la vita” di Ivano Dionigi

Recensione a: Ivano Dionigi, Parole che allungano la vita. Pensieri per il nostro tempo, Raffaello Cortina Editore, Milano 2020, pp. 112, 12 euro (scheda libro)

Scritto da Matteo Panari

7 minuti di lettura

Il pensiero, il lógos, è la differenza fondamentale tra l’uomo e la bestia: all’uomo il pensiero permette di vivere e non semplicemente di stare al mondo; all’uomo il pensiero permette di vivere anche senza essere al mondo; grazie al suo lógos l’uomo può vivere oggi anche se è morto secoli fa; un uomo che vive senza lógos è già morto. Vivere non significa passare attraverso gli anni, ma attraverso i pensieri: una vita lunga non è una vita che accumula anni, ma pensieri, perché il pensiero è parola e la parola è vita.

Il primato della parola

Ivano Dionigi, il figlio e il padre, lo studente e il maestro, il professore e il rettore, il cittadino e l’amministratore pubblico, lo studioso e il militante, ha avuto cura della parola da filologo, l’ha usata con prudenza ed attenzione in cattedra davanti a giovani studenti, ne ha testato la potenza dalla scrivania da cui amministrava l’Alma Mater di Bologna, ne ha fatto l’ispirazione del suo impegno politico quando ha partecipato al governo della res publica, la sua città di adozione, dal seggio del Consiglio Comunale di Bologna. «Nell’era del maximum dei mezzi di comunicazione sperimentiamo il minimum della comprensione e, dall’altra parte, a fronte della complessità e moltiplicazione dei problemi economici sociali e morali operiamo una riduzione e un impoverimento del linguaggio». La denuncia di Ivano Dionigi è limpida, senza ambiguità: il nostro presente parla male, si esprime male e, così facendo, ognuno fa del male alla propria anima e, insieme, contribuisce all’impoverimento della dimensione comune. Oggi la parola è un mezzo e non più una identità, è scambiata per vocabolo, essere morto e non vivo, attorno a cui si addensano le ombre e si riduce la luce. Alla parola abbiamo fatto perdere la funzione generatrice di vita, divina. Davanti alla parola si fugge: è utile non farla coltivare, non averne cura, perché la sua legge smentirebbe, togliendo loro il velo, smascherandone le forme di devianza, i demagoghi che dell’ambiguità, di parole mal usate si servono e si nutrono: «scriviamo flessibilità ma i giovani leggono disoccupazione, usiamo l’eufemismo economia sommersa ma sappiamo bene che si tratta di lavoro nero, diciamo guerra preventiva ma gli interessati la vivono come un’aggressione; e mai parola fu più opaca della sbandierata trasparenza», per citare alcuni esempi del professore. La parola è l’unità di misura dell’uomo: parla bene e sarai giusto, conosci il significato autentico e avrai una difesa: «chi abbia letto una sola tragedia greca, una sola ‘invettiva’ dantesca, un verso della Ginestra, saprà ascoltare, saprà riconoscere i propri limiti e i valori altrui, ma passivamente obbedire mai» cristallizza Massimo Cacciari.

La centralità del tempo

Dove è rivolto oggi il nostro sguardo? Non è più lo sguardo ampio di Petrarca, simul ante retroque prospicens, che accoppia nel suo campo visivo il passato e il futuro, ciò che sta davanti e ciò che sta dietro, insieme, perché il tempo, «la cosa più preziosa. Bene personale e universale», si muove dinamico, instaura relazioni tra passato, presente e futuro. L’uomo, oggi, non si allontana dal presente, vi rimane impigliato a causa dei suoi «pensieri mignon», vanto illusorio di un tweet, come l’autore aveva analizzato nel precedente Il presente non basta, il testo con cui lo studioso rende omaggio alla passione di una vita, il latino. L’uomo non si sposta più tra i tempi: i viventi hanno voluto uccidere i padri, così hanno perso il rapporto con la tradizione, hanno ridotto le loro gambe, così non riescono a vedere il futuro e ad andargli incontro. L’uomo si muove solo attraverso lo spazio, che è solo un’altra modalità del medesimo presente, staticità non dinamismo, «la sommatoria delle forze». Un volo low-cost mi sposta, ma la scaletta dell’aereo toccherà sì un’altra terra, ma il medesimo presente.

Le arti

L’uomo deve essere pensiero e mano, lógos e téchne: una mano che agisce, senza un pensiero che la guida, non porta alcun progresso; un pensiero che si interroga, senza una mano che sperimenta la risposta, non porta alcun progresso. Ivano Dionigi ripercorre la nascita e l’evoluzione della parola “tecnologia”, il lógos indissolubilmente legato alla téchne, attraverso Prometeo, Socrate e Steve Jobs. Non è stata sufficiente la sovranità della macchina di Prometeo «perché la tecnica invocava la necessità e il primato della politica» e l’uomo necessitava di “cieche speranze” con cui non porre limiti ai sogni; la macchina doveva essere affiancata dall’assillo delle domande che interrogano come artigli, dalla contaminazione delle ragioni che si incontrano tra loro, in dia-logo appunto: quel dialogo «che, senza infingimenti e compromessi, ci faccia uscire “dal discorso privato” (ídios lógos) […] e ci faccia approdare al “discorso comune” (koinòs lógos)», ci doni «la scienza dell’intero». Solo l’ars interrogandi delle arti liberali, sposate con la tecnica, ha fatto cantare il cuore delle menti folli ed affamate, che «abitano le domande», pronte ad immaginare e realizzare il mai pensato, ad ereditare ed inventare, come quella di Steve Jobs.

Il miracolo della scuola

Tra le mura della scuola e l’università nasce il futuro, si formano cittadini e non semplicemente utili impiegati. Alla scuola, appena un anno fa, in Osa sapere, Ivano Dionigi aveva affidato questa denuncia «Martoriata da un terremoto continuo di riforme e riformette (brutta infiammazione la riformite!), vive sospesa tra la perdita del senso nativo e l’attesa di una nuova missione». Appena un anno dopo, in un mondo dove lo sguardo punta disperato nel vuoto delle certezze perdute, Dionigi lancia un grido di allarme per una scuola che rischia definitivamente di snaturarsi, la vera vittima della pandemia in corso, insieme al patrimonio umano di cui dovrebbe prendersi cura, che dovrebbe allevare, custodire, difendere, assistere, sostenere: i giovani, gli studenti, l’ossessione del professore e per cui la cui condizione di fragilità il professore si dispera. La ricostruzione del Paese necessiterà di «una duplice chiamata: da un lato, quella dei migliori cervelli, in seduta permanente in una sorta di CERN politico, economico, sociale, culturale per progettare il futuro; dall’altro, quella dei ventenni, perché siano i protagonisti della rinascita». Dalla scuola deve provenire la reazione alla pandemia e alla crisi sociale generata, con soluzioni estreme; della scuola i ragazzi devo essere attivi protagonisti e responsabili, il luogo in cui «gli studenti possono munirsi di “scarponi chiodati”» per citare l’affezionato Mandel’štam.

Il futuro nel sangue

Ai giovani il professore sta dedicando tutte le sue energie, terminato il mandato di Magnifico Rettore dell’Università di Bologna, girando l’Italia da Agrigento a Bolzano, in pellegrinaggi che hanno come mete sacre le aule magne delle scuole e delle Università, per incontrarli nel luogo di massima equità sociale e tutela per i loro talenti. È per loro che deve suonare come un monito ai naviganti l’ambiguità della parola “rivoluzione” «che da un lato indica il mutamento repentino e radicale, dall’altro evoca il ritorno ciclico delle cose al loro stato d’origine». A quelli che momentaneamente, durante la lettura del libro, diventano “suoi” ragazzi Ivano Dionigi vuole consegnare il primo significato, rivolgendo loro l’invito tratto dalla lezione dell’amato Seneca a non vivere nascosti (láthe biósas), come vorrebbe Lucrezio, l’altra metà tanto amata dal professore dell’humanitas, «a fare politica: non solo per affermare se stessi, solo per cambiare questo Paese, ma anche per una sorta di pietas verso di noi, che non siamo riusciti a lasciare loro un mondo migliore». Seneca, la guida, e Lucrezio, l’enigma, i due sentieri di ricerca battuti e ribattuti, antitetici nel contenuto, ma comuni nella missione di indagare l’uomo e l’universo, che Dionigi ha immaginato di far incontrare in un dialogo a cui abbiamo potuto anche noi prendere parte nel libro del 2018 Quando la vita ti viene a trovare.

Il disequilibrio del mondo e la responsabilità individuale

Il giovane con gli scarponi chiodati vorrà portare rispetto al notum della tradizione dei padri, che avrà l’umiltà di conoscere e la forza di proteggere, caricandoselo sulle spalle come Enea con il padre Anchise. Saprà considerare il presente non un suo bene da consumare fino all’esaurimento, ma un lascito per i nascituri: intreccerà il notum dei padri con il suo novum di erede per conservare il mondo nel suo equilibrio. L’analisi di Dionigi mostra il disequilibrio sociale, economico ed ambientale del nostro mondo, le cui ripercussioni oggi aggrediscono la nostra salute ed indeboliscono il servizio sanitario. La concezione del mondo come esclusiva proprietà dei viventi è propria dell’uomo che ha preferito la declinazione del pronome personale “io”, da confinare nei manuali di grammatica. Dell’uomo, che ha a cuore il destino comune, è proprio il pronome personale “noi”: «l’uomo è un animale destinato a vivere in un contesto di comunità» spiega Aristotele. Alla responsabilità individuale del singolo e alle nostre colpe per le ingiustizie del presente Dionigi dedica gli ultimi pensieri, sferzate per riportare il lettore ai suoi obblighi, e ricordargli «con Marco Aurelio, che ognuno di noi vale quanto la causa per cui lotta; con Agostino, che la qualità dei tempi dipende da quella degli uomini». Quindi chi siete voi, viventi oggi, ci incalza Dionigi, di fronte alla Diciotti attraccata per giorni davanti al porto di Catania, dopo che avete letto la lezione di Ilioneo, l’eroe troiano, privato della patria data alla fiamme, messosi in mare per aver salva la vita e alla ricerca di una nuova terra, sopravvissuto a una tempesta in mare aperto, sballottato sulla spiaggia di un paese straniero, che, da supplice, si rivolge a Didone, regina di quelle spiagge: «In pochi qui, alle vostre spiagge arrivammo a nuoto./ Che razza di uomini è mai questa? / Quale patria permette un uso così barbaro? / Ci negano l’asilo della sabbia, ci fanno guerra, / ci negano di soggiornare sulla riva». L’esperienza di colui che diventa profugo per necessità, che deve abbandonare la sua patria per avere salva la vita è trasversale alle radici che hanno fatto fiorire i molti colori dell’identità europea. Dalla formazione di gioventù di ogni lettore riemergeranno adesso i versetti del Deuteronomio e del Vangelo di Matteo: “non lederai il diritto dello straniero o dell’orfano e non prenderai in pegno la veste dalla vedova; ma ti ricorderai che sei stato schiavo in Egitto” (Deut., 24, 17-22); “Essi erano appena partiti, quando un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe e gli disse: “Alzati, prendi con te il bambino e sua madre e fuggi in Egitto, e resta là finché non ti avvertirò, perché Erode sta cercando il bambino per ucciderlo” (Mat. 2,13) quando per scappare dalla strage degli innocenti, da morte certa, Maria e Giuseppe prendono il piccolo, figlio di Dio fatto uomo, e si dirigono verso un’altra terra, trovando rifugio e salvezza in Egitto. Ed è sempre la famiglia di Nazareth in fuga a essere presa ad esempio di tutti i migranti da Pio XII nel 1952 nell’enciclica Exsul familia, quando l’Italia non era altro che macerie e sfollati, da cui nascerà la parte migliore della storia dell’Europa.

Tu che ti fotografi e condividi te stesso con l’universo della rete globale, “sai dirmi chi sei?” chiede Ivano Dionigi al lettore sulla scia della domanda di Agostino Tu quis es?. Comunichi la faccia o il volto? Brami il «pathos della differenza» o «ti rassegni all’inferno dell’uguale»? Dionigi compone una sorta di breviario homini atque iuveni (‘a vantaggio dell’uomo e del giovane’), un itinerario per il lettore che vuole camminare guidato dalla interrogazione, stella splendente «destinata a scandagliare l’abisso dell’Io». Accanto a lui ci sarà ciò che è “classico”, senza età, un antidoto che agisce sui mali dell’uomo tramite un richiamo ai suoi doveri. Ivano Dionigi conferma così la sua passione per l’humanitas, che, con la combattiva costanza e l’incrollabile fiducia degli innamorati, sprona a vivere al massimo della sua espressione, a prendersi concretamente in mano le redini e deciderne con consapevolezza spirituale la guida. La lezione di Dionigi è: con le parole giuste fate domande, indagate voi stessi e poi l’universo, abbiate cura del vostro tempo, date il nome alle cose, anche con quelle nuove, create durante le notti stellate. Così saremo attivi e partecipi del nostro destino comune in questo presente e, soprattutto, nel prossimo futuro, perché, per dirla con Mandel’štam, «classico non è ciò che è già stato, ma ciò che ancora deve essere».

Scritto da
Matteo Panari

Laureato in Filologia, Letteratura e Tradizione Classica all’Università di Bologna. Insegna discipline letterarie presso le scuole superiori di Reggio Emilia, è membro di una Giunta comunale con deleghe ai servizi educativi.

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