Perché nessuno parla del proporzionale?
- 29 Aprile 2015

Perché nessuno parla del proporzionale?

Scritto da Cosimo Francesco Fiori

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Proporzionale e governabilità

La scelta del sistema maggioritario implica una presa di posizione in ordine ad almeno tre questioni. La prima di esse è quella che concerne il pluralismo (partitico ma anche sociale ed economico) e il conflitto tra interessi diversi che esistono nella società. Il primo effetto dei sistemi maggioritari, quasi per definizione, è il rafforzamento dei partiti maggiori e il taglio delle ali (si vedano Paesi diversamente maggioritari quali la Francia, il Regno Unito, gli Stati Uniti, etc.).

Ora, a prescindere dai motivi storici che fecero coincidere la Repubblica democratica col sistema proporzionale2, la questione teorica dirimente è se il pluralismo e il conflitto debbano essere rappresentati all’interno del massimo organo sovrano, oppure no. Il sistema proporzionale è volto a riprodurre dentro lo Stato il conflitto esistente a livello della società, assegnando al Parlamento il ruolo di mediazione suprema. Un sistema maggioritario presuppone invece quella mediazione come già avvenuta. Ha, cioè, l’effetto opposto di occultare il pluralismo, mediante la costituzione di partiti generalisti che sorgono dalla falsa idea di omogeneità sociale (partiti che non vogliono rappresentare una parte, ma aspirano al tutto). Ciò è implicitamente, benché celata, una scelta a favore di alcuni interessi a discapito di altri, non rappresentati come tali in sede parlamentare e quindi esclusi dal canale politico, o comunque fortemente depotenziati. Oltre a ciò, la contesa tra partiti maggioritari tende naturaliter verso il centro, acuendo la distanza di determinati interessi dalla rappresentanza politica; mentre lo Stato e i partiti maggiori negano in via di principio l’esistenza del conflitto, proponendo una visione unitaria della società.

Il conflitto nel Novecento era entrato dentro lo Stato, anche a norma della Costituzione vigente, e col maggioritario si cerca di espellerlo, virando verso un’idea di Stato molto simile a ciò che Marx definiva come «comitato esecutivo della borghesia». Il sistema proporzionale ricrea il conflitto esistente nella società (o almeno lo consente); il sistema maggioritario ha già scelto il vincitore.

La seconda questione su cui la scelta maggioritaria importa una precisa decisione è quella della forma di governo. In tale ambito il risultato del maggioritario è il rafforzamento dell’esecutivo sul Parlamento: il Governo, infatti, potendo disporre della maggioranza parlamentare assoluta, non è sottoposto alle insidie e alle perdite di tempo, e il rischio di perdere su una votazione è relativamente basso: sicché il Parlamento ha un ruolo prevalente di ratifica; il singolo parlamentare è totalmente fungibile, potendo benissimo essere una nullità assoluta; la minoranza parlamentare ha un mero diritto di tribuna.

L’argomento di solito usato contro il sistema proporzionale è quello della governabilità, cioè dell’efficacia dell’azione di governo. Partitucoli e coalizioni vaste, frammentate ed eterogenee non conducono a nulla di buono, si dice. La forma decisionale garantita dal tramite diretto Governo-Parlamento (meglio: Governo monocolore – maggioranza parlamentare monopartitica) permette decisioni più rapide. Ma il punto è: quali decisioni?

Senza volere (e potere) fare qui una valutazione comparatistica sulla qualità della legislazione tra le cosiddette Prima e Seconda Repubblica – che difficilmente avrebbe esiti favorevoli alla seconda – occorre ricordare che la decisione politica è decisione che regola interessi contrapposti. Meno tali interessi hanno occasione di mediazione, meno la decisione politica e legislativa risulta ponderata. Insomma, qualcuno dovrebbe dimostrare che un processo legislativo più veloce (e comandato direttamente dal Governo) sia perciò stesso migliore di un processo decisionale che invece si forma in Parlamento3. La politica, che è mediazione di interessi conflittuali, richiede dibattito e tempo; non certo per vezzo da clasa discutidora, per dirla con Donoso Cortés, bensì perché riducendo la mediazione parlamentare e propriamente politica da un lato la si ‘esternalizza’, rendendola affine al lobbismo, e dall’altro si privilegia implicitamente uno dei contendenti, quello già rappresentato e comunque quello più forte, spingendo interi gruppi sociali al di fuori dello spazio della politica.

E questo chiama in causa la terza e ultima questione: l’effetto pernicioso che i sistemi maggioritari hanno sulle organizzazioni partitiche. Il fatto che i partiti in epoca maggioritaria diventino generalisti, d’opinione, comitati elettorali, fattualmente o ex professo dimentichi dell’organizzazione politica delle masse, non è un caso ma una necessità. Il partito generalista non organizza gli interessi conflittuali perché pretende di riassumerli tutti dentro di sé, perciò non ha interesse a organizzare una collettività intorno a interessi parziali. Non vuole essere parte ma Tutto (un tutto, certo, pieno di vacche nere e gatti bigi). Ritenendosi espressione diretta e sufficiente di quel tutto, il rapporto concreto con la collettività è questione puramente accidentale, che ben può essere limitata a momenti puntuali come le elezioni.

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Scritto da
Cosimo Francesco Fiori

Nato nel 1988 a Sassari. Dopo la laurea triennale in Filosofia e gli studi presso la Scuola Normale Superiore di Pisa, studia Giurisprudenza all'Università di Pisa.

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