Povertà e disuguaglianze allo specchio. Il rapporto Oxfam 2018
- 31 Gennaio 2018

Povertà e disuguaglianze allo specchio. Il rapporto Oxfam 2018

Scritto da Lorenzo Cattani

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Working poors

Un’altra argomentazione usata per difendere l’attuale status quo è che negli ultimi anni la povertà estrema è diminuita. In effetti il numero di persone che vivono con meno di 1,90 dollari al giorno si è dimezzata fra il 1996 e il 2015, grazie soprattutto alla crescita economica delle economie emergenti e grazie ad un effettivo impegno politico che ha mirato all’eliminazione della povertà estrema. Quello che però non viene ancora discusso abbastanza è che nonostante questi dati, indubbiamente positivi, il 50% della popolazione mondiale continua a vivere con un reddito giornaliero compreso fra i 2 e i 10 dollari. Oxfam riporta il caso delle lavoratrici del settore dell’abbigliamento in Myanmar che nonostante guadagnino 4 dollari al giorno, il doppio della soglia di povertà estrema, hanno comunque difficoltà a mantenersi e molto spesso si indebitano, uno scenario che il rapporto tiene a precisare essere caratteristico di tutto il mondo. Anche in questo caso, questa situazione non può non essere vista alla luce di quanto successo in cima alla distribuzione dei redditi: il World Inequality Report 2018 avrebbe riportato che fra il 1980 e il 2016 l’1% più ricco avrebbe ricevuto 27 cent per ogni dollaro di incremento nel reddito mondiale, contro i 12 cent che invece avrebbe guadagnato il 50% più povero. Sarebbe quindi consigliabile innalzare la soglia di povertà e non limitarsi a giudicarla in base alle condizioni di povertà estrema, perché guardando solo a questo aspetto si rischia di tralasciare la situazione dei milioni di woorking poors presenti in tutto il mondo. Il rapporto Oxfam cita l’esempio della Banca Mondiale che, seguendo le raccomandazioni di Atkinson, avrebbe deciso di fissare la soglia di povertà a 3,20 dollari al giorno per i paesi a reddito medio-bassi e a 5,50 dollari per quelli a reddito medio alto[5]. Il rapporto giunge quindi alla conclusione che nella lotta alla disuguaglianza il ruolo del lavoro dignitoso e dei diritti dei lavoratori, soprattutto delle donne, siano elementi imprescindibili. Secondo il rapporto Oxfam il lavoro sarebbe da considerarsi dignitoso se fornisce:

  1. Un reddito equo
  2. Sicurezza del posto di lavoro e tutela sociale per i lavoratori e le loro famiglie
  3. Migliori prospettive di sviluppo personale e integrazione sociale
  4. Libertà di esprimere le proprie riserve, organizzarsi e partecipare alle decisioni che incidono sulla propria vita
  5. Pari opportunità e pari trattamento per uomini e donne

Bisogna quindi smettere di pensare in termini di “minimo indispensabile” e di passare invece a una logica che miri a fissare degli standard che possano garantire “condizioni dignitose”. Dietro queste affermazioni vi sono anche delle motivazioni di efficienza del sistema: se i lavoratori devono vivere con salari di sussistenza è molto probabile che la domanda di beni e servizi subisca delle contrazioni che farebbero molto male all’economia. Da non ignorare è anche il fatto che i bassi salari possono anche dare il via a prestiti personali non garantiti che, come afferma il rapporto, «causano indicibili ristrettezze a milioni di persone e nel 2008 hanno messo in ginocchio l’economia globale».

Come fare quindi per risolvere questo problema e passare in concreto dalla logica del “minimo indispensabile” a quella delle “condizioni dignitose”? Il rapporto indica nei salari minimi e nella contrattazione collettiva due strumenti importanti che possono dare ai lavoratori gli strumenti per vivere dignitosamente e permettere, ad esempio, ai lavoratori danesi di Burger King di guadagnare 20 dollari all’ora contro i gli 8,90 di quelli statunitensi. Il problema però è che in molti paesi la contrattazione collettiva non esiste e il salario minimo anche se esiste è fissato a livelli molto più bassi rispetto a quelli di un salario dignitoso. Da un lato quindi bisogna rinforzare il ruolo dei sindacati, che negli ultimi anni hanno conosciuto un declino costante nel loro potere contrattuale, soprattutto per quei paesi con un settore informale molto sviluppato (degli esempi importanti sono quelli del Malawi, del Senegal e dell’Algeria che hanno creato sindacati per il settore informale o hanno esteso le tutele sociali anche ai lavoratori informali), mentre dall’altro vanno stabiliti salari dignitosi che garantiscano cibo nutriente, acqua pulita, alloggio, abbigliamento, istruzione, cure sanitarie, riscaldamento, cura dell’infanzia e trasporti, oltre a consentire di accantonare una quota di risparmio.

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Scritto da
Lorenzo Cattani

Laureato magistrale in Scienze Internazionali e Diplomatiche presso l’Università di Bologna con una tesi su “Globalizzazione e varietà di capitalismo: processi di specializzazione istituzionale in Regno Unito e Germania”. Attualmente è dottorando in Sociologia e Ricerca Sociale presso la stessa università. Ha frequentato un Master in Human Resources and Organization presso la Bologna Business School.

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