“Ripensando il capitalismo” di Salvatore Biasco. Recensione

Salvatore Biasco è professore di economia internazionale all’università La Sapienza di Roma. Ha conseguito il suo Phd a Cambridge e ha ricoperto diversi incarichi politici e istituzionali. Ha pubblicato Ripensando il Capitalismo nel novembre del 2012. È un testo sotto diversi punti di vista segnato dal momento in cui è stato presentato. Per questo motivo è il caso di ricordare che nel momento in cui il libro veniva dato alle stampe Mario Monti era Presidente del Consiglio, e lo sarebbe finito a fine aprile 2013, seguito dall’elezione di Enrico Letta.

Il libro si divide in cinque capitoli. I primi due sono più strettamente analitici e si concentrano su un’analisi della teoria economica mainstream di oggi cercando di offrirne una panoramica sintetica ma al contempo analiticamente fondata. Non mancano considerazioni sul processo dello sviluppo e dell’affermarsi di tale teoria. Probabilmente questi primi due capitoli costituiscono oggi la parte più interessante del libro, perché si tratta di una sintesi efficace e al tempo stesso articolata dell’indirizzo teorico neoclassico che può rivelarsi un’efficace introduzione al dibattito. Gli ultimi tre capitoli riguardano invece la questione della crisi della sinistra italiana ed europea negli ultimi trent’anni. Probabilmente oggi questo libro può risultare interessante soprattutto per la sua capacità di offrire uno sguardo rapido e ampio al tempo stesso sui cambiamenti avvenuti nella teoria economica mainstream e sui conseguenti precetti in ambito di politica economica.

Nel primo capitolo – Capitalismo e democrazia nella loro evoluzione recente – Biasco afferma che nelle società democratico-liberali dalla seconda metà del Novecento a oggi esistono due “principi ordinatori”. Il primo è il mercato, il quale struttura l’ordine verticale e gerarchico della società attraverso la concorrenza. Il secondo – la democrazia – struttura l’ordine orizzontale della società attraverso il consenso e la partecipazione. Biasco è dell’avviso che la caratteristica principale dei Trenta Gloriosi – contraddistinti da crescita economica diffusa e da una democrazia partecipata – è stata la capacità di tenere in equilibrio i due principi ordinatori, la dimensione orizzontale e quella verticale. Non si deve però cadere nell’illusione che tale equilibrio sia naturale o necessario. Al contrario, i due principi possono senza difficoltà entrare in contraddizione: «la democrazia è a sovranità limitata nell’ambito del capitalismo»1. Biasco riconosce infine anche l’esistenza di un terzo cardine ordinatore, che si sovrappone sia al mercato che alla democrazia. Si tratta dell’ambito culturale e antropologico, all’interno del quale sia il mercato che la democrazia si collocano.

Negli ultimi vent’anni però, stando all’avviso dell’autore, l’equilibrio dei Trenta Gloriosi si è perso, e il mercato ha assunto sempre più peso a scapito della democrazia. Biasco individua tre cause che hanno portato a questo processo. La prima è l’indebolimento dell’efficacia dell’azione statale. Questa comincia con la globalizzazione delle strutture aziendali a cui non segue una globalizzazione degli strumenti politici di controllo e regolamentazione, passa per l’aumento del potere della finanza internazionale e del potere politico dei mercati e si conclude con una rinuncia da parte della politica a rivendicare l’importanza del capitale sociale (creato dallo Stato democratico) a fianco a quello produttivo.

La seconda causa dello squilibrio a favore dei mercati sta, secondo Biasco, nella scomparsa del mondo del lavoro come soggetto politico e nella scomparsa del partito. Vi sono naturalmente dei motivi strutturali per questo cambiamento, fra cui l’organizzazione aziendale postfordista e delocalizzata, la diffusione delle piccole imprese, la verticalizzazione della struttura aziendale e la sperequazione delle remunerazioni fra dipendente non qualificato e management. Ma Biasco riconosce che ci sono anche dei motivi politico-culturali per questo cambiamento. Si è passati da una “società del lavoro” a una “società di individui” imprenditori di se stessi, in cui ognuno è chiamato a farcela da solo. Il mondo del lavoro quindi è andato progressivamente sempre più disgregandosi, senza che la sinistra riuscisse ad aggregarlo politicamente e a rappresentarlo. In un simile contesto si spiega la crisi del partito politico tradizionale, inteso come collettore di istanze e partecipazione. Tutti questi motivi naturalmente si sovrappongono al processo di globalizzazione.

Il secondo capitolo – L’economia politica tra sapere e potere – ma che potrebbe anche chiamarsi Dal post war consensus al Washington consensus, è un’analisi generale delle teorie economiche neoclassiche e della loro affermazione. Fino agli anni ’70 le teorie economiche prevalenti negli ambienti accademici sono state quelle keynesiane. Il grande shock delle crisi petrolifere e della stagflazione mette in profonda crisi il paradigma dominante e, anche sulla base di nuove o rinnovate esigenze, si profilano nuove teorie che diventeranno egemoni. La cultura progressista, secondo Biasco, non è stata in grado di rispondere al grande sforzo teorico e culturale neoliberale con un altrettanto forte e contrario sforzo teorico. La conseguenza di questa miopia è che «la sua iniziativa politica si è venuta smorzando. Ciò avveniva proprio mentre la destra diventava una fucina di teorie e proposte investendo intensamente sul piano culturale come mezzo per riguadagnare l’iniziativa politica: uno squilibrio di impegno, che, iniziato negli anni ’70, si è mantenuto tutt’oggi».2 La mancanza di resistenza teorica all’avanzata delle teorie neoliberali ha permesso a queste di diffondersi fino ad arrivare al senso comune. E «quando un sistema di idee diventa senso comune agisce come forza materiale, mettendo un limite a ciò che è concepito come possibile e plasmando i comportamenti».3

I principi essenziali delle teorie neoclassiche si articolano nei seguenti assunti e precetti:

  • La spesa pubblica fa crowding out di quella privata.
  • La relazione inversamente proporzionale fra tasso di inflazione (o variazione dello stesso) e tasso di disoccupazione, cioè la relazione descritta dalla curva di Philips, viene negata. Questo significa che il tasso di disoccupazione secondo un approccio neoclassico dipende soltanto dagli elementi strutturali dell’economia (l’offerta). Per modificare il tasso di disoccupazione di conseguenza è possibile agire solo sugli elementi strutturali dell’economia. Da questa assunzione deriva la necessità di operare delle riforme strutturali dell’economia (flessibilità, lotta alla burocrazia etc.). Si nega la possibilità di agire con strumenti di politica economica e di contrattazione: è inutile e dannoso innalzare artificiosamente il livello dei salari, dato che questi saliranno a regime sostenibile e senza generare inflazione solo con la crescita della produttività.4
  • La spesa pubblica agisce sul lato della domanda. E poiché abbiamo detto che il tasso di disoccupazione dipende solo dagli elementi strutturali dell’economia (l’offerta), la spesa pubblica non può abbatterlo.
  • Curva di Laffer: oltre un certo livello di pressione fiscale il gettito fiscale decresce.
  • L’inflazione è un puro fenomeno monetario (teoria quantitativa della moneta). È il frutto di politiche monetarie espansive e discrezionali e non può agire sulla struttura dell’economia.
  • Lo stato sociale disincentiva la crescita.

Riassumendo: «moneta e finanza sono un velo nominale. L’incertezza scompare ridotta a rischio calcolabile, in quanto le relazioni del sistema e i punti di approdo sono noti a operatori informati. In queste condizioni, ogni tentativo delle autorità pubbliche di “vincere” contro la forza dei mercati è destinato all’insuccesso».5

Ma quali sono i motivi per cui simili teorie economiche si sono affermate prima in accademia e poi fra i policy makers? Biasco individua tre cause.

  • Economiche: gli USA di Reagan, dopo la recessione della metà degli anni ’70 crescono senza incertezze dal 1983 al 2007. Ma Biasco nota che spesso questa crescita è passata attraverso strumenti di politica economica a sostegno della domanda. Tali strumenti tuttavia sono spesso invisibili agli operatori europei, tanto che si può dire paradossalmente che «il Washington consensus è valso più in Europa che a Washington».
  • Lo spostamento delle fonti di potere a favore della finanza internazionale.
  • Caratteristiche della teoria. Le teorie neoclassiche sono compatte, eleganti e apparentemente rigorose. Questo conferisce loro l’aspetto della scientificità. Considerandola solo come un «velo nominale», tali teorie sottostimano l’influenza dei mercati finanziari e deresponsabilizzano i loro agenti, lasciandoli nella condizione di agire liberamente. Infine le teorie neoclassiche sono microfondate, anche se su assunti largamente discussi e criticati, come quello della rational choiche.

Le conseguenze di questo impianto prima teorico e poi culturale sono state:

  • L’affermarsi di un nuovo soggetto sociale: l’individuo.
  • La depoliticizzazione delle scelte in materia di politica economica, affidate al solo parere di tecnici competenti.
  • Politiche economiche a favore dell’offerta (il cosiddetto Washington consensus).
  • L’accettazione di una società in cui le condizioni di tutti migliorano, ma aumentano le disuguaglianze.
  • La “libertà di stabilimento” per i grossi gruppi industriali all’interno dei paesi UE.

Il capitolo si conclude affermando che oggi la consapevolezza del fatto che il paradigma neoclassico sia in crisi è diffusa, ma al tempo stesso manca un paradigma teorico alternativo. Secondo Biasco, un nuovo paradigma teorico dovrebbe comprendere al suo interno:

  • Complessità. Dovrebbe cioè essere fondato su modelli di sistemi complessi, caratterizzati dal fatto che il risultato aggregato non dipende solo dalle caratteristiche dei singoli agenti, ma anche dalla loro modalità di interazione.
  • Instabilità e incertezza endogene. Dovrebbe inglobare la nozione di path dependence6 e quella della razionalità limitata degli agenti.
  • Ruolo dell’azione pubblica.

Gli ultimi due capitoli si concentrano sulla crisi della sinistra italiana ed europea. Oltre a motivi strutturali (quali l’avvento dello Stato indebitato in Europa), Biasco imputa alla sinistra prima di tutto una remissiva passività e una incapacità di rispondere con gli strumenti adeguati alla svolta epocale che l’avvento di Reagan e di Thatcher hanno rappresentato. Davanti alla situazione odierna la sinistra deve, in un orizzonte «meno ambizioso e più pragmatico», proporsi «la ricerca della massima estensione possibile del principio di socialità all’interno di una riconquista del primato della politica sul mercato».7 Deve riportare all’interno del dibattito quotidiano e del senso comune la centralità di temi quali lo Stato, le regole, l’eguaglianza, intesi in un’ottica europea. Biasco a questo punto avanza delle proposte di un programma per la sinistra europea che sotto diversi aspetti oggi appaiono obsoleti.

Il contributo più interessante del testo però è l’espressione decisa e netta di un bisogno da parte della sinistra di porsi in un’ottica di simmetria con i suoi avversari, di proporsi come controparte politica proattiva che porti avanti proposte analiticamente fondate, nella consapevolezza gramsciana che «nessun programma è realizzabile senza una egemonia culturale. La ricostruzione di una visione alternativa, coesa e analiticamente fondata dei meccanismi dell’economia capitalistica dovrà porsi come contraltare di riferimento rispetto a quella costruzione analitico-ideologica da cui hanno tratto alimento i criteri ortodossi di conduzione dell’economia nell’ultimo ventennio e l’intero apparato di legittimazione delle trasformazioni avvenute nell’economia e nella società. Dovrà camminare di pari passo con una visione progettuale ed essere la base per un’offensiva culturale priva di timidezza. Quell’offensiva […] è, però, una cesura con quello che è stato finora il percorso culturalmente remissivo prevalente nelle socialdemocrazie».8

La principale critica che si potrebbe muovere a Biasco è quella di stare denunciando la necessità di un grande sforzo teorico, quando proprio la classe degli studiosi di economia che si professano di sinistra dovrebbe essere chiamata non a rivendicare, ma a compiere tale sforzo.


1 p. 15.

2 p. 43.

3 p. 39.

4 Si raccomanda uno sguardo al minuto 24:40, del Presidential candidate debate del 1980, con Reagan che risponde a Carter: «I would like to ask why is it inflationary to let the people keep more of their money and spend it the way they’d like and it isn’t inflationary to let him take that money and spend it the way he wants»

5 p. 47.

6 Cfr. P. A. David, Path Dependence – A Foundational Concept for Historical Social Science, Cliometrica, v.1, no. 2, July 2007.

7 p. 85.

Classe '91. Laureato in Scienze Filosofiche al Collegio Superiore di Bologna. Al momento è PhD candidate in Storia presso l'Università di Cambridge, Pembroke College. Appassionato di meccanica, ciclismo e montagna, si interessa di storia economico-politca, Rinascimento e tecnologia.

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