Scritto da Antonio Ballarò
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Storicamente la religione è stata un fattore fondamentale da considerare in relazione alla coesione sociale, per quanto nell’ambito di un nesso complesso e problematico. Oggi gli aspetti di una tale discussione appaiono più difficili da cogliere, nel quadro di una crisi che coinvolge in modo diverso tutti i termini del problema. Riflette su questi temi Massimo Faggioli, Professore nel Dipartimento di Teologia e Scienze religiose alla Villanova University.
Confrontarsi con gli studiosi del sociale – da Beck, a Latour, a Rodgers – significa giungere alla conclusione che viviamo un’epoca di rapido smantellamento di un intero assetto sociale: strutture, norme, convenzioni, modelli. Ci sono però dei punti di osservazione privilegiati come le religioni. Un argomento di cui si è occupato spesso anche lei.
Massimo Faggioli: Me ne sono occupato dagli Stati Uniti d’America, in cui il processo di smantellamento di un intero assetto sociale inizia a metà Novecento con quella che è stata chiamata effettivamente “la cattività suburbana delle Chiese” – ma è una captivitas che non tocca solo le Chiese – e accelera con il nuovo secolo. Certamente viviamo una crisi delle istituzioni, non solo quelle visibili come la scuola o il parlamento o il sistema giudiziario, ma anche delle istituzioni giuridiche che reggono il vivere comune in maniera meno visibile. Mi pare che alla forza del pensiero destrutturante postmoderno non abbia corrisposto un pensiero ristrutturante, o in qualche modo tutelante, che fosse alternativo al tradizionalismo revanscista.
Da questo punto di vista si vedono le somiglianze e le differenze con l’Europa e in particolare con l’Italia. Il periodo cui ci riferiamo evocando la nostra epoca e la crisi di modelli specifici è indubbiamente legato al secondo dopoguerra: una fase che siamo abituati a leggere solo in crescendo, anche se la storia ci inviterebbe a sfumare di più la nostra lettura. Le conquiste sociali e politiche del post-1945 sono reali, ma non si inseriscono in un quadro di raggiunta stabilità generale – lo si vede bene, di nuovo, nella storia del cattolicesimo. Con il Concilio Vaticano II (1962-1965), la Chiesa prende atto di una crisi che era iniziata almeno un secolo prima. Nonostante questo, il tessuto sociale e religioso europeo e italiano ha dimostrato una tenuta maggiore, anche perché sono mondi che hanno una storia diversa. Nel mondo globale questo sembra molto meno vero.
Massimo Faggioli: La globalizzazione non significa solo la possibilità di collegarsi e comunicare, ma spinge anche a forme radicali di scollegamento, di allontanamento reciproco, un’atomizzazione dei rapporti – per lo meno nel mondo occidentale. Un discorso diverso va fatto per quei Paesi in cui regimi autoritari regolano l’accesso a Internet.
Il teologo croato Miroslav Volf ha scritto pagine illuminanti su globalizzazione e religione, per esempio su una certa globalità originaria nelle religioni: l’idea di una missione di respiro globale, la creazione di reti transculturali, l’insistenza sulla comune umanità di tutti gli esseri umani… tutti elementi che assegnerebbero alle religioni un’attrezzatura sapienziale con cui offrire il proprio contributo alla lettura di questo momento storico.
Massimo Faggioli: Esattamente, e questo richiederebbe anche che i leader della Chiesa cattolica non andassero al traino, ma guidassero in una direzione diversa. Lo spostamento nel virtuale si vede anche nella religione e nel cristianesimo, che pure ha una forte dimensione “materiale” nella vita sacramentale e nell’enfasi, fin dal cristianesimo primitivo, sulla disciplina dei corpi. In questo smantellamento gioca un ruolo la secolarizzazione, ma è anche un processo interno alla religione praticante e militante.
Concordo: il fatto di avere una tradizione intellettuale e un’esperienza vissuta che si presterebbero a un’interpretazione autonoma e meno trascinata dal clima generale non può essere visto come una garanzia per il futuro. Ho anche la sensazione che il mutamento in atto non sia pienamente compreso nella sua radicalità. Siamo in un momento in cui lo stesso significato di “cultura” è meno univoco, perché più legato a un’identità da difendere, da un lato, e a un nuovo sistema di valori e norme, dall’altro.
Massimo Faggioli: Il marxista cattolico Terry Eagleton ha scritto molto e bene sull’invasione della cultura declinata come identità – la “mia cultura” come la sola cosa per la quale oggi sembra valer la pena morire o uccidere. In Occidente oggi la cultura come identità da difendere pare essere diventato il fattore principale di vittoria o sconfitta alle elezioni politiche, e anche culture politiche materialiste di derivazione marxista non sono immuni dal richiamo di quelle sirene; nelle università le discipline umanistiche classiche sono sempre più tentate di diventare una versione dei “cultural studies”. Allo stesso tempo, assistiamo a una “de-culturazione”, a una scomparsa del processo per cui “cultura alta” e “cultura popolare” comunicavano tra loro e circolavano tra classi sociali diverse – mi viene in mente la RAI di Ettore Bernabei che trasmetteva il grande teatro in prima serata, quando c’erano solo uno o due canali. Ma c’è anche una scomparsa dell’implicito e del condiviso, per cui la cultura viene normata e regolamentata con meccanismi più pervasivi e sottili rispetto a quella che era la censura da parte delle autorità costituite – civili o religiose. Lo si vede in modo lampante nella cultura accademica in America.
Sempre più spesso, parlando con amici e colleghi con storie, approcci e interessi diversi mi capita di avvertire le sirene del fenomeno di cui parla. Non siamo ai livelli degli Stati Uniti, ma le notizie che riguardano l’università e la scuola denotano un indirizzo chiaro. Un discorso a parte andrebbe fatto per le istituzioni pontificie, ma una cultura aplatissée – una cultura che ha pretese sempre più orizzontali, per dirla con il politologo francese Olivier Roy – assume forme differenti a seconda dei contesti. È qualcosa che la teologia e l’istituzione dovrebbero affrontare, ma per questo serve anche un serio investimento su di essa, oltre che sulla storia e le scienze umane.
Massimo Faggioli: Sì, e a una questione di mancanza di riforme istituzionali si unisce una paralisi intellettuale. È il vicolo cieco di un pensiero religioso autoreferenziale, sia quando è clericale sia quando è accademico – ma dipendente dal sistema di produzione culturale in Occidente. Un sistema di pensiero religioso dipendente dai sistemi di mercato – accademico, mediatico, librario – non è più libero di quello che dipendeva – o che ancora dipende, in certi Paesi – dalle gerarchie ecclesiastiche. Un fatto importante è che le proposte di riforma istituzionale nella Chiesa, per esempio sulle donne, provengono, nelle loro versioni più assertive e organizzate, da Chiese che sono parte integrante di un sistema di religione di Stato dal futuro incerto, come in Germania, o da Chiese che sono spaccate in due parti ideologicamente contrapposte ma entrambe organiche a un sistema di produzione capitalistica neoliberale, come negli Stati Uniti.
Un’autoreferenzialità che, almeno in parte, dipende da un rapporto ancora problematico con la storia…
Massimo Faggioli: Assistiamo a una diversificazione delle coscienze storiche in una nuova fase del post-coloniale come quella attuale, in cui le grandi narrazioni come religione civile a supporto dell’ordine internazionale retto dal mondo occidentale – per esempio la Shoah o la Seconda guerra mondiale come “guerra giusta” – non vengono più accettate dal Global South. In Occidente poi vige una metafisica dell’identità individuale e di gruppo; nella costruzione e difesa di quelle identità i meccanismi del mercato del sé prevalgono su quelli sociali, per non parlare dei riferimenti religiosi o filosofici.
Alle frammentazioni culturali odierne alle quali non sono immuni il religioso né l’ecclesiale corrispondono anche ragioni “interne” che chiamano in causa importanti questioni irrisolte e le sfide maturate più di recente. È il motivo per cui parliamo di sinodalità.
Massimo Faggioli: La sinodalità nella Chiesa, una possibilità aperta dal pontificato di Papa Francesco, ha la potenzialità di risolvere la paralisi contro il cambiamento degli ultimi decenni, una paralisi che era diventata quasi una paradossale rivendicazione di impotenza da parte delle autorità ecclesiastiche costituite. In questo senso la mancanza di riforme istituzionali va di pari passo con una paralisi intellettuale.
A questo vanno aggiunte alcune considerazioni sul papato. Anzitutto tornando all’eredità del Concilio Vaticano II, accolta e interpretata variamente da Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Francesco. Al papa polacco si deve l’intuizione di un avvenuto cambio di paradigma: è il pontefice della globalizzazione cattolica e della crisi delle appartenenze tradizionali come il caso dei nuovi movimenti, per ricordare due aspetti iconici. L’elezione di Joseph Ratzinger coincide con un appello al tradizionale visto come atto di resistenza, ma anche con il gesto più rivoluzionario dal Vaticano II in poi: la rinuncia al pontificato che ha aperto a un’ulteriore fase del rapporto tra la Chiesa e il mondo. L’arrivo di un Papa non europeo, gesuita, figlio del Concilio, vede una comunicazione più disinvolta, priva dei canonici filtri istituzionali, da parte di Papa Bergoglio, e un inasprimento del fronte neo-tradizionalista che ha avanzato anche minacce di scisma. Viene da chiedersi quale sia lo stato di salute della figura del Papa, anche in quanto tradizionale segno di unità ecclesiale.
Massimo Faggioli: La differenza tra una prima fase della globalizzazione cattolica post-Vaticano II e il Global Catholicism del secolo XXI è parte della differenza tra i mass media e i social media. Se si vuole, con il papato di Francesco ci siamo accorti che il cattolicesimo globale è un universo di incontro, ma anche di scontro e conflitto: è una realtà che non si presta a risolvere le controversie teologiche del mondo occidentale, quasi come una “soluzione demografica” inevitabilmente a favore del liberalismo dottrinale. Semmai negli ultimi anni abbiamo visto accadere il contrario. Su questo processo, il papato di Giovanni Paolo II era più chiaro, nel senso di un’apertura al globale ma senza impegni. Il pontificato di Francesco ha un ruolo meno facile da decifrare – un papato disintermediato tanto da essere banalizzato in Occidente, mentre è visto in modo diverso nelle Chiese di minoranza – ma che ha preso una serie di impegni. Di certo, Francesco ha reso chiaro anche in modi bruschi – si pensi alle posizioni espresse sull’Ucraina e su Israele – che il cattolicesimo non si presta a essere un satellite dell’Occidente: ormai per caratteristiche innate, legate alla composizione della Chiesa sulla mappa del mondo, più che per scelta.
Vige una certa difficoltà, se non l’impossibilità di giungere a conclusioni definitive. È però un fatto che il ruolo della religione come fattore di coesione sociale sia messo a dura prova. Forse è un momento in cui le Chiese devono occuparsi più di se stesse.
Massimo Faggioli: All’interno di tutte le Chiese, ormai, anche in quelle cattoliche in diverse parti del mondo, ci sono modelli – teologici, liturgici, sociali – diversi e talvolta opposti tra loro. Si tratta della fine della fascinazione per le periferie, che sono approdate al centro della Chiesa, anche in Vaticano, in tutta la loro complessità: si vede la compresenza, in modo talvolta conflittuale, di modelli cattolici diversi se non opposti, anche in Chiese lontane dall’Occidente. Un certo esotismo le immaginava al riparo dai problemi di coesione, e in questo senso quello attuale è un momento di verità.