Ripensare l’economia del welfare partendo dalle relazioni
- 31 Marzo 2021

Ripensare l’economia del welfare partendo dalle relazioni

Scritto da Massimo Ronchini

6 minuti di lettura

L’obiettivo di questo contributo è mettere in luce l’importanza di assumere una prospettiva relazionale nell’odierno dibattito socioeconomico, evidenziando la necessità di un ripensamento dell’approccio economico alle politiche di gestione del welfare. Osservando l’attuale scenario nazionale occorre rilevare una crescente complessità di bisogni sociali emergenti, aggravati dalla pandemia in corso, che lo Stato o il mercato da soli non riescono a soddisfare. In tale situazione, l’esigenza di contrastare la crescita delle disuguaglianze sociali ha condotto verso la formazione di nuovi disegni di welfare territoriale, facendo contemporaneamente emergere la necessità di adottare una nuova policy economica, che sia in grado di anteporre il benessere collettivo al profitto incondizionato. Per dare conto delle ragioni che determinano questa necessità è opportuno ripercorrere brevemente l’approccio di scuola neoclassica e liberista alla gestione delle politiche economiche del welfare sociale.

I servizi di natura assistenziale che lo Stato ha inteso erogare a partire dal periodo post-fordista sono stati prevalentemente rivolti alla risoluzione delle avversità che l’andamento dei cicli economici generava in termini di disuguaglianze sociali ed economiche. Il punto centrale di questa impostazione, generalmente riconducibile al modello del Welfare State, sta nella convinzione che le cause delle disuguaglianze, derivanti ad esempio dalla perdita del lavoro, debbano essere ricondotte ad eventi, più o meno straordinari, esterni al mercato, e non anche al modello di produzione della ricchezza[1].

Per cogliere i fondamenti di questa cornice teorica, è utile comprendere come il modello economico di scuola neoclassica abbia trascurato il ruolo delle relazioni sociali, e si sia sottratto alla responsabilità etica di occuparsi del benessere delle persone. Volendo essere estremamente sintetici, si può affermare che dal celebre saggio di Adam Smith[2], passando per le numerose evoluzioni cui la teoria dell’Equilibrio Economico Generale è stata soggetta[3], si è cercato, con una buona dose di ostinatezza, di dimostrare sul piano logico e matematico[4] l’idea che il benessere collettivo debba realizzarsi sul mercato attraverso l’azione combinata degli interessi individuali. Secondo tale impostazione, gli scambi intercorrenti tra i produttori, che perseguono l’obiettivo di massimizzare i profitti dai fattori produttivi, e i consumatori, che mirano a massimizzare l’utilità dato il vincolo di bilancio, sono in grado di condurre, in senso meccanicistico, ad un punto di equilibrio inteso come ordine spontaneo derivante dal mercato. Solo in un secondo momento, potendo ottenere un equilibrio di mercato anche in presenza di una forte disuguaglianza in termini allocativi, viene giustificato un intervento redistributivo dello Stato, nel tentativo di risolvere i problemi di giustizia distributiva.

Tuttavia, l’esaltazione dell’individualità insita nell’approccio atomistico neoclassico si è tradotta col tempo nell’esasperata ricerca del benessere individuale e ha condotto verso una deresponsabilizzazione degli individui rispetto alle conseguenze che le azioni economiche individuali generano sull’ambiente sociale in cui gli stessi vivono. La deresponsabilizzazione degli individui ammessa dall’impianto teorico neoclassico è stata accentuata dal contributo che la filosofia utilitarista ha portato nella trasformazione del benessere materiale da strumento per la realizzazione dei fini a fine stesso dell’agire umano. In ultimo, ha prodotto una divergenza tra la creazione di ricchezza e la distribuzione del benessere, generando bisogni sociali non più solamente riconducibili a questioni di giustizia distributiva, ma a disgregazioni del tessuto sociale difficilmente standardizzabili. Come giustamente osservava l’economista francese Léon Walras già alla fine dell’Ottocento: «Quando porrete mano alla ripartizione della torta – riferendosi all’azione pubblica di ridistribuzione delle risorse – non potrete ripartire le ingiustizie commesse per farla più grande – riferendosi qui alla dimensione etica di un mercato che mira solo a massimizzare la ricchezza».

Dunque, tornando sul tema delle disuguaglianze sociali ed economiche, è più realistico ritenere che non siano solamente gli eventi esterni al mercato a generare tali disuguaglianze, quanto piuttosto quel modello di produzione della ricchezza che pone il profitto come unico fine degli attori del mercato, e il conseguente depauperamento delle responsabilità civili in capo agli attori economici e politici. Conseguentemente, sembra alquanto illogico, a parere di chi scrive, continuare a credere in soluzioni di matrice neoclassica per risolvere quei problemi sociali che lo stesso modello neoclassico ha contribuito a generare.

Sul finire del secolo scorso, il modello di Welfare State ha cominciato a mostrare la sua incapacità nel fornire una risposta adeguata alla complessità dei bisogni sociali. Così, a tali modelli si sono integrati i cosiddetti modelli di Welfare Community o Welfare Society, i cui elementi peculiari sono rappresentati dalla partecipazione attiva e dalla capacitazione sistematica delle comunità locali nella risposta ai bisogni sociali[5]. In altri termini, il focus passa dalla mera produzione della ricchezza, alla costruzione di relazioni finalizzate alla produzione di valore condiviso.

Prendendo in prestito le parole di Luciano Floridi[6] e riadattandole in un contesto economico, il modello neoclassico presuppone un rigido essere «cosale» e non «relazionale» degli oggetti analizzati (produttori, consumatori, prezzi e mercato) e trascura inverosimilmente gli esiti aggregati delle relazioni interpersonali – non delle interazioni sociali di natura strumentale tra produttori e consumatori, che possono essere anonime e impersonali[7] – risultando largamente inadeguato per programmare azioni di politica economica e sociale. Al contrario, un’interpretazione relazionale della struttura sociale risulta più idonea per abilitare prassi socialmente innovative, in quanto consente di immaginare reti collaborative/cooperative, sia in senso orizzontale tra i diversi attori che vivono e si organizzano nelle comunità locali, sia in senso verticale tra i diversi livelli istituzionali.

Queste caratteristiche emergono con chiarezza osservando alcune iniziative locali che si contraddistinguono nell’assumere un atteggiamento di tipo generativo rispetto al territorio di riferimento. In altri termini, invece di prosciugare le risorse locali in nome del profitto, tali iniziative sviluppano delle reti relazionali nella comunità locale, con il fine di promuovere la capacità di agire della comunità stessa. Ripensando al messaggio di Walras, questi modelli non percepiscono la produzione di ricchezza e la generazione di valore sociale come un trade off, bensì come elementi tra loro integrati, che costituiscono un motore di sviluppo e innovazione.

Ad esempio, nel triennio 2015/2018, il Comune di San Donà di Piave (VE) ha realizzato un processo di co-progettazione, denominato Piano delle Opportunità Sociali (POS), con l’obiettivo di avviare una riprogettazione partecipata dei servizi di welfare, e coinvolgendo diversi soggetti pubblici e privati. Più nel dettaglio, il POS ha sia elaborato una rilettura dei costi del sistema di welfare municipale, sia avviato un percorso di analisi delle dinamiche dello sviluppo cittadino e di definizione dei temi ritenuti centrali per la qualità della vita della popolazione, al quale hanno partecipato oltre cinquanta stakeholder pubblici e privati[8]. L’obiettivo è stato da un lato promuovere nuove forme di partecipazione attiva dei cittadini alla vita della società, e dall’altro quello di sostenere lo sviluppo economico locale favorendo la produzione, su base collaborativa, di beni e servizi di interesse generale e collettivo.

Spostandoci geograficamente sull’Appennino, l’Associazione Socio-Assistenziale dei Comuni dell’Acquese[9] promuove dal 2004 la realizzazione di percorsi partecipati che coinvolgono gli attori territoriali di ben ventinove comuni nella definizione di strategie locali di intervento in diversi settori (contrasto alla povertà e inclusione, anziani e domiciliarità, politiche giovanili, donne vittime di violenza, emergenza abitativa, lavoro e disabilità). I processi partecipati messi in atto nella rete di collaborazione sono risultati cruciali nella ricomposizione delle risorse e nella messa a disposizione e coordinamento di tutte le opportunità offerte dal territorio.

Queste esperienze “coesive”, dense di relazioni, raccontano di una trasformazione in atto del sistema di welfare – inteso nella sua più ampia accezione multisettoriale, che interseca l’ambito sociale e socioassistenziale con quello culturale e dell’istruzione – nella direzione relazionale qui suggerita, comprovando la possibilità di strutturare innovativi modelli economici in risposta ai nuovi bisogni sociali.

Nei casi portati ad esempio, come in altri, la presenza dell’istituzione pubblica nella struttura collaborativa/cooperativa risulta fondamentale per garantire il requisito dell’universalismo del welfare, in quanto il pericolo dell’esclusione di alcuni gruppi sociali dalla fruizione dei servizi deve essere sempre tenuto presente. In altri termini, assumere una prospettiva relazionale non si traduce affatto nella privatizzazione dell’apparato di protezione sociale, quanto piuttosto nella sua socializzazione[10], da realizzarsi attraverso un efficace ed efficiente equilibrio tra condivisione di sovranità ed universalismo degli interventi.

In conclusione, l’adozione di un paradigma relazionale consente di migliorare la policy economica nella gestione del welfare non tanto attraverso interventi sulle meccaniche e sugli elementi che compongono il mercato (politiche erogative e ridistributive), quanto piuttosto «sulla natura, qualità e numero di relazioni che lo costituiscono»[11]. Seguendo questo approccio relazionale sarà possibile attribuire un significato strategico, nell’attuale dibattito socioeconomico, alla pluralità delle connessioni che caratterizzano le odierne strutture sociali e fornire un’adeguata ed efficace risposta alla complessità dei bisogni.


[1] S. Zamagni, «L’evoluzione dell’idea di welfare: verso il welfare civile», Quaderni di Economia del Lavoro, pp. 337-360, 2015.

[2] A. Smith, An Inquiry into the Nature and Causes of the Wealth of Nations, 1776.

[3] L. Walras, Éléments d’économie politique pure, ou théorie de la richesse sociale, 1874; V. Pareto, Manuale di economia politica con una introduzione alla scienza sociale, 1906; G. Debreu e K. J. Arrow, « Existence of an Equilibrium for a Competitive Economy», Econometrica, pp. pp. 265-290, 1954.

[4] L. E. J. Brouwer, «Über Abbildung von Mannigfaltigkeiten», Mathematische Annalen, 1911.

[5] G. Vita, «La governance generativa per l’innovazione sociale», Sindacalismo: rivista di studi sull’innovazione e sulla rappresentanza del lavoro nella società globale, pp. 27-41, 2019.

[6] L. Floridi, Il verde e il blu.Idee ingenue per migliorare la politica, Raffaelo Cortina Editore, Milano 2020.

[7] S. Zamagni, «L’economia come se la persona contasse. Verso una teoria economica relazionale», in Teoria economica e relazioni interpersonali, il Mulino, Bologna 2006, pp. pp. 17-51.

[8] M. Visentin e G. Antonini, «La pubblica amministrazione responsabile: un caso di Digital Welfare», Rivista Italiana di Public Management, 2018.

[9] «A.S.C.A. – Unione Montana Suol D’Aleramo» 2016.

[10] S. Zamagni, «L’evoluzione dell’idea di welfare: verso il welfare civile,» Quaderni di Economia del Lavoro, pp. 337-360, 2015.

[11] L. Floridi, Il verde e il blu, Milano: Raffaelo Cortina Editore, 2020.

Scritto da
Massimo Ronchini

Laureato magistrale in Management dell’Economia Sociale presso l’Università di Bologna, sede di Forlì. Lavora da freelance come consulente sui temi dell’innovazione sociale e della valutazione di impatto sociale. È componente del consiglio direttivo del comitato territoriale Arci Senigallia e collabora con diverse associazioni di promozione sociale.

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