Roma di nessuno: da modello politico a capitale immorale
- 15 Maggio 2017

Roma di nessuno: da modello politico a capitale immorale

Scritto da Francesco Saccomanni

11 minuti di lettura

Pagina 2 – Torna all’inizio

Il ‘modello Roma’

Tradizionalmente priva di un robusto settore privato, la Roma dei ministeri e delle grandi aziende di Stato entra negli anni Novanta in una fase di profonda destatalizzazione della sua economia. Come nel resto d’Italia, l’elezione diretta dei sindaci apre una nuova stagione politica. Siamo nel 1993, il paese è appena uscito da Tangentopoli e dalla più grave crisi finanziaria del Dopoguerra. A Roma la giunta Carraro, ultima espressione del regime partitico della Prima Repubblica, è travolta dagli scandali e da una prima ondata di antipolitica che per poco non porta in Campidoglio il neofascista Fini. La giunta di centrosinistra del giovane verde ed ex radicale Francesco Rutelli (1993-2001) guida la città in un periodo di trasformazione e rinnovamento. Le ex aziende di Stato (ENI, ENEL, Telecom Italia, Finmeccanica) e l’apparato statale si ridimensionano, ma la città, aiutata dai massicci investimenti previsti per il Giubileo del 2000, sembra non essere mai stata meglio. È in questo periodo che il Comune adotta strategie di respiro europeo per progettare lo sviluppo urbano: dalla ‘cura del ferro’ per il trasporto pubblico alle pedonalizzazioni del centro storico, dal restauro del patrimonio edilizio e monumentale ai progetti di recupero delle estese periferie, le giunte Rutelli incarnavano l’ambizione sincera di una borghesia romana che desiderava modernizzare la città secondo criteri progressisti. A livello nazionale il centrosinistra era sconfitto dal berlusconismo o, se al governo, sacrificato nella camicia di forza dei vincoli contabili europei, ma a Roma la musica era un’altra. In una tendenza proseguita con le giunte di Walter Veltroni (2001-2008), il centrosinistra era libero di spendere e tradurre in azione il modello politico di molti socialdemocratici europei: guidare la società verso un’economia terziaria attraverso una gestione attiva della deindustrializzazione, che a Roma prendeva la forma della destatalizzazione. Se Billy Elliot, personaggio simbolo della Terza Via blairiana, fosse stato di Tor Pignattara, suo padre sarebbe stato un ex ferroviere prepensionato e il sogno di Billy sarebbe stato danzare nel nuovo Auditorium disegnato da Renzo Piano, voluto da Rutelli e magnificato da Veltroni.

Finanza e mattone

Il grande impulso all’industria culturale che ha reso la Roma degli anni Duemila una delle città più vivaci nel contesto europeo si attenua progressivamente durante il mandato di Veltroni. Nel frattempo l’Italia era entrata nell’euro e Roma, come molte altre realtà nazionali ed europee, viveva uno sviluppo drogato da tassi di interesse scesi al minimo storico. Il boom del settore immobiliare e la finanziarizzazione degli interventi comunali diventano una caratteristica della gestione Veltroni. Il Piano Regolatore del 2005 prevedeva investimenti privati per 40 miliardi di euro, promettendo “in 10 anni un boom dell’occupazione”. Il Piano ha il merito di inquadrare un settore lasciato in anarchia dal 1962, ma sembra anche suggellare un patto del diavolo tra amministrazione e interessi immobiliari privati, non a danno di questi ultimi. La campagna romana si riempie di nuove costruzioni, così come le casse comunali di oneri di urbanizzazione che, però, raramente si traducono in quanto promesso su carta, ossia in infrastrutture che colleghino i nuovi quartieri al resto della città. I prezzi delle abitazioni esplodono. La finanza entra di prepotenza nella pianificazione di nuove opere pubbliche: la giunta Veltroni ha il merito di avviare finalmente la costruzione di due nuove metropolitane (linee B1, C) e progettarne addirittura una terza (D), ma senza un deciso sostegno statale, il Comune procede finanziandosi a debito o tenta di coinvolgere, invano, i privati (project financing per la linea D). Sono avviati senza adeguate coperture finanziarie progetti faraonici come la Città dei Giovani, la Città dello Sport, il Centro Congressi e l’Acquario di Roma: cantieri ancora oggi incompiuti che segnano il paesaggio urbano come una cicatrice. Il ‘modello Roma’ incarnava dunque un’ideologia ben precisa: la convinzione che il mercato, se lasciato operare senza troppi vincoli, sarebbe stato in grado di effettuare investimenti produttivi capaci di creare nel lungo periodo ricchezza e occupazione. Il soggetto pubblico, Stato o Comune che fosse, si sarebbe limitato a indicare delle linee guida, la direzione di massima dell’investimento. Con queste premesse il ricorso massiccio al debito, pubblico o privato che fosse, non destava eccessive preoccupazioni.

Gli anni di Alemanno

Rieletto sindaco nel 2006 con il 61% dei voti, dopo nemmeno due anni Veltroni lascia il Campidoglio, non appena nominato segretario del neonato PD. Convocate nuove elezioni comunali, una parte importante dell’elettorato  di centrosinistra rigetta il ritorno di un candidato ormai consumato come Rutelli: nel 2008, in un ballottaggio segnato dalla diserzione della sinistra, Roma elegge il suo primo sindaco post-fascista, Gianni Alemanno.

L’apogeo elettorale della destra italiana, con la simultanea conquista di Roma e del governo nazionale, marca anche l’inizio della sua fine. Certamente non aiutata dalla recessione e dall’esplosione della bolla immobiliare, la classe dirigente di destra si rivela essere un gruppo allo sbando, senza una strategia di rilancio dell’economia cittadina. Con le casse vuote e i megaprogetti veltroniani in standby, Alemanno e i suoi sodali annunciano progetti senza capo né coda, dal Gran Premio di Formula 1 dell’EUR o il parco divertimenti a tema dell’antica Roma, fortunatamente naufragati. L’assenza di visione strategica e l’inconsistenza del PDL come forza radicata sul territorio acuiscono molti dei mali cittadini. La costruzione del consenso avviene infatti su due piani: da un lato, il blocco di potere è cementato con pratiche di nepotismo e corruzione, con le assunzioni di amici nelle partecipate comunali e la distribuzione di prebende e appalti a finanziatori e altri poteri forti; dall’altro, il consenso popolare è ricercato in un laissez faire anarchico che sconfina nella depenalizzazione di fatto di diverse attività illegali. Dal commercio ambulante alla cartellonistica pubblicitaria, dal depotenziamento di ogni tipo di controllo amministrativo alla riduzione della sosta a pagamento: i danni a lungo termine sul senso civico e sulla coesione sociale della città sono incalcolabili. Se nella maggior parte delle grandi città italiane il terzo ciclo berlusconiano (2008-2011) è stato temperato da amministrazioni comunali di un altro colore, a Roma la decadenza di una classe dirigente di destra senza più idee né senso della legalità ha potuto dispiegarsi senza freno alcuno.

Continua a leggere – Pagina seguente


Vuoi aderire alla nuova campagna di abbonamento di Pandora per i numeri 4,5 e 6? Tutte le informazioni qui

Scritto da
Francesco Saccomanni

Classe 1984. Romano, laureato in economia internazionale al Graduate Institute of International and Development Studies a Ginevra, ha studiato anche a Roma e Barcellona. Oggi lavora a Milano nel settore oil & gas.

Pandora Rivista esiste grazie a te. Sostienila

Se pensi che questo e altri articoli di Pandora Rivista affrontino argomenti interessanti e propongano approfondimenti di qualità, forse potresti pensare di sostenere il nostro progetto, che esiste grazie ai suoi lettori e ai giovani redattori che lo animano. Il modo più semplice è abbonarsi alla rivista cartacea e ai contenuti online Pandora+, ma puoi anche fare una donazione a supporto del progetto. Grazie!

Abbonati ora

Seguici

www.pandorarivista.it si avvale dell'utilizzo di alcuni cookie per offrirti un'esperienza di navigazione migliore se vuoi saperne di più clicca qui [cliccando fuori da questo banner acconsenti all'uso dei cookie]