Roma di nessuno: da modello politico a capitale immorale
- 15 Maggio 2017

Roma di nessuno: da modello politico a capitale immorale

Scritto da Francesco Saccomanni

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Il Patto di Stabilità Interno

A partire dal 2012 Roma è colpita, come gli altri Comuni, dalla riforma del Patto di Stabilità Interno varata dal governo Berlusconi. Il Patto disciplina i bilanci degli enti locali in modo non dissimile dal Patto di Stabilità europeo che regola l’indebitamento dei paesi membri dell’euro. In precedenza, ogni anno la manovra fiscale stabiliva un ‘saldo obiettivo’ per i Comuni, calcolato in percentuale sulla loro spesa corrente storica. I Comuni erano coinvolti nello sforzo di riduzione del deficit nazionale sia attraverso il taglio dei trasferimenti statali, sia attraverso il miglioramento del saldo obiettivo: a causa della rigidità delle poste di bilancio di parte corrente (preventivate in pareggio), il rispetto del Patto si giocava sulle voci in conto capitale (accertamenti, investimenti, incassi e pagamenti, etc.), col risultato di creare un incentivo perverso a ritardare il più possibile i pagamenti dovuti alle imprese. Con l’attuazione del federalismo fiscale i trasferimenti statali sono stati sostituiti da ‘entrate proprie’ (mitigate da un fondo sperimentale di riequilibrio), ossia una quota del gettito IVA generato sul territorio comunale. Per ridurre il deficit derivante dai Comuni, lo Stato può ora agire soltanto sui saldi obiettivo stabiliti nel Patto ma, avendo già compresso al massimo la spesa per investimenti, l’ulteriore inasprimento del Patto non poteva che tradursi a livello comunale in una crescita della tassazione e nella riduzione delle spese correnti: in poche parole, dal 2012 in poi l’obiettivo statale del pareggio di bilancio si sta realizzando in gran parte attraverso gli avanzi di bilancio degli enti locali: secondo la Corte dei Conti dal 2008 a oggi i Comuni hanno subito tagli per 20 miliardi di euro.

Austerità all’italiana

Se scaricare sugli enti locali l’onere dell’aggiustamento dei conti pubblici ha permesso ai governi di decentrarne parte della responsabilità e di frammentare l’opposizione popolare intorno alle misure di austerità, resta tutto da analizzare l’impatto in termini economici e sociali che tali misure hanno avuto. In Italia l’austerità non ha assunto la forma ‘shock’ conosciuta in altri paesi (tagli a pensioni e salari pubblici, licenziamenti dei dipendenti statali, attacco violento a scuola e sanità) ma ha comportato tagli alla spesa in investimenti (aggravando l’agonia di settori duramente colpiti come le costruzioni), la crescita della tassazione e il contenimento della spesa corrente attraverso il blocco del turnover per gli impiegati pubblici e il congelamento dei loro salari. Un lento stillicidio, le cui conseguenze per una città già indebitata come Roma (ma non solo), dove il peso occupazionale dello Stato e del settore immobiliare è più forte, sono state semplicemente catastrofiche.

Per Roma il 2014 è stato un inverno nucleare: la nuova giunta di centrosinistra del sindaco Ignazio Marino si è ritrovata a operare sulle macerie finanziarie ereditate dal quinquennio conservatore, con le mani legate dal Patto di Stabilità e sullo sfondo di un tessuto economico e sociale in incessante disfacimento. L’impossibilità di ricapitalizzare le dissestate aziende comunali dei trasporti e dei rifiuti (un alibi per possibili privatizzazioni), di rilanciare gli investimenti infrastrutturali, di potenziare i servizi più carenti (asili nido, spazi sociali nelle periferie), di presidiare efficacemente il territorio (manutenzione del verde, polizia municipale), in poche parole l’impossibilità di una qualunque politica che potesse contrastare la più grave crisi del dopoguerra ha restituito il paesaggio di una città impoverita e senza direzione, dove la stessa coesione sociale è messa a dura prova. Una città è la prima unità dello spazio politico e la dimensione nella quale il cittadino più facilmente valuta il patto democratico tra eletti ed elettori sul quale si fonda la nostra società. Non è allora un caso, forse, che a Roma il sentimento di antipolitica sembra essere più forte che altrove, con il Movimento 5 Stelle che dalle elezioni del 2013 in poi è la forza dominante nelle periferie un tempo rosse e che oggi risentono più delle zone centrali della paralisi comunale. La tumultuosa fine della giunta PD di Marino, destituita dal suo stesso partito e seguita dal commissariamento del Comune, ha infine scavato un ulteriore fossato tra la politica tradizionale e la cittadinanza, contribuendo a gettare le basi della vittoria del Movimento 5 Stelle alle elezioni comunali di giugno 2016.

Stretta nel rispetto del Patto di Stabilità e nell’ideologia della crisi di onestà, purtroppo la nuova amministrazione Raggi sembra priva non solo degli strumenti finanziari necessari a invertire il declino economico di Roma, ma anche di quelli culturali per mettere a fuoco le origini della crisi e dunque individuare il campo politico di azione.

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Scritto da
Francesco Saccomanni

Classe 1984. Romano, laureato in economia internazionale al Graduate Institute of International and Development Studies a Ginevra, ha studiato anche a Roma e Barcellona. Oggi lavora a Milano nel settore oil & gas.

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