Startup ed ecosistemi innovativi
- 25 Gennaio 2021

Startup ed ecosistemi innovativi

Scritto da Alessandro Cillario e Stefano Onofri

10 minuti di lettura

Questo contributo è tratto dal numero cartaceo 3/2020, dedicato al tema delle “Piattaforme”. Questo contenuto è liberamente accessibile, altri sono leggibili solo agli abbonati nella sezione Pandora+. Per ricevere il numero cartaceo è possibile abbonarsi a Pandora Rivista con la formula sostenitore che comprende tutte le uscite del 2020 e del 2021. L’indice del numero è consultabile a questa pagina.


Fra i compiti più affascinanti degli storici c’è quello di poter classificare i fatti passati, sfrondarli di ogni elemento non essenziale, definirli nei loro contorni e renderli ‘storia’ a tutti gli effetti. Ogni epoca può e deve essere delineata, catalogata nei propri tratti essenziali e trasmessa ai posteri. Così come gli storici applicano questa disciplina, il principale compito di chi lavora con e per l’innovazione è quello di fiutare gli elementi chiave del presente, e di interpretare, per quanto possibile, i trend del futuro. Trasformare questa interpretazione in valore economico è il destino delle startup. La buona notizia è che non esiste generazione italiana o europea che possa raccogliere questa sfida meglio di quella degli attuali under 35: una generazione composta da contaminatori. Più abili a incidere dall’interno, piuttosto che a sovvertire l’ordine costituito.

Una piattaforma – digitale e non – accelera la connessione fra soggetti diversi. Per le startup, che non sono altro che organismi ‘viventi’ pronti a crescere o a morire, le piattaforme sono strumenti attraverso cui accelerare la propria crescita, che avviene all’interno di un ecosistema. Ecco il concetto chiave. Ecosistema. Preso in prestito dall’ecologia, consente di descrivere al meglio la vita delle startup, e del tessuto economico in cui sono immerse. Nel mondo naturale è l’ambiente circoscritto all’interno del quale gli organismi viventi abitano, crescono e muoiono, seguendo determinate regole. Per le startup è più o meno lo stesso: il loro successo o fallimento è legato indissolubilmente all’ecosistema in cui si trovano. Quello delle startup è un mondo piccolo per definizione, inserito all’interno di un ambiente più grande, ovvero quello delle imprese e del tessuto economico di una nazione. Le imprese, così come i sistemi imprenditoriali nazionali, sono in costante competizione fra loro. E, come sappiamo bene, la globalizzazione ha accelerato e intensificato il conflitto, lasciando sul campo vincitori sempre più forti, e vinti sempre più numerosi. Per questo, mentre da un lato occorre azionare attraverso la politica freni che rallentino questa deriva – accreditando temi quali quelli della sostenibilità ecologica e sociale – dall’altro lato occorre rafforzare catalizzatori che consentano di modificare dall’interno il tessuto economico e renderlo più adattivo, competitivo, veloce. E fra tutti i possibili catalizzatori che abbiamo a disposizione, le startup sono probabilmente il più potente ed efficace. Sperando di non scomodare a sproposito Darwin, possiamo dire che le imprese che sopravvivono più a lungo non sono le più forti, ma quelle che si adattano più rapidamente, e quindi che innovano con maggiore frequenza. Come ha ricordato Ren Zhengfei, fondatore di Huawei: «Se abbracci l’innovazione ti distruggi, ma se rifiuti l’innovazione sarai distrutto dagli altri».

Le startup sono dunque microrganismi dal grande potenziale, in grado di innovare le imprese esistenti o di crearne delle nuove dal nulla, che sostituiranno le precedenti. Se sono così importanti, cosa dobbiamo fare allora per farle crescere? Di nuovo, il loro destino è indissolubilmente legato all’ecosistema in cui si trovano. Se è florido, le probabilità di successo saranno molto maggiori. È spesso in questo contesto che nel nostro Paese emerge lo scetticismo, il complesso di inferiorità, l’idea di non essere all’altezza degli altri Stati europei o della competizione globale nell’ambito dell’innovazione. Non è un fatto nuovo, e per contrastarlo basta riprendere le parole di Enrico Mattei: «Noi italiani dobbiamo toglierci di dosso questo complesso di inferiorità che ci avevano insegnato, che gli italiani sono bravi letterati, bravi poeti, bravi cantanti, bravi suonatori di chitarra, brava gente, ma non hanno le capacità della grande organizzazione industriale. (…) Sono cose che hanno fatto credere a noi e che ora insegnano anche a voi. Tutto ciò è falso e noi ne siamo un esempio. Dovete avere fiducia in voi stessi, nelle vostre possibilità, nel vostro domani; dovete formarvelo da soli questo domani».

È proprio con lo stesso spirito che possiamo e dobbiamo rimboccarci le maniche e fare la differenza. Perché la seconda buona notizia che abbiamo è che il nostro Paese possiede tutte le carte in regola per poter competere in questo ambito. Essere partiti in ritardo non deve essere motivo di compianto, ma piuttosto una motivazione e uno stimolo per correre al doppio della velocità verso l’obiettivo.

Tutti gli ingredienti ci sono, basta metterli a sistema. Partiamo da un esempio concreto frutto della nostra esperienza: nel 2015 fondammo, come studenti, lo StartUp Day dell’Università di Bologna, un evento destinato a far nascere nuovi progetti imprenditoriali da parte di studenti, neolaureati e talvolta anche ricercatori. La comunità dell’Alma Mater, seconda per dimensioni in Italia, poteva vantare oltre 100.000 membri fra studenti, ricercatori e docenti. Ma c’era un problema macroscopico: per far nascere delle startup di alto potenziale, è necessario che individui con diverse competenze si conoscano fra loro. Le probabilità che una grande azienda si consolidi se fondata da tre biologi, per quanto geniali, è molto più bassa rispetto alle probabilità di successo di un’azienda nata da un filosofo, un economista e un biologo: la combinazione di competenze diverse consente infatti di affrontare le sfide quotidiane del fare impresa in modo ineguagliabile. Lo StartUp Day nacque dalla volontà di mettere in contatto studenti o laureati con un’idea imprenditoriale con loro colleghi che potessero complementarli e creare con loro aziende di successo. A 5 anni di distanza, con oltre 10.000 partecipanti complessivi e milioni di euro raccolti dalle startup partecipanti, StartUp Day rappresenta un tassello importante per la crescita dell’ecosistema startup collegato all’Alma Mater e al suo territorio. Un format semplice, pensato per poter essere replicato in qualsiasi contesto simile, come in parte è avvenuto.

Quella esperienza creativa fu per noi, a livello personale, un percorso di intra-preneurship: una attività con approccio imprenditoriale realizzata all’interno di una istituzione consolidata e complessa come un Ateneo. La dimostrazione concreta che, anche all’interno della Pubblica amministrazione, è possibile fare innovazione quando si incontrano dirigenti e professionisti illuminati. È con questo stesso spirito che tre anni dopo è nato anche l’Intrapreneurship Program, un programma per studenti eccellenti dell’Ateneo di Bologna, che ha l’obiettivo di coinvolgerli attivamente nei progetti istituzionali più avanzati dell’Alma Mater, contribuendo ad innovarla dall’interno.

Lo StartUp Day è solo un piccolo esempio di come un ecosistema più dinamico è in grado di far crescere il numero e la qualità delle sue startup. Possiamo dire che esistono almeno 5 linee strategiche che devono essere garantite da un ecosistema florido:

_ Trasmettere ed alimentare la passione imprenditoriale: le passioni nascono e si coltivano sui banchi di scuola, ed è da lì che occorre partire. Trasmettere agli adolescenti l’idea che possono pensare a soluzioni innovative e ambire a una carriera imprenditoriale, qualsiasi sia il loro ambito di studi futuro, e qualsiasi sia il contesto economico-familiare da cui provengono, dà loro nuovi orizzonti. Inoltre, getta le basi per ciò che li attende: andiamo verso un mondo in cui i lavori che faranno le future generazioni devono ancora essere inventati, pertanto stimolare i propri giovani a un approccio imprenditoriale li aiuta ad immaginare quei lavori, prima ancora di pensare a dove potrebbero essere assunti.

_ Formare i potenziali imprenditori ai principi di lean startup: tutti devono avere accesso a opportunità che gli permettano di conoscere le regole di base per far nascere una nuova impresa innovativa. Tutti devono avere la possibilità di imparare da chi sta facendo innovazione. Senza una formazione di massa ai principi imprenditoriali di lean startup, è impossibile pensare a una svolta in questo ambito. I corsi digitali online possono essere una risposta efficace per un rapido cambio di passo.

_ Trattenere talenti, e attirarne di nuovi: l’innovazione avviene per massa critica. Come in tutti gli ecosistemi, è difficile poter vedere fiorire una specie se non si raggiungono determinati volumi che ne garantiscano la sopravvivenza. Formiamo menti straordinarie, investiamo sul loro talento, e siamo fra le popolazioni più portate alla creatività nel problem solving, indispensabile per fare impresa. Ci manca un ultimo tassello: creare gli strumenti per trattenere quei talenti nel periodo della vita in cui sono più creativi, e in cui scelgono qual è il luogo in cui vogliono vivere. È la fascia d’età 23-35 anni. Investire per trattenere i talenti in questa età garantisce un ritorno sicuro, perché la spinta al fare impresa è per loro più forte, e continuativo, perché una volta scelto il luogo in cui vivere è più difficile che se ne distacchino ‘cercando fortuna’ altrove. Così facendo, si finisce anche per attrarre i talenti da fuori: mai come oggi per il ‘bel Paese’ nasce l’opportunità di attrarre chi vuole combinare un’alta qualità della vita a un lavoro di successo, magari gestito in smart working.

_ Incentivare il territorio ad acquistare innovazione: la prima ragione di fallimento delle startup è la scarsità di clienti nella fase iniziale. Questo è normale nel caso che la soluzione creata non sia di effettivo valore aggiunto. Ma non è normale, per un ecosistema, quando la causa è la scarsa propensione da parte delle aziende o dei cittadini ad acquistare prodotti innovativi, o ad adottare soluzioni nuove. Molto del gap che dobbiamo colmare risiede qui.

_ Attivare i capitali: esistono ecosistemi startup che si sono sviluppati grazie ai capitali investiti, e che in questo modo hanno attratto i talenti (Silicon Valley, New York), e poi ci sono ecosistemi che hanno attratto i capitali grazie ai talenti che lì risiedevano (Boston, con le sue straordinarie università). Per recuperare il ritardo accumulato, dobbiamo fare entrambe le cose insieme: non basta trattenere i talenti, occorre attivare anche i capitali. A muovere il primo passo, come negli ultimi anni sta felicemente avvenendo, deve essere il pubblico, sia a livello nazionale che regionale. Investimenti di co-matching pubblico-privato, sviluppati strategicamente come sistema Paese, garantiscono due vantaggi immediati: favoriscono l’aumentare degli investimenti, e ancorano le aziende al territorio, evitando che le migliori vengano rapidamente attirate da ecosistemi con magnitudine attualmente maggiore della nostra. I capitali, poi, risiedono anche nella straordinaria ricchezza patrimoniale accumulata dagli italiani: l’equity crowdfunding, così come gli investimenti dei business angel, sono strumenti che possono avere un potenziale enorme nel nostro Paese se ben incentivati.

Quando si corre per recuperare posizioni, si devono considerare però anche i punti di debolezza che affliggono il nostro ecosistema. Ognuno ha i propri, noi dobbiamo fare i conti con i nostri. E operare per risolverli in fretta. In primis, il campanilismo: esistono parti della nostra società che non hanno ancora del tutto compreso, o accettato, come la competizione nel mondo dell’innovazione non sia con il proprio vicino di casa o con la città limitrofa, ma con il resto delle grandi nazioni e potenze economiche mondiali. Finché questo messaggio non sarà stato assimilato da tutti coloro che hanno il potere di investire per favorire la crescita delle startup, assisteremo alla nascita di infiniti e piccolissimi ecosistemi dell’innovazione, che nulla potranno contro la massa critica delle realtà mondiali che ci circondano. Sull’innovazione, l’unico modo per vincere è restare uniti e fare massa critica. Il secondo elemento di complessità è la scarsa propensione al rischio: vivendo in un sistema di Civil Law, in cui le regole vengono scritte prima che qualcuno possa averle violate, la preoccupazione che assilla un imprenditore o un investitore è quella di essere sicuro di stare rispettando tutte le regole e le normative vigenti. Ciò è parte della nostra cultura, e non si può far altro che prenderne atto, nella consapevolezza che la conoscenza di un proprio difetto di fabbrica può costituire il primo passo per risolverlo. In ultimo, occorre ridimensionare culturalmente, nelle nostre famiglie, nelle scuole e nelle università, la logica della carriera professionale come percorso lineare, come check list di certificazioni, attestati e avanzamenti da accumulare, uno dopo l’altro, per avere successo nella vita. Le nostre nonne passavano il tempo dicendoci ‘diventa un bravo avvocato, un bravo commercialista, un bravo ingegnere, perché è una carriera remunerativa e un lavoro rispettabile’. A loro possiamo concedere affermazioni simili, in ragione dell’affetto e dell’età. Ma non possiamo fare lo stesso con gli adulti di oggi, che stanno crescendo ed educando i ragazzi di domani.

Abbiamo parlato di operazioni sistemiche, che coinvolgono i principali attori istituzionali del Paese, e i più grandi enti privati. Ma uno degli aspetti più stimolanti del fare startup è che ogni risultato raggiunto, ogni ostacolo superato, ogni successo ottenuto dipende in primis dal proprio sforzo personale e dalla capacità di trasmettere questo spirito a chi lavora insieme a te. Nel ‘lontano’ 2016 fondavamo una startup di nome Cubbit, con l’obiettivo, secondo alcuni visionario, ma senz’altro anche folle, di realizzare il primo datacenter al mondo che non possedesse server proprietari. Il primo servizio di cloud che proteggesse la privacy degli utenti come un diritto e non come una feature a pagamento, e tutelasse l’ambiente. Avevamo in mente – o meglio, i nostri soci tech avevano in mente – come realizzare questa tecnologia. Quattro anni dopo, la nostra azienda continua a crescere, e noi siamo cresciuti con lei. È stato per noi un grande riconoscimento diventare nel 2018 la prima impresa italiana investita da Techstars, tra i tre più noti acceleratori di startup al mondo, nel loro programma di cybersecurity di Tel Aviv. Un anno dopo, Techstars apriva in Italia (a Torino), a dimostrazione del fatto che il nostro Paese ha tutto il potenziale per diventare un ecosistema attrattivo e competitivo.

Ecco allora che, facendo impresa in Italia da quattro anni con una costante connessione verso l’estero, abbiamo avuto modo di identificare almeno otto interlocutori dell’ecosistema che hanno la possibilità di dare il proprio contributo allo sviluppo delle startup, hic et nunc. Da questa esperienza deriva un elenco di azioni pratiche che riflettono le linee strategiche sopra citate:

_ Per lo Stato italiano: eliminiamo i costi del lavoro alle startup innovative nei primi due anni di vita, sia per i dipendenti che per gli amministratori: in questo modo faciliteremo le assunzioni regolarizzando il mercato, e introdurremo un meccanismo di selezione tale per cui solo le aziende solide, al termine dei due anni, saranno in grado di rimanere attive mentre le altre non saranno penalizzate per averci provato. Creiamo meccanismi di incentivo all’acquisto di prodotti/servizi innovativi per far decollare il mercato interno.

_ Per le Regioni: stimoliamo la competitività investendo capitali del bilancio regionale in fondi che facciano co-investimenti con i venture capital privati, attraendoli così sul territorio. Allochiamo parte delle risorse destinate allo sviluppo economico per finanziare a fondo perduto con contributi fino a 200.000 euro progetti imprenditoriali dall’alto potenziale economico, semplificando i processi di attivazione e rendicontazione degli stessi. Creiamo meccanismi di incentivo per trattenere i giovani talenti, contribuendo economicamente a sostenere parte del loro salario a patto che rimangano a generare valore sul territorio.

_ Per i comuni e gli enti locali: diamo spazi fisici all’ecosistema. Trasformiamo aree delle città in spazi di innovazione in cui nasceranno non solo nuove startup, ma anche progetti di ricerca, organizzazioni no-profit, attività culturali e di tutela dell’ambiente. È indispensabile farsi promotori di una alleanza fra tutte le istituzioni, associazioni di categoria e altri attori del territorio per realizzare progetti condivisi.

_ Per le università: rendiamo obbligatorio, in tutti i corsi di studio, l’ottenimento di crediti formativi legati a un corso – anche online – sull’imprenditorialità. Poche ore sono sufficienti e porteranno grandi risultati. Riproduciamo eventi come StartUp Day, iniziative che consentano a studenti, neolaureati e ricercatori con competenze differenti di incontrarsi e sviluppare insieme nuovi progetti imprenditoriali.

_ Per investitori pubblici e privati: dedichiamo almeno il 5% del tempo (1 giorno al mese) per formare in maniera sistemica coloro che hanno startup in fase early stage, per le quali è ancora lontana una concreta possibilità di investimento strutturato. Dedicate almeno il 5% delle risorse a vostra disposizione per realizzare programmi di accelerazione che possano dare a team imprenditoriali un anno di tempo per tentare di sviluppare le proprie soluzioni.

_ Per le aziende del territorio: se avete raggiunto un livello di Ebitda che ha reso il vostro business stabile, datevi come obiettivo quello di investire o collaborare con almeno una startup ogni 6 mesi. Incentivate i vostri dipendenti a testare nuovi servizi e prodotti, o a sperimentare in azienda nuove soluzioni in ottica di test.

_ Per imprenditori o professionisti: per diventare parte della soluzione, concedete la stessa importanza che dedicate ai classici investimenti immobiliari e finanziari anche agli investimenti di ticket piccoli in startup diversificate. Pensate all’impatto che potete creare all’ecosistema dell’innovazione acquistando un appartamento di meno, ma investendo su 20 startup in più. Le reti di business angel (sempre più grandi) esistono per questo. Così come esistono associazioni che vi consentono di investire il vostro tempo per diventare mentor per nuovi progetti imprenditoriali, a livello locale o nazionale.

Per i potenziali startupper: agli studi scolastici o universitari, o al vostro lavoro se state già lavorando (l’età media degli startupper di successo è più alta di quanto si pensi), affiancate approfondimenti specifici su lean startup e innovazione, su coding e tecnologie, e sul business english. Esistono migliaia di corsi online gratuiti che vi permetteranno di acquisire conoscenze di base indispensabili per gli anni a venire.

La sfida per colmare il gap che ci separa dagli altri principali Paesi europei è lanciata. Si tratta di una gara stimolante, avvincente, e soprattutto necessaria per garantirci un futuro solido fra le economie europee e globali. Il nostro Paese ha tutte le carte in regola per raggiungere questo obiettivo, pronto poi a mettere la freccia e superare in qualità e quantità altri ecosistemi internazionali. Nella eterna competizione che, lo ripetiamo, premia chi innova, non vincerà chi è partito prima o chi oggi è più forte, ma chi sarà più veloce ad adattarsi. La sfida è aperta e affascinante. Non rimane che dimostrare, insieme, di esserne all’altezza.

Scritto da
Alessandro Cillario e Stefano Onofri

Alessandro Cillario: Co-fondatore di Cubbit (di cui è co-CEO) e lo StartUp Day Unibo. È stato consigliere di amministrazione di Almacube, incubatore dell’Alma Mater e di Confindustria Emilia. Laureato con lode in Giurisprudenza all’Università di Bologna, si è occupato anche di comunicazione e giornalismo. È stato nominato nel 2020 tra i Forbes Under 30. Stefano Onofri: Co-fondato di Cubbit (di cui è co-CEO) nel 2016 e lo StartUp Day Unibo, oggi il più importante evento italiano per l’imprenditorialità accademica, nel 2015. Alumno del Collegio Superiore dell’Università di Bologna, dove ha studiato International Management, è stato head of startup unit in Almacube e nel 2020 è stato nominato tra i Forbes Under 30.

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