Scritto da Geoffrey Cain
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Era l’aprile del 1985 quando Steve Jobs, l’irrequieto fondatore di Apple Computer, usciva dal quartier generale di Cupertino, estromesso dalla sua stessa creatura. Ciò che accadde nei dodici anni successivi avrebbe cambiato non solo la sua vita e la sua carriera, ma anche rivoluzionato il nostro rapporto con la tecnologia.
Attingendo a materiali inediti e intervistando alcuni dei protagonisti e dei collaboratori chiave, in Steve Jobs: l’esilio. La storia mai raccontata di NeXT e la rinascita di un visionario americano – edito in Italia da Egea con un saggio di Diego Piacentini – il giornalista Geoffrey Cain svela la storia mai raccontata del “decennio perduto” di Steve Jobs.
Pubblichiamo di seguito, per gentile concessione dell’editore Egea, un estratto del libro tratto dal primo capitolo: Siberia.
«Chiederò a Steve di farsi da parte», annunciò John Sculley, CEO di Apple, dinanzi al consiglio di amministrazione della società. «Potete appoggiarmi in questa mia decisione […] o trovarvi un nuovo amministratore delegato».
Era l’11 aprile 1985 quando le tensioni che covavano da tempo tra John Sculley e Steve Jobs esplosero. Fu un vero e proprio colpo di scena: erano passati solo due anni da quando Steve aveva scelto personalmente John e lo aveva convinto a lasciare PepsiCo. Apple era diventata un’azienda da un miliardo di dollari di fatturato e Steve, insieme al board, aveva pensato che John sarebbe stato la persona giusta per fornirle una «guida adulta» nel ruolo di CEO. Dopo l’arrivo di John, Steve era rimasto presidente del consiglio di amministrazione e a capo della divisione Macintosh, dove guidava lo sviluppo del personal computer di punta dell’azienda.
Il rapporto di lavoro tra John e Steve era iniziato all’insegna della fiducia e della vicinanza. I due parlavano e pranzavano in privato. Sembravano straordinariamente allineati su gran parte della strategia aziendale di Apple. Ma il rapporto si deteriorò quando le sorti dell’azienda peggiorarono. I computer Apple non vendevano. John faticava a delineare una visione chiara per rilanciare le vendite. E Steve – convinto della propria genialità – era ingestibile. Di recente aveva detto a un manager: «Il board sono io».
I membri del board di Apple regolarmente eletti erano però di tutt’altro avviso e attribuivano la colpa sia a John sia a Steve. Ora John voleva la totale uscita di scena di Steve e chiedeva che venisse rimosso dal ruolo operativo e privato di ogni potere decisionale. Steve era furibondo. Ricordò ai membri del board che Apple era la sua creatura: l’aveva fatta nascere dal nulla nel garage dei suoi genitori. Lui era ancora indispensabile, perché era il cuore pulsante e la forza intellettuale di Apple. Ma alla guida di Apple poteva esserci una persona sola, e John reclamava quel ruolo per sé. «Avevo dato a Steve più potere di quanto ne avesse mai avuto e avevo creato un mostro», avrebbe raccontato in seguito.
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Poco più di un anno prima, il 24 gennaio 1984, Steve aveva lanciato nel mondo la sua creatura: il Macintosh. Lo aveva definito «il computer per tutti», convinto che la sua semplicità e facilità d’uso avrebbero rivoluzionato il settore dei personal computer. Nei primi cento giorni le consegne si susseguirono a ritmo serrato e il successo sembrava dietro l’angolo. Ma i clienti abituali erano scoraggiati dalle gravi limitazioni del Mac. Pur essendo semplice da usare, non disponeva di un disco rigido, aveva funzionalità estremamente limitate e costava l’incredibile cifra di 2.495 dollari (equivalenti a circa 8.000 dollari del 2026). Nel 1985 Apple aveva già esaurito il bacino dei primi acquirenti e i restanti consumatori si orientavano verso l’alternativa meno costosa, l’Apple II. Le scorte di Mac si accumulavano, i budget sfuggivano al controllo e l’azienda faticava a concepire un nuovo prodotto capace di stupire. La battuta d’arresto dell’intero settore aggravava ulteriormente la situazione.
Per la prima volta nella sua breve storia Apple era seriamente in difficoltà. All’inizio del 1985 IBM – il gigante dell’informatica che spopolava tra le grandi imprese americane – e i suoi imitatori erano passati nel giro di pochi mesi dal controllare un terzo del mercato dei personal computer al controllarne circa la metà. Questi «cloni» utilizzavano lo stesso software delle macchine IBM ma costavano molto meno. La quota di mercato di Apple rimaneva stagnante, mettendo in luce il fallimento della scommessa sul Macintosh.
Le cose andavano così male che Steve e John avevano avviato trattative riservate per vendere l’azienda a General Electric. Secondo il giornalista Frank Rose, il conglomerato aveva incaricato l’imprenditore texano H. Ross Perot di incontrare i vertici di Apple e valutare la società come possibile obiettivo di acquisizione. Alla fine GE decise di non procedere. Ross, però, rimase molto colpito da Steve – un legame che si sarebbe rivelato importante quando in seguito Steve si sarebbe messo alla ricerca di nuovi investitori.
Il fascino che Steve esercitava su Ross seguiva uno schema ricorrente. Molti nell’orbita di Apple erano totalmente assorbiti da Steve e trascuravano gli apporti di John, alimentando tra i due una rivalità crescente che sarebbe stata aggravata dalla fragile posizione di mercato dell’azienda. Per risolvere il problema Steve disse ai dipendenti che Apple doveva competere ai massimi livelli. Fino a quel momento l’azienda si era concentrata sul mercato consumer: se avesse realizzato un computer più potente per la clientela aziendale, avrebbe potuto sfidare IBM. Così Steve cominciò a lavorare al Macintosh Office, una versione potenziata del Mac pensata appositamente per l’ambito professionale.
John non era d’accordo e riteneva poco realistici i piani di Steve. Il Mac era stato ideato come dispositivo personale di facile utilizzo per scrivere e disegnare; la sua architettura non era concepita per contesti aziendali ad alta pressione e con esigenze complesse. Perfino alcuni ingegneri del reparto di Steve sostenevano che il progetto era al di sopra delle loro capacità. Ma Steve andava avanti comunque.
Inoltre gli piaceva l’idea che, con il lancio del Macintosh Office, Apple potesse replicare il successo dello spot 1984 con cui l’anno precedente aveva lanciato il Mac originale e che era diventato immediatamente un classico. Apple chiese a Chiat/Day, la stessa agenzia dello spot 1984, di lavorare a un possibile seguito. Il concept: convincere i top manager che se non avessero acquistato il Macintosh Office sarebbero andati incontro a un declino inevitabile. Il 20 gennaio 1985, la domenica del Super Bowl, Steve e John si recarono allo Stanford Stadium per assistere insieme alla prima del nuovo spot.
La pubblicità, intitolata Lemmings, andò in onda durante una pausa del quarto tempo. Lo spot distopico si apriva con una fila di impiegati in giacca e cravatta che marciavano bendati verso il bordo di una scogliera, fischiettando una macabra versione in tonalità minore di Heigh-Ho, il motivetto tratto da Biancaneve e i sette nani. Uno dopo l’altro, i «lemming» si avvicinavano al limite e precipitavano nel vuoto. L’ultimo della fila si fermava appena prima del ciglio, si toglieva la benda e guardava nell’abisso. «Potete vedere di che si tratta», annunciava una voce cupa, «oppure continuare con l’ordinaria amministrazione». Sullo schermo apparve la scritta: Il Macintosh Office.
Mentre i lemming precipitavano nel vuoto, gli ottantaquattromila spettatori dello Stanford Stadium sprofondavano in un silenzio imbarazzato. Anche i due al vertice di Apple ebbero un brutto presentimento. John era certo che quella reazione preannunciava tempi difficili per il prodotto.
E di fatto tre giorni dopo Apple lanciò il Macintosh Office tra l’indifferenza della stampa e la freddezza degli acquirenti. Peggio ancora, i timori di John sulla capacità dell’azienda di consegnare il prodotto si concretizzarono. Il cuore tecnologico del computer – il tanto decantato file server di Apple – aveva subito gravi ritardi e non era ancora pronto per la distribuzione.
L’andamento deludente delle vendite accentuò le divisioni interne, mentre i dipendenti cominciavano a dividersi in fazioni. Un gruppo che sosteneva John fece irruzione nell’ufficio del personale denunciando che Steve stava oltrepassando la sua sfera di competenza. Nel frattempo Steve non perdeva occasione per screditare John, parlando male di lui ai colleghi e contestandone sistematicamente le decisioni. I suoi sostenitori accusavano John di non avere una visione e di non capire nulla di tecnologia; a loro dire, stava trasformando Apple nell’ennesima azienda anonima e burocratica. Il dissenso era così palese che nessuno capiva più chi fosse davvero al comando.
Per tutta risposta John – formatosi alla Wharton ed ex presidente di PepsiCo – elaborò un piano per riorganizzare la struttura gerarchica di Apple. Fin dai suoi esordi come startup, l’azienda aveva adottato un modello organizzativo piatto che, durante la fase iniziale, aveva promosso l’agilità e consentito lo scambio creativo delle idee. Ma una volta che l’azienda era cresciuta, secondo John l’assenza di struttura aveva alimentato il caos e le lotte interne. Convinto che una Apple ormai matura per avere successo avesse bisogno di una leadership più centralizzata, John decise di accorpare le divisioni di prodotto sotto un unico team di vertice che avrebbe risposto direttamente a lui.
Il piano, in teoria, era semplice. Ma John si trovava di fronte un ostacolo non da poco: far rientrare Steve nei ranghi. Secondo la sua proposta di riorganizzazione, Steve sarebbe diventato uno dei tre responsabili di prodotto, tutti pari grado. Dietro la porta del suo ufficio John appese uno schema che sintetizzava la sua missione: una semplice piramide con lui al vertice.
Steve non era disposto ad accettarlo, tanto più che la sua stima per John stava scemando. Il tentativo di imporre ordine non funzionò e le tensioni continuarono ad aumentare. Il 7 febbraio, quando una telefonata anonima minacciò la presenza di ordigni esplosivi nelle abitazioni private di John e Steve, in Apple si diffuse la voce che si trattasse di una messinscena orchestrata da Steve per vendetta. «Sul divano di casa mia dormivano delle guardie armate», confiderà John a due giornalisti. La minaccia si rivelò un falso allarme, ma i sospetti tra il personale dimostrarono quanto profonda fosse ormai la frattura.
***
Due settimane dopo Steve organizzò una festa per il suo trentesimo compleanno al St. Francis Hotel di Union Square, a San Francisco. Per uno che era solito dire «Non fidarti mai di chi ha più di trent’anni», era un traguardo su cui riflettere. Sui tavoli campeggiavano biglietti con su scritto: «Avete contribuito a forgiare le mie abitudini – buone e cattive. Grazie per essere qui stasera a festeggiare altri trent’anni in loro compagnia».
Steve arrivò con un’ora di ritardo; indossava uno smoking nero, in linea con il dress code che richiedeva l’abito da sera. John mise da parte le divergenze e si alzò per brindare, definendolo «il più grande visionario del mondo tecnologico».
Poi a salire sul palco fu una cantante jazz in smoking rosso. «Sono Ella Fitzgerald», annunciò, «e per qualche motivo un giovane qui presente vuole che gli canti tanti auguri per il suo trentesimo compleanno». Per molti degli invitati ascoltare Ella cantare per Steve fu un momento indimenticabile. Per la celebre interprete, però, era solo un ingaggio come un altro: dopo essersi esibita in una versione jazz di «Happy Birthday» lasciò la sala. Per lei «era solo un uomo ricco di nome Steve», scriverà David Bunnell, fondatore di Macworld, la rivista dedicata ad Apple e al Macintosh, che seguiva la serata. Dopo Fitzgerald attaccarono a suonare i musicisti della San Francisco Symphony Orchestra. Poco dopo Steve se ne andò.
Agli invitati la festa lasciò un’impressione di freddezza e malinconia. «Steve non ha veri amici», aveva detto a David prima dell’evento Mike Murray, il responsabile marketing del Mac.
Un mese dopo, era il marzo 1985, John e Steve si rivolgevano a stento la parola. Steve ripeteva a ogni piè sospinto che John era un incapace. I manager di Apple non ne potevano più dei capricci da perfezionista di Steve, che facevano saltare tutte le scadenze fissate per i prodotti, ed esortarono John a ristabilire la disciplina facendo valere la sua autorità di CEO. Bisognava intervenire. Così Jay Elliot, direttore delle risorse umane di Apple, accompagnò John nell’ufficio di Steve per risolvere la questione. Fuori pioveva a dirotto. Dentro la situazione degenerò in fretta.
«Sculley cominciò ad attaccare Steve urlando», avrebbe poi ricordato Jay. John incolpò Steve per l’andamento deludente delle vendite della divisione Mac e lo rimproverò per aver minato la sua autorità. Steve rispose gridando a sua volta e dicendo che il vero problema di Apple era John. La divisione Mac era un conto, ma il fatto era che John non era in grado di guidare l’azienda. Poi arrivò l’affondo: Steve si disse pentito di averlo assunto come CEO, e subito dopo scoppiò in lacrime.
«In quel momento capii che Sculley aveva vinto», ricorderà Jay, «perché si sarebbe presentato davanti al board e avrebbe detto: “Quest’uomo è fuori controllo”».
Ed è esattamente quello che John fece qualche settimana dopo, la sera prima della fatidica riunione del consiglio d’amministrazione dell’11 aprile. Chiese che Steve venisse rimosso dalla guida del team Mac e trasferito a una nuova unità, creata ad hoc e priva di poteri reali, incaricata di elaborare idee per un futuro lontano. Per tre ore, dalle sei alle nove di sera, Steve e John si confrontarono duramente, difendendo ciascuno il proprio futuro professionale. Dopo una pausa notturna, ripresero alle nove del mattino successivo e continuarono a discutere davanti al board per altre estenuanti sei ore e mezza. John dichiarò che se il board non lo avesse sostenuto avrebbe lasciato la carica di CEO. Esausti, i consiglieri si schierarono con lui. Pur rimproverandogli di aver esitato nell’affermare la propria leadership, avevano bisogno più di John che di Steve, visto ormai come un elemento destabilizzante e immaturo. Il loro messaggio per Steve fu inequivocabile: doveva lasciare a John la guida dell’azienda. Gli consentirono di mantenere il titolo di presidente del consiglio di amministrazione, ma lo sollevarono dalla responsabilità della divisione Mac. Un colpo durissimo.
Steve uscì dalla sala e scoppiò nuovamente in lacrime. «Non riesco a credere che stia succedendo», disse dopo la riunione a Nanette Buckhout, assistente – ironia della sorte – proprio di John. Il celebre «campo di distorsione della realtà» di Steve – la sua capacità di convincere chiunque, compreso sé stesso, che quasi tutto è possibile – lo rendeva incline a esprimere le proprie emozioni senza remore, persino davanti alla segretaria del suo avversario. Non senza una punta d’ironia, i dipendenti di Apple chiamavano questa abilità «il mondo secondo Steve». «Perché John mi ha fatto questo?», si chiedeva singhiozzando. «Non posso credere che lo abbia fatto. Mi ha tradito».
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Il 7 maggio 1985 John e Jay atterravano a Parigi. Avevano bisogno di un sostituto carismatico alla guida del team Mac e speravano di convincere il responsabile di Apple Francia, un raffinato dirigente di nome Jean-Louis Gassée, ad accettare l’incarico.
Come Steve, anche Jean-Louis aveva un certo non so che. Possedeva carisma e bella presenza. Indossava giacche di pelle, profumi eleganti e portava un diamante all’orecchio. Era apparso sull’edizione francese di Vogue, che lo osannava come uno degli uomini meglio vestiti di Francia. Anche le sue riflessioni sulla strategia tecnologica avevano una marcia in più. «In Apple», scriveva, «a volte si tende a dimenticare che la vita non è fatta solo di una successione di orgasmi, ma anche di amore».
Come nel caso di Steve, il suo percorso era stato poco ortodosso. Aveva studiato matematica, collaborato alla gestione di uno strip club a Parigi e, poco più che ventenne, venduto porta a porta elisir destinati a rinvigorire la vita sessuale delle donne francesi. A ventiquattro anni era passato dalle pozioni ai personal computer entrando nella divisione francese di Hewlett-Packard come venditore senior. Venuto a sapere di una startup chiamata Apple, aveva deciso di fare il salto e nel 1981 aveva fondato la filiale francese dell’azienda.
Sotto la sua guida Apple Francia era divenuta la realtà internazionale di maggior successo del gruppo. Colpito dai risultati, John pensò di promuoverlo: voleva portarlo nella divisione Mac. Ma Jean-Louis era riluttante a entrare nelle lotte intestine ai vertici di Apple e poco attratto dall’idea di lavorare per Steve. In una raccolta di suoi scritti, Jean-Louis parlerà di Steve come di «quel personaggio bello e tragico uscito da un romanzo, quel mostro visionario, esteta, creatura solitaria, detestabile e affascinante».
Quando John gli aveva proposto per la prima volta di entrare nella divisione Mac, Jean-Louis aveva preteso una lettera firmata in cui Steve avrebbe dovuto impegnarsi a passargli il testimone nel giro di un anno. All’epoca l’affronto aveva suscitato l’indignazione di Steve. Ma adesso, con Steve prossimo all’uscita, John poteva promettere a Jean-Louis che la divisione prima o poi sarebbe stata sua. Nel frattempo avrebbe diretto il marketing del Macintosh.
Nel momento in cui venne a conoscenza dell’accordo Steve andò su tutte le furie. Rivolgendosi rabbioso a Jay gli disse che non voleva Jean-Louis tra i piedi. Non sarebbe rimasto a guardare mentre un elegantissimo ficcanaso francese si appropriava del suo team. Ormai non ne poteva più di John. Voleva riprendersi il controllo della sua azienda e decise di tentare un colpo di mano. Quando Apple ottenne i diritti per la vendita di personal computer in Cina, Steve accettò l’invito a tenere un discorso alla Grande Sala del Popolo di Pechino. Sapendo che anche John avrebbe voluto partecipare, lo invitò ad andare con lui. Ma quando John confermò la sua presenza, Steve si tirò indietro e lo lasciò partire da solo.
Mentre John era all’estero, Steve aveva intenzione di parlare al board e convincerlo a nominarlo CEO. Al rientro avrebbe affrontato John e preteso le sue dimissioni. Nella sua mente vedeva già tutto con chiarezza.
La settimana prima della partenza di John, Steve aveva sondato informalmente alcuni manager di Apple a proposito del suo piano. La maggior parte lo aveva liquidato come un’idea irrealizzabile dicendogli che stava esagerando. Perfino Jay, uno dei suoi più stretti confidenti, lo aveva invitato a lasciar perdere: il board si sarebbe schierato con John, l’unico candidato credibile in grado di guidare l’azienda.
Le persone che ascoltavano Steve parlare del suo progetto gli dicevano che era una sciocchezza senza senso: forse anche per questo Steve prese la decisione, ancora più irrazionale, di confidarsi con Jean-Louis. Forse sperava di conquistare un alleato inatteso.
Il giorno prima della partenza di John per la Cina, Steve aveva parlato con Jean-Louis nel parcheggio, rivelandogli il piano fin nei minimi dettagli.
«Steve, non è la tua azienda», gli rispose Jean-Louis. «È la nostra azienda».
Steve aveva appena commesso un grosso errore. Quella sera, durante una cena a casa del capo dell’ufficio legale di Apple, Al Eisenstat, Jean-Louis prese John in disparte in soggiorno e gli svelò il piano di Steve. Sconvolto, John annullò il viaggio in Cina e il mattino seguente partecipò alla riunione del board fissata per le nove, come racconterà poi nel suo libro di memorie Odyssey.
Diede inizio alla seduta solo quando arrivò Steve, che era in ritardo. Era un’imboscata: Steve era convinto che John si trovasse in Cina. Quando entrò nella sala, John lo fissava dall’altro capo del grande tavolo di legno. «Mi è giunta voce che tu voglia cacciarmi dall’azienda. Vorrei sapere se è vero», gli disse.
Per un istante carico di tensione, Steve ricambiò lo sguardo. «Credo che tu sia dannoso per Apple e che non sia tu la persona giusta per guidare questa azienda», replicò infervorato. «Dovresti davvero andartene. Non sono mai stato così preoccupato per Apple. Ho paura di te. Non sai come si guida un’azienda e non lo hai mai saputo».
«Ho sbagliato a trattarti con tanta stima», rispose John, la voce rotta dall’improvviso ritorno della sua balbuzie infantile. «Non mi fido di te e non tollero la mancanza di fiducia. Se me ne andassi, chi guiderebbe l’azienda?»
«Penso di poterla guidare io», rispose Steve. «Credo di sapere cosa bisogna fare».
«Vorrei fare un giro di tavolo e chiedere a ciascuno dei qui presenti membri del team esecutivo che cosa pensi di ciò che hai appena detto», ribatté John. «Perché, se fossero d’accordo con te, per me sarebbe molto difficile restare alla guida di quest’azienda».
Uno dopo l’altro, i sei top manager presenti espressero il proprio malcontento per il ginepraio che si era venuto a creare. Quattro si schierarono nuovamente con John, mentre due rimasero neutrali. Poi il board prese la sua decisione. Pur nutrendo delle riserve sulla leadership di John, in quel momento non le ritenne sufficienti per destituirlo. E continuava a considerare Steve troppo immaturo per poter essere un’alternativa credibile – proprio come molti gli avevano preannunciato. Steve abbassò la testa sul tavolo. Sparita la sua spavalderia. Sparite la sua verve e la sua sicurezza. Sparito l’impulso che lo animava. Il visionario di Apple era seduto davanti al board, svuotato, respinto per la seconda volta.
«Bene», disse con la voce tremante. «Adesso so come stanno le cose». Si alzò e uscì. Nessuno lo seguì.
Una settimana dopo, il 31 maggio 1985, Steve venne formalmente esiliato nel suo nuovo ruolo alla guida della nuova unità creata ad hoc. «Affittarono un piccolo edificio dall’altra parte della strada rispetto agli altri uffici di Apple», racconterà a Newsweek. «Io – anzi, noi – lo soprannominammo “Siberia”».
Gli venne consentito di portare con sé soltanto la sua assistente e una guardia di sicurezza. Pochi colleghi lo chiamarono per sapere come stesse. I report aziendali smisero di atterrare sulla sua scrivania. «A quel punto Steve era isolato ovunque», ricorderà Susan Barnes, responsabile del controllo di gestione di Macintosh e suo ex riporto. «Era impressionante vedere quanto fosse ostracizzato nella Silicon Valley […] È stata una cosa veramente spietata».
Senza nulla di concreto da fare, Steve continuava ad andare in ufficio tutti i giorni per qualche ora. Quando anche questo gli divenne insopportabile, smise del tutto di andarci. «Non c’era nessuno che sentisse davvero la mia mancanza», dirà più tardi.
La sera guardava le stelle dal portico di casa. Ogni istante della sua vita da adulto lo aveva dedicato a Apple – giornate lunghe, notti ancora più lunghe. Non aveva veri amici, né un’altra vita a cui dedicarsi. Decise di sparire per un po’, di allontanarsi dalla sua vecchia vita e di riflettere. «All’improvviso scomparve», ricorderà Jay. «Nessuno sapeva dove diavolo fosse. Né quando sarebbe tornato».