Appunti di storia della sicurezza sociale
- 21 Giugno 2017

Appunti di storia della sicurezza sociale

Scritto da Tommaso Brollo

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Sicurezza sociale nell’Europa preindustriale

Passando dall’istruzione al mondo del lavoro, è opportuno muovere verso la Repubblica Serenissima di Venezia, tra metà Quattrocento e Cinquecento, ai tempi di Marin Sanudo cronachista: «Sono tre generation di habitanti: zentilhomeni – che governano il stato, et la Repubblica – […] cittadini, et artesani overo popolo menudo»[4].

Qui il lavoro – nota in margine, un mercato del lavoro come lo intendiamo oggi non esisteva, ovviamente: donde la determinazione politica del salario – si declinava perlopiù attraverso la corporazione. Noi siamo portati a immaginare la corporazione come un fatto privato, imprenditoriale o sindacale, complice l’esperienza fascista: in realtà era un veicolo istituzionale peculiarmente pubblico e governativo. In primis, agiva sulle retribuzioni reali, controllando la quota salario, affinché non scendesse troppo sotto la pressione dell’arrivo dei foresti dequalificati (i prezzi di spesa al dettaglio e la circolazione della moneta piccola, orchestrata su principi di giustizia distributiva, controllavano l’altro lato del potere d’acquisto). In secondo luogo, era strumento di politica industriale (attraverso i regolamenti sulla qualità e i modi di produzione), il cui scopo era formare maestranze qualificate e ridurre al minimo l’inoperosità dei lavoranti – oggi diremmo, garantire il più possibile un regime di pieno impiego, ancorché precario[5]: l’Arsenale, il più grande opificio d’Europa, assorbiva tuttavia molte maestranze ed era una sorta di datore di lavoro di ultima istanza. In terzo luogo, le corporazioni erano il modo in cui il governo orchestrava l’assicurazione sociale, prestando diretto soccorso alle famiglie indigenti, erogando pensioni secondo schemi retributivi, facendosi spedale per le vedove degli aderenti[6], perlopiù provvedendo in natura alle necessità dei richiedenti.

Il secondo pilastro della sicurezza sociale era dato dalle Scholae, le confraternite religiose grandi e piccole, in cui si raccoglieva la quasi totalità della popolazione della città[7]. Qui i ricchi e i pauperes si raccoglievano attorno ad un momento religioso e celebravano l’unione materiale e spirituale dell’ecclesia cristiana. Complice la nostra concezione del mondo oramai ultramoderna, siamo portati a disconoscere ogni valore istituzionale all’etica, alla morale, e a trasportare di peso questo nostro pregiudizio negli ordinamenti passati. Attribuiamo quindi valore di carità, di pietismo individuale a ciò che non è tale. La Repubblica veneta si qualifica come christiana perché fa della caritas, intesa come soccorso sociale diffuso e senza pregiudizio di stato alcuno, il suo tratto sociale distintivo. È innanzitutto Res Publica pauperes. Come l’evergetismo civico dei patrizi romani, per i quali finanziare l’Urbe era parte della religione civica repubblicana che tutto avvinceva, così, mutatis mutandis, la caritas cristiana è momento comunitario e in quanto tale regolato[8]: le Scholae hanno statuti approvati dal governo, nei momenti di crisi sono finanziate dallo stesso per poter erogare liberalmente i loro soccorsi, che includono schemi pensionistici alle vedove e agli infortunati, aiuti materiali a coloro i quali non potessero più lavorare, doti alle figlie degli associati acché si potessero sposare[9]. Tra il Seicento e il Settecento alle Scholae si affiancherà una rete di Spedali, più o meno pubblici, ma invariabilmente finanziati dal governo, per implementare una rete di salute pubblica centralizzata, razionale[10]. Che l’attività fosse di governo si può capire anche da come le spese delle Scholae per scopi assistenziali, generalmente comprendenti ben più di metà del bilancio di queste istituzioni, diminuissero in tempi di guerra, quando dovevano contribuire allo sforzo bellico della Serenissima, visto ch’era richiesto che armassero i galeotti della contrada.

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Scritto da
Tommaso Brollo

Nato nel 1993 a Tolmezzo (UD). Ha conseguito la laurea magistrale in Economia e Scienze Sociali all'Università Bocconi di Milano. Si interessa principalmente di storia economica e del pensiero economico, ma non disdegna di spaziare all'attualità.

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