Scritto da Giuseppe Duso
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La pubblicazione del libro Kaos (il Mulino 2026) di Massimo Cacciari e Roberto Esposito mi spinge a una considerazione, che non riguarda tanto la ricchezza del pensiero contenuto nei saggi, né le riflessioni teoretiche che la nozione di chaos e la sua origine comportano, ma solo il problema – che è emerso anche nelle interviste e nelle discussioni avvenute nei media – della relazione tra la situazione di disordine esistente e l’ordine che – si afferma nel libro – non può non generarsi dal chaos. Su questo sembra non sia possibile dire alcunché; perciò, se l’ordine moderno è stato garantito dalla forma Stato e dal rapporto tra Stati sovrani, regolato dal diritto internazionale, l’espressione “oltre lo Stato” apparirebbe del tutto indeterminata (p. 33). A questo proposito mi pare utile una riflessione, che si pone come marginale in relazione al libro, anche se sollecitata da esso.
Il quadro che oggi si presenta è quello di potenze che tendono a determinare la propria influenza, esercitando una forza che non intende essere condizionata da regole comuni di diritto e da quegli organismi internazionali che con fatica sono stati creati per consentire la pace. Due dimensioni si congiungono: quella della spazialità particolare che connota necessariamente l’ordine politico e quella del mondo come spazio in cui le potenze si incontrano e si scontrano, esercitando la propria influenza. Ciò che appare oggi dissolto è l’ordine nato in Europa mediante la razionalità formale che ha connotato lo Stato e completato dallo jus publicum europaeum. Quest’ordine eurocentrico si è poi affermato come proprio dell’Occidente, anche se in questo passaggio è emersa una svolta in quanto la pretesa razionalità universale si è congiunta con la supremazia della potenza degli Stati Uniti.
Il senso radicale dell’analisi comporta la consapevolezza che non ci troviamo di fronte a una semplice crisi. Il concetto di crisi presuppone la validità e l’autosufficienza di una forma, che prima funzionava e che potrà tornare a funzionare. Qui siamo, invece, di fronte a una svolta epocale. Perciò non ci si può più richiamare nostalgicamente a ciò che non ha più effettività. Credo che si possano dare alcune determinazioni di questo ordine, considerando che anche nel testo si fa riferimento alla “creazione dello Stato moderno e al suo divenire” (p. 17). Si può dire che esso consista nella razionalità propria della forma politica moderna, in cui la forza è regolata dal diritto (o meglio, in cui si pensa la forza politica mediante la forma giuridica), nella democrazia rappresentativa, che comporta il superamento della relazione gerarchica tra chi governa e i governati, nella funzione fondante attribuita ai cittadini, nell’impersonalità della legge, nello Stato di diritto, e in un ordine internazionale basato sul diritto e sulla sovranità degli Stati. Si tratta della logica della sovranità o del potere rappresentativo. Questa razionalità occidentale ha avanzato la pretesa di universalità, alimentando l’illusione che la pace e la convivenza nel mondo fosse possibile mediante la diffusione, o l’esportazione (magari con le armi) di un modello costituito dall’intreccio della razionalità formale e laica della democrazia con il libero mercato.
Al di là di questo ordine razionale, che non si mostra più in grado di regolare la convivenza mondiale, la realtà del presente è nominabile come dis-ordine. Ma questo viene visto non come uno stato permanente, bensì come un momento di passaggio verso un qualche ordine, un nuovo ordine, senza cui la convivenza non appare possibile. Dal chaos si dovrebbe generare un nuovo ordine, ma quale? La convinzione espressa è che non lo si possa prevedere: tutto appare possibile. Ciò che accomuna i due saggi sembra essere l’assunto che la stessa lucidità dell’analisi realistica del presente precluda la possibilità di rintracciare punti di riferimento capaci di orientare il pensiero verso un ordine diverso.
In questo modo ci troviamo di fronte a una comprensione dell’esistente, con la quale non si può che concordare, come pure con il carattere radicale che la caratterizza. Ugualmente è da condividere l’esclusione della possibilità di determinare ciò che avverrà, in quanto non pare consona alla natura del pensiero una tale possibilità di previsione nei confronti dell’accadere. Però il problema che si pone è quello di capire se non sia, invece, compito del pensiero comprendere cosa la realtà stessa richieda per quella convivenza tra gli uomini che non appare più possibile mediante la razionalità del vecchio ordine. Di questo compito, mi pare, porti la responsabilità il pensiero filosofico; anche perché nulla ci rassicura che, invece che un nuovo ordine, si vada nella direzione della catastrofe. Alla fine del suo saggio Cacciari ipotizza, come attori per una trattativa futura che renda possibile la convivenza, imperi “assolutistici” o imperi basati sulla dialettica di legislativo ed esecutivo e su qualche forma di rappresentanza (p. 43). Se si considera che la stessa figura dell’impero è considerata tramontata, e inoltre che questa, se si guarda alla storia dell’Impero romano e germanico, comporta (lo stesso Cacciari lo ha ricordato in passato) una interna pluralità, una certa autonomia dei corpi che lo compongono, la loro integrazione e non la loro semplice sottomissione (insomma, un ordine complesso e plurale), allora appare più consono al presente parlare di potenze. In ogni caso, di fronte a realtà politiche assolutistiche, ne sono ipotizzate altre che appaiono connotate di una qualche razionalità. Ma una tale razionalità non può certo declinarsi mediante la dialettica di legislativo e di esecutivo e la funzione legittimante della rappresentanza, perché di fronte all’assoluto uso della forza si finirebbe per ipotizzare proprio quella razionalità che già si è mostrata inefficace e tramontata. Questo è allora il punto su cui mi pare utile riflettere: se non sia possibile dare qualche indicazione relativa a una razionalità diversa, che si contrapponga alla mera forza e nello stesso tempo non ricada nelle aporie e nella mancanza di effettualità dell’ordine razionale moderno.
A questo scopo si presenta una prima domanda: quello che appare come il disordine attuale dipende solo da variabili storiche contingenti o non si radica (non solamente, ma) anche in aporie che hanno caratterizzato quell’ordine? In altri termini, una delle cause del tramonto dell’ordine moderno non sta anche in contraddizioni ad esso intrinseche fin dall’origine, in quanto ha prodotto nella realtà effetti opposti all’intenzione e ai fini per cui è nato? Basterebbe a questo proposito osservare che uno dei soggetti che appare oggi maggiormente responsabile del disordine attuale a livello mondiale è quel presidente degli USA che è stato democraticamente legittimato dalla liturgia, per eccellenza democratica, delle elezioni. Sia Cacciari che Esposito, nel loro percorso di ricerca, hanno in modo diverso messo in luce le aporie di quella razionalità; ma nei saggi presenti nel libro queste sembrano date per scontate. A me pare che, se si ritorna a riflettere su quelle aporie e sulle cause che determinano la scomparsa di quell’ordine, non possono non emergere alcune indicazioni su ciò che la stessa realtà del presente richiede. Il che non significa che si possa prevedere ciò che accadrà. Per fare un esempio, ci si può riferire a un classico che i due autori ben conoscono e a cui si sono riferiti. Quando Hegel afferma (Lineamenti di filosofia del diritto, § 314) che, proprio per dare effettualità al principio moderno della libertà soggettiva, appare necessaria una rappresentanza corporativa, non prevede certamente quello che avverrà. Con le costituzioni, a partire dalla Rivoluzione francese, è piuttosto il concetto moderno di rappresentanza che si afferma, proprio quello che è connaturato alla sovranità, che esclude una pluralità di soggetti. E ciononostante è proprio Hegel ad avere compreso ciò che la realtà stessa richiede – cioè un’unità che si ponga come mediazione della pluralità – cosa che non è stata, invece, considerata da quell’ordine costituzionale che si è storicamente imposto e che appare ora finito.
Se si vuole tornare a riflettere sulle aporie che caratterizzano la logica della forma politica, già nel momento della sua genesi giusnaturalistica, si possono ricordare schematicamente alcuni punti. Se il presupposto della costituzione e legittimazione del potere (cioè della sua razionalità) consiste nell’individuo e nei suoi diritti, il risultato della costruzione teorica, che si compie nella sovranità, è che il soggetto individuale, che dovrebbe contare tutto, finisce con il non contare niente. Questo avviene perché, se la società deve essere pensata razionalmente sulla base del presupposto degli individui uguali e liberi, l’unica possibilità che si presenta è che l’unità sia prodotta dalla rappresentazione: in questo modo essa è altra nei confronti dei singoli e non ne media la realtà particolare. La chiave di volta della sovranità moderna è costituita da una concezione della rappresentanza, secondo cui il primo movimento consiste nell’atto di autorizzazione, con il quale tutti si dichiarano autori di ciò che l’attore (il rappresentante) farà. Il secondo è costituito dalla legge, rappresentativamente prodotta, come comando impersonale, che è imputabile al soggetto collettivo – il popolo – e ha come autori coloro che hanno autorizzato il rappresentante, cioè proprio i cittadini che dovranno obbedire. Ne risulta che, nella costruzione teorica in cui irrompe il principio della soggettività moderna, in base alla quale il cittadino non deve più essere sottomesso, ma divenire, appunto, autore dell’agire politico, si presenta un paradosso: il soggetto appare costituzionalmente scisso tra un autore che non compirà mai azioni politiche e un attore che non è responsabile delle azioni che compie, perché non ne è l’autore. Inoltre, questo potere, il cui intento consiste nell’evitare il dominio nel rapporto tra gli uomini, comporta un comando che per la prima volta è in quanto tale irresistibile. Questa è la logica dell’autodeterminazione a cui anche oggi ci si richiama, che riguarda il soggetto collettivo (la sovranità dello Stato) e insieme anche il cittadino, il quale obbedisce a un comando del quale, in fondo, è l’autore. Si tratta della logica della sovranità, che emerge nei capitoli XVI-XVIII del Leviatano, ma che sorregge la legittimazione del potere e la dialettica tra i poteri nelle costituzioni democratiche. Tale legittimazione infatti è basata sulle elezioni (che altro non sono che l’autorizzazione o il consenso a-priori nei confronti di quello che sarà il contenuto del comando politico), sull’espressione della volontà del popolo mediante la rappresentatività del potere legislativo, e su un governo inteso come potere esecutivo.
La consapevolezza delle aporie che si presentano nella teoria non può non essere accompagnata dalla considerazione della realtà, che con i concetti della politica moderna non riesce ad essere compresa. Si può infatti constatare che un tale dispositivo di legittimazione del potere, a cui ci si rifà nello spazio della teoria, nella realtà non esiste. E lo dice un costituzionalista ben convinto della “conquista” della costituzione moderna, quale è Dieter Grimm (si veda Sub conditione: Dieter Grimm e la crisi della legislazione democratica). Questo avviene innanzitutto perché nelle elezioni non è il concreto dei bisogni dei cittadini che si esprime, ma piuttosto una loro opinione, che risulta inevitabilmente in balia di coloro che hanno i mezzi e la capacità di formare le opinioni. A ciò si aggiunge il modo in cui funziona realmente il Parlamento, che non fa che ratificare decisioni prese, al di fuori di esso, dai capi-partito di maggioranza, che sono gli stessi che governano. Ne risulta che, proprio in una democrazia rappresentativa, a causa della presenza dei partiti, è neutralizzato il dibattito del Parlamento e il ruolo delle minoranze, e risulta azzerata la divisione dei poteri (almeno per quello che riguarda la dialettica tra Parlamento e Governo). Allora avviene che, contrariamente a quanto afferma la carta costituzionale, in realtà è il governo che fa le leggi (e non solo attraverso i decreti legge). Viene così a cadere anche il mito dell’impersonalità della legge. Inoltre, alla totale inefficacia del dispositivo consolatorio della legittimazione contribuiscono i compiti sempre più complessi che lo Stato ha assunto, la presenza condizionante delle lobbies, che esercitano un potere al di fuori di ogni trasparenza democratica, e una serie di processi che hanno dimensione globale, a causa dei quali decisioni sovrane che si pretendono prese democraticamente dallo Stato in realtà finiscono per essere un mero adeguamento a condizioni esterne che esso non decide e non controlla.
Dalle aporie del potere rappresentativo e dall’inesistenza nella realtà della democrazia, come è stata costituzionalmente pensata, sorge una seconda domanda. Se si ravvisa nelle aporie connaturate alla razionalità dell’ordine moderno una delle cause del disordine attuale, c’è da chiedersi se non sia proprio la considerazione di queste aporie ad aprire la via verso una concezione diversa dell’ordine. Certamente non si può prevedere quello che avverrà, né dove vada a finire il mondo, ma si può – e io credo si debba – cercare di comprendere quali siano i problemi che ci pone quella realtà che non è più comprensibile con la vecchia razionalità, quale via intraprendere, quali siano le esigenze da soddisfare, quali possano essere i punti di orientamento. Questo mi pare il compito che si pone alla filosofia fin da Platone, il quale interroga l’opinione comune sulla politica, ne mostra le aporie, e apre in questo modo la via della ricerca su ciò che la realtà richiede. Sono così intrecciati necessariamente tra di loro due movimenti del pensiero: quello della confutazione della doxa in cui emerge l’aporia, e quello dell’euporia, cioè della “buona strada” da intraprendere, della ricerca, che trova un suo momento significativo in quel disegno arrischiato della città che, al centro della Repubblica, caratterizza il compito del filosofo. Tocco solo, per esemplificare, alcuni punti sui quali si potrebbe riflettere per intravvedere, proprio a partire dalle aporie della razionalità moderna, una direzione in cui pensare una razionalità diversa dell’ordine.
1) Innanzitutto mi pare che dalle contraddizioni che emergono dall’individuo come presupposto per pensare la società risulti che è la relazione ad essere originaria. Le identità sono determinate, ma solo all’interno delle relazioni nelle quali sono esistenti. Questo non solo mette in crisi tutto l’assetto della razionalità politica moderna, ma fornisce un’indicazione preziosa – a me pare decisiva – su una via diversa da battere per pensare la politica e la democrazia.
2) La concentrazione del comando nel governo, e non nella pretesa impersonalità della legge, che alla luce della democrazia rappresentativa appare come uno scandalo, è invece un dato che emerge nella realtà, comprensibile peraltro alla luce di una millenaria storia del pensiero politico, secondo la quale, a partire dai Greci, così come è consustanziale alla natura dell’uomo la polis, altrettanto è naturale e razionale per la società che ci sia chi governa e chi è governato. Non solo la centralità della relazione di governo emerge nella realtà, ma è anche il contraddittorio prodotto di una democrazia parlamentare, come sopra si è indicato. Richiamarsi nostalgicamente a un vero ruolo del Parlamento e alla relazione tra potere legislativo e potere esecutivo che caratterizza le costituzioni statali apparirebbe un gesto vano e contraddittorio, alla luce sia della svolta epocale descritta nel libro, sia delle considerazioni che sono state sopra avanzate. Il vero problema non è negare che il comando sia ravvisato nel governo, ma piuttosto superare la situazione in cui esso appare senza controllo, come succede ora, paradossalmente, proprio nella democrazia parlamentare. È allora necessario comprendere come il comando politico possa essere razionalmente sottoposto alla legge, venire costituzionalmente controllato e comportare la partecipazione dei cittadini.
3) Ne risulta che è un altro concetto di legge a cui bisogna pensare, assai diverso da quello che la identifica con il comando di un soggetto (il popolo). Questa nuova, e anche antica, nozione di legge esclude che essa possa essere il mero prodotto della volontà; è piuttosto ciò che condiziona, che obbliga la volontà. Un tale ruolo della legge emerge nella stessa nostra costituzione democratica, che pure intende la legittimazione del potere mediante la logica del nesso rappresentanza-sovranità. Nella prima parte della costituzione sono, infatti, indicati principi di giustizia che vanno al di là della razionalità formale, secondo cui il comando è giusto se proviene dal popolo. Ci sono determinazioni materiali della giustizia, secondo valori quali l’uguale dignità degli uomini, il senso complesso e sociale della persona, i doveri che limitano la libertà del singolo a causa del suo essere nella società, la lotta alle disuguaglianze, la rilevanza delle aggregazioni e dei gruppi ecc. Sono valori razionali che devono essere riconosciuti e che non sono il prodotto di una volontà. Si può qui riscontrare una natura regolativa della legge, che non consiste nel comando, ma nell’obbligo che deriva da norme di giustizia, che sono razionali e insieme legate ai costumi e all’ethos complessivo della società (da vedere a questo proposito le considerazioni di Paolo Grossi). Si tratta di un concetto di legge ben diverso da quello che sta alla base della figura del potere legislativo.
4) Intendere il comando politico mediante la categoria del governo comporta non solo la sottomissione del governo alla legge, ma anche la sua dipendenza dall’istituzione e dal controllo da parte di un organo che non esprime il comando politico, ma determina quelle leggi fondamentali che indicano la direzione e le regole che sono obbliganti per il governo. Cacciari accenna a “una qualche forma di rappresentanza” per gli imperi che non sono assolutisti e quindi che devono opporsi, mediante una diversa razionalità, al mero uso della forza. Si può dire che un tale organo, che nasce dal superamento della razionalità della forma politica, ha certamente un carattere rappresentativo, ma radicalmente diverso da quello che caratterizza i Parlamenti moderni. Non si tratta infatti di dare forma alla volontà unitaria del popolo, che non esiste nella realtà, in quanto un tale popolo è un’idea che può presentarsi nella realtà solo attraverso la rappresentazione; ma piuttosto di rendere presenti e politicamente attive quelle parti della società che sono concretamente esistenti e differenti tra loro. Alla base sta la constatazione della pluralità del popolo, la cui unità non è prodotta dalla decisione sovrana, ma dall’accordo tra diversi; un accordo che non riguarda il comando, ma le regole, ciò che è inteso come comune e che consente a soggetti diversi di stare insieme. Questo popolo plurale può essere pensato solo se si supera il ruolo che la sovranità del popolo ha nell’attuale costituzione democratica.
5) Si può ben intendere che concepire l’unità politica come non prodotta dalla rappresentazione, significa mettere in questione la democrazia rappresentativa, come dice Hasso Hofmann nella sua magistrale Abschiedsvorlesung (Vom Wesen der Verfassung) sull’essenza e sulla crisi della costituzione. Concepire in modo diverso la relazione tra unità e rappresentanza (compito che egli ritiene indispensabile per concepire costituzionalmente l’Europa) comporta la necessità di ripensare la democrazia nella direzione della pluralità e del federalismo. Ciò non comporta una concezione antidemocratica o una negazione della democrazia; ma, al contrario, il compito di pensarla in modo tale che essa possa essere effettiva, diversamente da quanto accade nell’orizzonte della sovranità. Occorre per questo una “concezione democratica del governo”, per utilizzare un’espressione di Pierre Rosanvallon (anche se al di là del modo in cui egli la intende), che è cosa radicalmente diversa da ciò che si intende come una concezione del governo democratico.
6) Alla luce della categoria di governo viene a mutare il significato della partecipazione. Non consisterebbe tanto nel voto, attraverso il quale ci si considera a-priori autori del comando politico, con il risultato di venire sottomessi a un potere irresistibile. La centralità assunta dal voto nella democrazia rappresentativa si basa sull’aporetico assunto che l’opinione (questo il senso di ciò che viene denominato come volontà) dei cittadini debba essere il fondamento di quel compito complesso e difficile che consiste nel governo, governo degli uomini e dei processi. La partecipazione dei cittadini dovrebbe invece comportare che i loro bisogni, esperienze, competenze e desideri contassero effettivamente nel complessivo processo di governo. E questo risulta possibile se essi non sono considerati come singoli, ma all’interno delle relazioni e delle forme di aggregazione nelle quali concretamente vivono. Si comprende allora che è la pluralità che occorre pensare politicamente, una pluralità che non può essere confinata nella sfera della società civile. È l’esigenza di una razionalità federale basata sul patto quella che si impone nella crisi della sovranità. Un patto che consiste nell’accordo tra diversi e non nella logica del contratto sociale, in cui l’indicazione del contratto come momento genetico della società è funzionale ad una sfera politica in cui non c’è più spazio per contrattare o accordarsi, ma solo per obbedire.
7) Strutturale in questa concezione federale è la presenza dei gruppi e delle aggregazioni dei cittadini. Una delle massime conquiste della Rivoluzione francese è stata quella del superamento delle gerarchie e dei privilegi. Superamento necessario, ma inteso e praticato in modo tale da comportare la neutralizzazione della politicità dei gruppi, delle corporazioni e degli interessi. Certo questi sono riconosciuti, ma confinati nella società civile e non devono interferire nella costituzione e nella legittimazione del potere politico. Il risultato è, come aveva osservato Hegel (Lineamenti di filosofia del diritto, §311), che l’istituzione delle elezioni è contraddittoria, poiché, mentre l’intenzione che la anima è quella di neutralizzare gli interessi, affinché siano azzerate le disuguaglianze, l’effetto che ne deriva è che il potere cade in mano a pochi e che si affermano gli interessi più forti, con l’aggravante di apparire come volontà generale. Anche qui dalla contraddizione emerge una direzione per il pensiero: gli interessi non possono essere ignorati, ma devono piuttosto essere concepiti politicamente, il che significa tolti dalla loro chiusa identità e autoreferenzialità e responsabilizzati in relazione a quel comune senza di cui non c’è società e alla questione della giustizia. Viene così a cadere quella distinzione di società civile e Stato politico che costituisce il presupposto delle costituzioni statali, presupposto che, secondo il già citato Dieter Grimm, non permette di concepire una pluralità di soggetti politici.
8) Quest’ultimo accenno alla pluralità consente – nonostante il breve spazio di questa nota – di indicare un punto finale, che appare quasi riepilogativo delle considerazioni fatte. Mi riferisco all’Europa, che, dal quadro mondiale che il libro in questione presenta, emerge come un soggetto che appare necessario pensare. Infatti nel gioco delle grandi potenze e nel contesto dei processi globali gli Stati nazionali risultano ormai inadeguati al fine per cui sono nati: il benessere dei cittadini, la loro difesa e sicurezza, la pace, l’autosufficienza in relazione a una vita libera da condizionamenti esterni. Perciò solo l’Europa rappresenta un soggetto che può svolgere un ruolo tra le grandi potenze e tentare di governare politicamente quei processi globali di diverso tipo che ci dominano: essa si pone come la dimensione costituzionale oggi indispensabile per pensare la politica. Ma l’Europa appare anche un punto cruciale per il ragionamento qui svolto, perché dallo stesso pensiero di giuristi e filosofi risulta che essa può essere concepita solo mediante la razionalità di un ordine costituzionale diverso da quello della sovranità statale e della legittimazione democratica (si veda a questo proposito il libro di Matteo Bozzon, L’Europa che manca): richiede dunque di concepire in modo diverso l’ordine politico.
Come ha detto Hofmann, per pensare l’Europa bisogna pensare in modo nuovo l’unità e la democrazia. Il compito è quello di riuscire a concepire l’Europa come potenza, ma in modo tale che i membri plurali che la costituiscono rimangano soggetti politicamente attivi. Questo non appare possibile mediante la figura dello Stato federale, che è ancora condizionato dalla concettualità dello Stato e della sovranità. Risulta necessario un nuovo federalismo, che concepisca l’unità come strutturalmente plurale. In base ai punti che sono stati qui indicati possono emergere una serie di determinazioni utili per un nuovo costituzionalismo, sul quale non è possibile qui soffermarsi (su ciò sono intervenuto in altre sede, tra cui qui). Se viene intesa in questo modo, allora l’Europa potrebbe essere sì concepita come potenza per potersi confrontare con le altre potenze nello scenario mondiale, ma avrebbe anche una sua natura che la differenzia da quelle che appaiono mere potenze basate sulla forza: porterebbe nello stesso scenario mondiale un contributo legato alla sua storia, alla sua cultura e ai suoi valori, quali l’uguale dignità degli uomini, la riduzione delle disuguaglianze, un’istanza rappresentativa segnata dalla pluralità, l’idea di un organo che istituisca e controlli il governo, la funzione del diritto, un nuovo senso democratico della partecipazione. Si tratta di un’Europa il cui contributo verrebbe già dalla sua costituzione. Sì, perché in un’Europa federale si verrebbero a concentrare quelle esigenze che sono state qui segnalate come connotanti la razionalità di quegli imperi non assolutistici che Cacciari ipotizza.
Non solo, ma un’Europa federale di questo tipo, che riguarda un ordine spazialmente determinato, ma inserito nello spazio-mondo, contribuirebbe all’affermarsi di una modalità di rapporto tra le potenze propria di una razionalità federale, che comporta la funzione regolativa del diritto (e non solo del mercato), la necessità della mediazione, dell’accordo, dei patti, l’esigenza di ricercare quella compossibilità dei diversi interessi che renda possibile la convivenza. Insomma, uno spazio mondiale organizzato in un’ottica federale (come ipotizzato da Maurice Hauriou), e non concepito sulla base del mero scontro tra le potenze, e nemmeno di un vago universalismo inteso mediante la razionalità dell’ordine occidentale. Tutto ciò non va nella direzione della previsione di un nuovo ordine, ma cerca di pensare quella compossibilità di ordini diversi, che appare richiesta dalla realtà in transizione nella quale ci troviamo.