Un New Deal delle conoscenze: accompagnare le filiere nell’economia dei saperi. Intervista a Vincenzo Colla
- 22 Dicembre 2021

Un New Deal delle conoscenze: accompagnare le filiere nell’economia dei saperi. Intervista a Vincenzo Colla

Scritto da Giacomo Bottos

11 minuti di lettura

Vincenzo Colla è Assessore allo sviluppo economico e green economy, lavoro e formazione della Regione Emilia-Romagna con delega, tra le altre, a: Patto per il lavoro e la legalità; politiche attive e passive del lavoro; politiche per il sistema energetico regionale e politiche di sviluppo, promozione e coordinamento delle reti e attività di ricerca industriale. Ha alle spalle una lunga esperienza sindacale ed è stato Vicesegretario generale della CGIL nazionale. Questa intervista a approfondisce le caratteristiche e gli obiettivi del Patto per il Lavoro e per il Clima promosso dalla Regione Emilia-Romagna, approfondendo in particolare gli elementi del sistema produttivo e dell’ecosistema regionale dell’innovazione.


Assessore, per capire come il Patto per il Lavoro e per il Clima intende accompagnare la trasformazione dell’economia e della società emiliano-romagnole, partirei provando a descrivere il sistema produttivo della Regione. Quali sono i punti di forza e quali i margini di miglioramento? Come si presenta dopo due anni di crisi pandemica? 

Vincenzo Colla: L’Emilia-Romagna è la Regione delle filiere che stanno nel mondo, costituite da poche grandi imprese di eccellenza a cui sono collegate una miriade di piccole e medie imprese di grande qualità. La morfologia del nostro tessuto economico, infatti, è caratterizzata per il 90% da imprese con meno di 10 dipendenti. È chiaro che questo sistema presenta il vantaggio di una grande flessibilità che permette di dare risposte adeguate e rapide alle esigenze della committenza. Questo rende il sistema estremamente concorrenziale, dal momento che non lavora su produzioni di massa ma su prodotti di nicchia che si distinguono per grande valore e pregio. La frammentazione, però, diventa debolezza nel momento in cui le piccole imprese devono affrontare un cambiamento, come è il caso della transizione digitale e sostenibile dei nostri giorni. Da sole le piccole imprese non hanno la forza per affrontare gli investimenti richiesti. Per questo è necessario che i capifiliera si rapportino a loro non come subfornitori ma come partner del progetto, mettendo a disposizione di tutte i propri servizi, da quelli digitali a quelli finanziari, da quelli di welfare a quelli di gestione. Sono convinto che questa sia la modalità migliore per affrontare le nuove sfide e mantenere la nostra manifattura ai livelli di eccellenza. Oggi il nostro sistema economico è ripartito come un Frecciarossa grazie ai vaccini. La ripresa è evidente e molto forte, con indicatori di crescita al 6%. Una cosa mai vista che richiede una capacità di gestione a cui non siamo abituati. Il Patto per il Lavoro e per il Clima vuole accompagnare questa crescita secondo una strategia condivisa, per evitare scossoni pericolosi con cesure sociali e territoriali.

 

Il disegno del Patto punta a un coinvolgimento dei corpi intermedi nella progettazione condivisa delle politiche. Si tratta di un metodo che è stato adottato anche quando si trattava di affrontare la fase emergenziale della pandemia. Quali sono le motivazioni alla base di questo orientamento?

Vincenzo Colla: Non amo dire che l’Emilia-Romagna è un modello, perché parlare di modello dà l’idea di qualcosa di definito e concluso, mentre oggi c’è un magma che si sta muovendo a una velocità incredibile verso un futuro ancora tutto da scoprire. La novità in questa Regione, però, è sicuramente un sistema di rappresentanza che si riconosce a monte e posiziona una strategia condivisa, dimostrando la forza di una visione di prospettiva. I corpi intermedi sono determinanti nei momenti difficili. Certamente sono stati fondamentali nella gestione della pandemia. Nessun assessore o politico sarebbe stato in grado di governare le criticità che abbiamo vissuto. Ricordo che nel 2020 questa Regione ha messo un milione di persone in cassa integrazione, ha chiuso 200.000 imprese su 400.000 e ha costretto in casa un milione e mezzo di persone. Se non ci fossero stati i corpi intermedi a mediare fra la rabbia di chi aveva perso il lavoro e le istituzioni, avremmo avuto una cesura della coesione sociale. I corpi intermedi si possono anche criticare, ma non si può disconoscere l’importanza che ha la loro mediazione nella complessità dell’oggi. Pensiamo solo alle cesure che può creare il cambiamento tecnologico.

 

Il nodo della conoscenza e dei saperi è un architrave del Patto, nonché di quella che potremo definire una più generale strategia regionale di politica industriale. Qual è la visione che ispira l’uso di questa leva? Qual è il ruolo delle competenze nella strategia del Patto?

Vincenzo Colla: Noi viviamo nell’economia della conoscenza e del sapere, o dell’intelligenza delle mani, come direbbe Tullio De Mauro. È lì che si vince o si perde. Senza le teste non si fa lavoro, non si fa impresa, non si fa ricerca, non si fa innovazione. Per questo il Patto individua come asset strategico, trasversale a tutti i settori, l’investimento sulla filiera dell’istruzione e della formazione, a tutti i livelli. Noi faremo il più grande New Deal dei saperi, delle competenze e delle conoscenze. E vogliamo rilanciare la cultura tecnica e la cultura scientifica, altrimenti non saremo più in grado di intrecciare domanda e offerta di lavoro, allargando il mismatch. Non possiamo continuare a contrapporre una cultura e una scuola di serie A ad una considerata di serie B. Per questo vogliamo puntare molto sull’orientamento a partire dalla scuola media, in modo da individuare il talento di ciascuno e incanalarlo nel modo giusto. Dobbiamo dire ai ragazzi, alle loro famiglie e agli insegnanti che chi va a fare una laurea professionalizzante, un ITS o un IFTS ha più possibilità di trovare un lavoro dignitoso e di guardare al futuro con ottimismo. Noi dobbiamo ricostruire il ceto medio che ha fatto la storia della nostra Regione, con quel sistema di imprese, ricerca, sapere di qualità e competenze eccezionali che hanno permesso all’Emilia-Romagna di stare nel mondo.

 

Qual è il ruolo delle Università nel quadro del processo del Patto?

Vincenzo Colla: L’Università è fra i livelli più alti nella scala dell’istruzione e anche qui investiremo, ad esempio per aumentare le lauree professionalizzanti. Inoltre, poiché anche le università vivono il fenomeno dell’abbandono, abbiamo favorito l’accordo con le fondazioni ITS affinché sia agevolato il passaggio fra i due livelli. Perché non permettere a un ragazzo che non riesce a portare avanti gli studi universitari di proseguire dentro un ITS? E perché un giovane che esce da un ITS, se bravo, non può proseguire gli studi all’Università? Così abbiamo previsto quelle che io chiamo “passerelle”, per allungare la mano e non perdere nessun giovane nel percorso formativo terziario. L’Università naturalmente è un anello fondamentale nella catena dello sviluppo. L’innovazione tecnologia e sostenibile ha bisogno delle teste accademiche. Ma sappiamo che queste, da sole, spesso non bastano per rendere la ricerca concreta, con ricadute applicative. Per questo da anni l’Emilia-Romagna ha avviato un sistema virtuoso di relazioni fra pubblico e privato, che mette il mondo accademico al fianco delle imprese e viceversa, al fine di stimolare lo studio di soluzioni industriali innovative. Con i fondi europei aumenteremo in modo deciso il supporto ai progetti di questo tipo, che si muoveranno nel solco della nuova Strategia di Specializzazione Intelligente che abbiamo appena approvato. L’Università inoltre avrà un ruolo fondamentale per il riconoscimento della qualità sostenibile e per la certificazione di processo e prodotto, ormai irrinunciabili per una manifattura d’eccellenza come la nostra.

 

In che modo il sistema dei Tecnopoli e l’ecosistema regionale dell’innovazione viene valorizzato nell’orizzonte del Patto? Quale sarà il ruolo del Tecnopolo di Bologna? In che senso la trasformazione digitale e il focus su Big Data e intelligenza artificiale sono cruciali nel quadro del Patto?

Vincenzo Colla: Il posizionamento che ci siamo dati con il Patto ha come baricentro la necessità di investire sull’innovazione digitale, dai Big Data ai sensori, dall’intelligenza artificiale alla robotica, per progettare il cambiamento delle filiere, rispettando l’ambiente e senza perdere lavoro, ma, invece, creandone di nuovo. Per fare questo vogliamo portare avanti un sistema integrato pubblico-privato, un modello che veda lavorare fianco a fianco l’intelligenza scientifica pubblica e il sistema delle imprese. È quello che noi chiamiamo ecosistema dell’innovazione, con la rete della ricerca, delle università, la rete alta tecnologia, i nostri cluster, i tecnopoli: un patrimonio su cui andremo a investire molto di più rispetto al passato. Abbiamo già sperimentato che, quando pubblico e privato si riconoscono e fanno sistema, diventano un moltiplicatore eccezionale. Questo è ciò che avviene anche all’interno dei tecnopoli, guardando alle diverse identità territoriali. Il Tecnopolo di Bologna avrà invece un’identità internazionale: qui stanno montando il più grande computer europeo sullo studio del clima e a breve arriverà il supercomputer quantistico del Cineca per lo studio dei Big Data, che sarà in grado di erogare servizi al sistema economico e dell’istruzione, alle imprese e ai ricercatori. Al Tecnopolo, inoltre, troveranno sede anche l’Agenzia Meteo civile, e altri centri di ricerca come quello dell’Enea per lo studio dell’ambiente e del clima, l’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare, il competence center BI-REX su Industria 4.0 e il CNR, con cui abbiamo sottoscritto un accordo per lo studio dei materiali. Come si può vedere, stiamo progettando gli asset trasversali indispensabili per la transizione del nostro sistema economico e manifatturiero, che è l’orizzonte tracciato all’interno del Patto. Non voglio tralasciare il tema dell’attrazione di talenti: qui lavoreranno a regime circa 2.000 teste fra accademici, scienziati e ricercatori da tutto il mondo. Anche per questo ci siamo candidati ad ospitare una sede dell’Università dell’ONU sullo studio dell’habitat umano. Il Tecnopolo di Bologna rappresenta dunque un contenitore eccezionale di valore internazionale, una cittadella democratica della scienza a disposizione del sistema pubblico e privato che potrà cambiare la storia contemporanea dei saperi e della conoscenza.

 

Vi è una strategia per l’attrazione di intelligenze, dai ricercatori al management?

Vincenzo Colla: In Italia c’è una questione che è sempre stata poco considerata: siamo un Paese a demografia piatta. Un sistema così non può reggere a lungo. Per questo diventa urgente affrontare con laicità temi come la natalità e l’immigrazione, togliendoli dal tavolo delle contrapposizioni politiche estreme. In questo quadro si inserisce anche il tema dell’attrattività rispetto alle teste. Noi non possiamo permetterci di perdere i nostri giovani o di regalarli agli altri Paesi, ma, al contrario, dobbiamo essere attrattivi, anche fuori dai nostri confini. Per questo stiamo preparando una legge per attrarre e trattenere talenti, e per far rientrare quelli che sono andati all’estero. Vogliamo progettare veri e propri pacchetti, che comprendano casa, scuola internazionale per i figli, servizi e opportunità di crescita professionale. È fondamentale che i ragazzi vedano prospettive di carriera ed economiche. La sola bellezza del patrimonio artistico, culturale e ambientale, che in Italia già abbiamo, non può bastare.

 

In che modo il Patto contribuisce a favorire l’attrazione degli investimenti?

Vincenzo Colla: Ciò che rende attrattiva la nostra Regione è la qualità delle relazioni, ben rappresentata dalle 55 firme in calce al Patto. Arrivare a quel testo condiviso non è stato facile, ma ognuno ha accettato una mediazione necessaria, senza snaturare i propri interessi, a vantaggio dell’interesse collettivo. Spesso non ci rendiamo conto di quale ricchezza rappresenti questa metodologia di lavoro e di quanto non vada data per scontata. Quando un investitore si presenta su un territorio, non vuole turbolenze. Se il sistema istituzionale riconosce il sistema delle imprese e i corpi intermedi riconoscono l’istituzione, e insieme posizionano una strategia, quel sistema diventa molto affidabile, forte e attrattivo. Questo è ciò che sta avvenendo in Emilia-Romagna.

 

La strategia del Patto mira a collocare l’economia regionale alla frontiera dell’innovazione? In questo quadro sono stati stipulati anche accordi relativi al settore dello spazio, settore ricco di dinamiche innovative, in particolare in questo momento. Può illustrarci gli accordi e le azioni previste in questo ambito?

Vincenzo Colla: Lo spazio è una delle traiettorie di sviluppo più promettenti per l’economia mondiale dei prossimi decenni. Sappiamo per esperienza che la ricerca nella space economy ha grandi ricadute “sulla terra”. Pensiamo solo ai 3.000 brevetti fatti dopo l’allunaggio del 1969. Qui in Emilia-Romagna abbiamo 170 imprese che lavorano nel settore aerospaziale, ma fino ad oggi mancava una visione di insieme e una strategia comune per dare forza all’intero comparto. Per questo la Regione ha prima aderito a due protocolli interregionali del Piano strategico Space economy, coordinati dal Ministero per lo Sviluppo Economico e dall’Agenzia Spaziale Italiana, che prevede i programmi strategici Mirror Copernicus e I-Cios, poi al programma Mirror Gov Sat Com, quindi ha aderito a una rete europea del settore aerospazio, Nereus, con sede a Bruxelles. A maggio abbiamo firmato un accordo di collaborazione con l’Aeronautica Militare nel settore del volo umano spaziale e del commercial spaceflight. Infine, il 17 dicembre, abbiamo inaugurato ufficialmente il Forum strategico per la promozione della filiera regionale dell’Aerospazio. Attraverso l’integrazione della filiera della space economy con il sistema regionale della ricerca, dell’innovazione e dei Big Data, vogliamo creare nuove possibilità di crescita e sviluppo sostenibile, con un alto valore aggiunto, ma anche fare alleanze per partecipare a bandi nazionali e internazionali. Non a caso abbiamo inserito il settore dell’aerospazio nella nuova Strategia di Specializzazione Intelligente regionale, per intercettare le risorse europee sui processi di innovazione per questo settore.

 

La transizione ecologica rappresenta una grande sfida per il sistema produttivo regionale – pensiamo alla riconversione della filiera dell’automotive –. In che modo il Patto può aiutare ad affrontare questo passaggio?

Vincenzo Colla: Sostenibilità vuol dire innanzitutto ibridazione. Pensate a cosa vuol dire in questa regione passare da un motore a scoppio a un motore elettrico, o anche all’idrogeno, che io considero l’approdo ultimo. Faccio sempre questo esempio: un motore a scoppio ha un carburatore e un cambio, un motore elettrico ha un riduttore e una batteria. Questo vuol dire che io lo so già ora per allora quale sarà il cambiamento e quindi devo programmare adesso quella ibridazione. È responsabilità della politica progettare la transizione da qui ai prossimi dieci anni, gestendo il tradizionale nel passaggio verso le nuove filiere e i nuovi prodotti sostenibili. Sappiamo che la transizione è una delle cose più difficili e costose perché servono grandi investimenti. Le istituzioni devono quindi essere molto attente per capire dove allocare le risorse. Noi, come concordato nel Patto, in coerenza con le linee di indirizzo dell’Unione Europea, le useremo per sostenere gli investimenti di processo, di prodotto e di certificazione sostenibile.

 

Qual è stato e quale sarà il ruolo di associazioni di categoria da un lato e sindacati dall’altro? In che modo e in che misura il Patto si propone di comporre interessi diversi e in parte inevitabilmente conflittuali?

Vincenzo Colla: Come ho già detto, i corpi intermedi hanno un ruolo fondamentale nelle difficoltà. Ma considerarli sono nei momenti difficili è un errore democratico, perché il loro ruolo va oltre il lockdown e la transizione: è un affidamento di responsabilità collettiva. Certamente ci sono posizioni diverse, che sono non solo legittime, ma anche auspicabili, perché rispondono all’interesse di strati sociali diversi, permettendo così di tenere insieme più visioni che concorrono a dare un quadro d’insieme più completo. Quello che non deve mai venire meno è la lealtà, come fatto di trasparenza e di garanzia nelle relazioni. Possiamo anche non essere d’accordo nel merito, ma la cesura più forte avviene se non si è leali e se c’è disaccordo di metodo. Posso dire che i firmatari del Patto si muovono su questa linea, perché in Emilia-Romagna fortunatamente si è affermata una forte cultura delle istituzioni e una forte cultura della responsabilità di rappresentanza.

 

Dopo la firma del documento del Patto a fine 2020 nuovi attori si sono aggiunti. Secondo quali linee e criteri sono avvenuti questi nuovi ingressi. Il Patto dimostra una capacità attrattiva?

Vincenzo Colla: Il Patto non è un documento chiuso e riservato, ma vive nei territori e per i territori. Molte Province, ad esempio, hanno rielaborato il Patto secondo le proprie prospettive di sviluppo e firmato con i soggetti di rappresentanza del proprio territorio un Patto provinciale con le linee strategiche identitarie per la propria comunità. Inoltre, altri importanti soggetti che hanno relazioni con l’Emilia-Romagna, o operano in questa Regione, hanno condiviso in momenti successivi la nostra visione strategica. A inizio novembre hanno firmato il Patto con il presidente Bonaccini i rettori del Politecnico di Milano e dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, atenei che già collaborano con il nostro tessuto produttivo, soprattutto nel territorio piacentino. A novembre abbiamo poi accolto la firma della professoressa Carrozza del CNR, con cui vogliamo impostare un progetto di ricerca sui materiali, fattore fondamentale per la transizione ecologica.

 

In conclusione, quali sono gli obiettivi di fondo del Patto? Che tipo di trasformazione esso mira a promuovere?

Vincenzo Colla: Intanto voglio sottolineare che per la prima volta il Patto non è stato posizionato sul mandato amministrativo del Presidente, ma abbiamo deciso una strategia che guarda ai prossimi dieci anni, perché pensiamo che sia giusto consegnare una traiettoria a chi arriva dopo di noi. E abbiamo preso a riferimento tre eventi avvenuti nel 2015 che stanno cambiando la storia e la cultura dell’Europa e del mondo: la sottoscrizione dell’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile dell’ONU, la pubblicazione della Laudato si’ di Papa Francesco e COP21 di Parigi. Abbiamo capito che l’Unione Europea si stava spostando in quella direzione, passando dal Fiscal Compact ai 750 miliardi del Next Generation EU. Il Patto per il Lavoro e per il Clima porta già nel titolo la sintesi dei nostri intenti: tenere insieme questi 2 grandi fattori. Quando parliamo di sostenibilità dobbiamo considerare che ce ne sono di tre tipi. C’è quella ambientale, perché il modello di sviluppo che abbiamo conosciuto non regge più e dobbiamo cambiarlo attraverso una transizione green. Ma se nel passato le transizioni duravano cento anni, ora durano poco e hanno una velocità spiazzante che spaventa. Per governare questo processo abbiamo perciò bisogno anche di una sostenibilità economica, perché cambiare vuol dire anche investire. Ma il cerchio si chiude solo se, mentre facciamo “ambiente”, siamo in grado di creare lavoro. Altrimenti quell’operazione culturale, forte, giusta, causerà una cesura sociale e fra i territori. Queste tre sostenibilità vanno tenute insieme e rappresentano la sfida contemporanea della politica e dei corpi intermedi di questa Regione che abbiamo condiviso nel Patto. Lì ci giochiamo la partita e sono convinto che la Regione Emilia-Romagna abbia tutte le qualità per vincerla.


Crediti foto: Pietro Ballardini per Regione Emilia-Romagna A.I.C.G. / Fotoreporter – archivio fotografico regionale.

Scritto da
Giacomo Bottos

Direttore di «Pandora Rivista». Ha studiato Filosofia presso l’Università degli Studi di Milano, l’Università di Pisa e la Scuola Normale Superiore di Pisa. Ha scritto su diverse riviste cartacee e online.

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