Una breve ricostruzione del dibattito storico-teorico sul neoliberismo

Questo articolo si inserisce in un dibattito promosso da Pandora sulle categorie di liberalismo, liberismo e neoliberismo. Leggi gli altri contributi sul tema usciti finora:

1) Le due facce della medaglia neoliberale

2) Il neoliberismo di destra e di sinistra. Note a una presentazione

3) La sinistra italiana e il liberalismo

4) Brevi cenni sul neoliberismo

5) La società degli individui non esiste

6) Nel labirinto del neoliberalismo

7) Riflessioni sul neoliberismo in Italia

8) Non gettiamo Akerlof (e i Clash) con l’acqua sporca


Ormai sono anni che il tema del neoliberismo è al centro di moltissimi studi e dibattiti, ma nonostante le innumerevoli attenzioni che gli sono dedicate, ancora non si possiede un quadro complessivo del fenomeno in grado di dar conto delle sue reali dimensioni e sfumature. Certamente non si può pensare al neoliberismo come al risultato di configurazioni casuali, più stimolante risulta invece provare a pensarlo nei termini di un organismo che ha raggiunto una fase molto avanzata del suo sviluppo, e che nel nel corso degli anni è stato in grado di mutare adattandosi all’ambiente, fino a ribaltare il rapporto di subordinazione facendo si che l’ambiente stesso si modificasse in funzione dei propri bisogni di gestione e riproduzione. Prima ancora di entrare nel merito dei temi di questo lavoro, è importante fin da subito tenere presente che il neoliberismo va visto come una costellazione di elementi tra di loro eterogenei ma capaci di agire secondo un sentire comune, un organismo appunto. Ciò fornisce già una prima considerazione in riferimento al metodo di indagine che si vuole adottare nel voler studiare questa strana creatura, infatti molte delle analisi prodotte a riguardo scadono in un eccessivo riduzionismo epistemologico, motivo per cui nelle poche pagine che seguiranno l’intento sarà semplicemente quello di fornire alcune coordinate storico-sociologiche in merito alle radici e alla razionalità (cioè la natura dei modi di dispiegamento) del neoliberismo. L’obiettivo non è tanto quello di fornire un commento sul fenomeno in questione, quanto piuttosto di mettere un po’ d’ordine nello scenario idealtipico che in molti hanno, ma che spesso risulta essere confuso e rischia di non permettere un serio dialogo o addirittura di sottovalutare il nemico.

Ci si scusa in anticipo con chi risulta allergico alla cosiddetta «conoscenza tecnica» e al linguaggio NON del senso comune. Quanto segue, nonostante le apparenze, vuole essere anche un esempio di un modo di lavoro che fa dell’impegno nello studio e nell’analisi sempre un impegno di vita.

Per cominciare si prendano ad esempio in considerazione le parole di Carlo Galli riportate in una recente intervista uscita su Pandora, qui viene affermata la necessità di «decostruire lapparato di pensiero che ha sorretto e legittimato»i il neoliberismo; oppure si legga quanto scritto da Matteo Giordano in un articolo precedente dove si sostiene che il vero problema è «capire come destrutturare il pensiero negativo, come svelare linganno che il suo messaggio seducente e dionisiaco porta con sé»ii. Ebbene, queste affermazioni mettono certamente in chiaro l’obiettivo del lavoro da svolgere, ma allo stesso tempo sollevano il problema di dover fissare un punto di inizio, uno tra i tanti possibili, dal quale poi procedere in modo sistematico senza abbandonarsi a commenti semplicisti. L’agire deve avere una direzione verticale, deve essere uno scavo e non un mero scorrimento orizzontale che si ferma alla superficie delle questioni. Per poter far questo però, a sua volta, vi è bisogno di conoscere, almeno nei suoi tratti essenziali, il panorama teorico in cui il neoliberismo viene discusso.

Prima di tutto è possibile, seppure in modo arbitrario e per certi versi forzato, suddividere gli studi riguardanti il neoliberismo in due grandi aree geografico-concettuali: da una parte quella americana, di cui vi fanno parte autori quali David Harvey, Naomi Klein, Amartya Sen tanto per fare i nomi dei più famosi, e dall’altra quella francese, in cui si trovano autori come Michel Foucault, Luc Boltanski, Christian Laval, Pierre Dardot, Giovanni Arrighi, Pierre Rosanvallon e vi possono rientrare anche gli studi di carattere più storico di Fernand Braudel o quelli molto recenti di Stéphane Haber. Quest’ultimo in un libro uscito nel 2013 dal titolo “Penser le néocapitalisme” propone addirittura di distinguere neoliberismo e neocapitalismo in quanto con il primo termine si farebbe riferimento ad una dimensione più ideale del fenomeno, la quale tenta di trovarvi un carattere di omogeneità e unicità, mentre con il secondo termine si farebbe riferimento alla dimensione prettamente materiale che interessa principalmente gli aspetti istituzionali, economici e quelli legati in particolare alla produzione. Non vi è purtroppo la possibilità di compiere un approfondimento specifico sulle varie singole posizioni, basti però mettere bene in chiaro che tale divisione non risulta dalla semplice arbitrarietà di chi scrive, ma segue piuttosto lo sviluppo di quelle che sono state le due grandi radici del neoliberismo contemporaneo: da una parte quella americana, la cui origine è fatta risalire al 1934, anno di pubblicazione di A positive program for laissez.faire: some proposals for a liberal economic policy? ad opera di Hervey Simons considerato il padre della famigerata Scuola di Chicagoiii, e dall’altra quella europea, espressione dello sviluppo dellordoliberalismo tedesco nato nella Scuola di Friburgo e influenzato da studiosi quali F. Böhm, A. Müller-Armack e F. von Hayek.

Nel suo famoso corso al Collège de France del 1978-1979 Foucualt individuò quelle che secondo lui erano le tre grandi differenze tra i due modelli di neoliberismo:

  • quello americano, rispetto all’europeo, «non si è presentato come un principio moderatore rispetto a una ragione di stato preesistente», vale a dire che negli Stati Uniti il liberalismo «è stato chiamato in causa in qualità di principio fondatore e di legittimazione dello Stato»iv.

  • mentre in Europa gli elementi ricorrenti del dibattito politico durante il XIX secolo sono stati l’unità della nazione, l’indipendenza, l’acquisizione di diritti, negli Stati Uniti il liberalismo ha rappresentato il fulcro dell’intera discussione politica.

  • il neoliberismo in America si è costituito fin da subito come una vera e propria «maniera di essere e di pensare», a differenza di quello europeo che per molti decenni si è nascosto dietro la facciata delle sole riforme economiche.

Nonostante si possano discutere le singole osservazioni di Foucault quello che non è in dubbio riguarda l’origine eterogenea del fenomeno. L’aspetto veramente interessante sarebbe poi quello di studiare in modo approfondito com’è avvenuta la fusione tra queste due realtà, se e quale delle due ha prevalso, e capire se a livello mondiale si diano delle costanti che a loro volta possano essere utilizzate da fattori invariabili sui quali intervenire per una critica sistematica.

É poi importante avere ben presente, come già accennato, che quando si parla di neoliberismo europeo ci si riferisce innanzitutto all’evoluzione dell’ordoliberalismo tedesco. Con esso si intende una corrente socioeconomica liberale nata negli anni trenta in Germania e divenuta egemone a partire dal 1945. Il nome deriva dalla forte attenzione data dai suoi teorici all’aspetto dell’ordine, il quale va inteso in due sensi: uno propriamente epistemologico o sistemico, che emerge dall’analisi dei diversi sistemi economici, l’altro normativo che rimanda ad una precisa forma di politica volta a difendere l’ordine economico basato sulla concorrenzav. Secondo gli ordoliberalisti lo stesso quadro istituzionale va piegato al bisogno del mantenimento dell’ordine concorrenziale, «per loro si tratta di ricostruire l’economia di mercato sulla base di un’analisi scientifica della società e della storia. L’ordine liberale deve essere la testimonianza della capacità dell’uomo di creare volontariamente e scientemente un ordine sociale giusto, rispettoso della sua dignità»vi. Le conseguenze di queste apparentemente semplici premesse sono davvero innumerevoli, tra le più importanti vi è senza dubbio l’idea secondo cui il funzionamento del sistema capitalista non è qualcosa di predeterminato, ma dipende da precise azioni politiche. Il giuridico e l’istituzionale non sono ridotti a meri elementi sovrastrutturali, anzi, entrano a far parte a pieno titolo del cerchio delle forze capaci di garantire l’ordine desiderato. Nel suo “Civitas Humana” Röpke riassume molto bene l’intero spirito della teoria in questione dimostrando un totale rifiuto della concezione classica del laissez-faire: «Un’economia di mercato vitale e soddisfacente non nasce dall’assiduo far niente. É invece una costruzione d’arte, un prodotto della civiltà che con la democrazia politica ha anche questo in comune: di essere particolarmente difficile e di presupporre molte cose che richiedono il nostro sforzo e la nostra fatica»vii. L’elemento di naturalità è così distrutto in favore di una concezione ‘costruttivista’ del capitalismo, cambiamento di prospettiva questo che determinerà una metamorfosi radicale nel modo di concepire l’azione economica: l’ordine economico perchè rimanga attivo necessita di una precisa gestione, che a sua volta necessita di soggetti ‘educati’ a tale ordinamento (è proprio qui che nasce l’aspetto disciplinare del neoliberismo contemporaneo).

In queste riflessioni è inoltre possibile ritrovare l’eco di quanto emerso durante il convegno Walter Lippmann, evento spesso ignorato ma cruciale per la nascita di quella nuova forma di sistema capitalista che oggi viene chiamato neoliberismo. Il convegno Walter Lippmann si tenne a Parigi dal 26 al 30 agosto 1938 (precedente dunque alla creazione della società del Monte Pellegrino molto spesso utilizzata a torto come atto di nascita del neoliberismo) e vi presero parte personaggi quali: Hayek, Rueff, Raymond Aron, Röpke e Rüstow. Non potendo descrivere nel dettaglio le relazioni tenute dagli autori in quei giorni, basti descrivere i quattro temi salenti che emersero dalle varie discussioni e che sancirono un modo assolutamente innovativo di guardare al sistema di produzione mondiale:

– come appena accennato le riflessioni in materia di politiche economiche iniziano ad avere respiro globale, il capitalismo viene ad essere propriamente concepito nei termini di ‘cosmo-capitalismo’

  • al contrario di quello che affermano gli economisti classici, il mercato non è più visto come un dato naturale ma diventa una realtà costruita, che in quanto tale richiede l’intervento attivo dello Stato e la realizzazione di un sistema di diritto specifico.

  • l’essenza del nuovo ordine del mercato non sta nello scambio ma nella concorrenza, che diventa la nuova norma di punta della pratiche economiche.

  • lo Stato non è più semplicemente il guardiano che vigila sugli agenti economici o il mero produttore del quadro delle regole da rispettare, ma arriva ad essere esso stesso sottoposto, nella propria azione, alla norma della concorrenza. Lo Stato va allora considerato come un’impresa sia nel suo funzionamento interno che nelle sue relazioni con gli altri stati.

  • l’esigenza di universalizzazione della norma di concorrenza supera di molto le frontiere dello Stato e tocca direttamente gli individui nel loro rapporto con se stessi. L’impresa è promossa al rango di modello di soggettivazione: siamo tutti imprese da gestire e capitali da far fruttare. Il modello diventa quello del ‘soggetto imprenditore di se stesso’.

Detto questo si deve tenere poi conto del fatto che praticamente tutti gli studiosi concordano sulla distinzione tra una fase militante ed una gestionale del neoliberismo. Con ‘fase militante’ si intende il periodo della sua istituzionalizzazione politica avvenuta, tanto per fare alcuni esempi eclatanti, attraverso le prime manovre di liberalizzazione delleconomia cinese ad opera di Teng Hsiao-ping (1978), con lelezione di Paul Volcker alla guida della Federal Reserve (1979), o ancora con i governi della Thatcher (1979) e di Reagan (1981). Con ‘fase gestionale’ si intende invece il momento attuale «in cui non si parla che di buon governo, buona prassi e adattamento alla globalizzazione»viii. Con tale divisione i critici intendo sottolineare il passaggio dalla ‘logica della produzione’ alla ‘logica della gestione’; se in un primo momento le forze neoliberali hanno dovuto accumulare una grande quantità di forza materiale, successivamente il loro obiettivo è stato quello di introdurre all’interno dei rapporti sociali la logica manageriale dell’impresa (forme inedite di repressione, utilizzo di tecnologie e discipline che autogenerano nel soggetto meccanismi di responsabilizzazione) per poter appunto gestire il funzionamento di un sistema che risulta sempre più complesso. É poi interessante notare come alcuni autori paragonino questa tendenza alla creazione di meccanismi sempre più complessi per produrre e gestire gli interessi alla teoria marxiana della caduta tendenziale del saggio di profitto, l’aumento eccessivo di complessità dovrebbe portare all’implosione della logica di funzionamento neoliberale. Altri invece interpretano questa tendenza nei termini di una costruzione sempre più articolata ed efficiente di dominio che non passa più attraverso la repressione ma direttamente attraverso la produzione di nuove forme di soggettività.

Certamente tutto quello che è stato evocato fino ad ora richiederebbe un approfondimento molto maggiore, ma qui l’obiettivo era solamente quello di lanciare alcune coordinate storico-teoriche per orientarsi in una qualunque discussione sul neoliberismo. Prima di concludere però due velocissime parole sulla modalità di dispiegamento di quella che Dardot e Laval chiamano ‘la nuova Ragione del mondo’ (il neoliberismo), intendendo con questo il fatto di essere «di fronte a una ragione globale nel duplice senso del termine: una ragione che di colpo diventa valida su scala mondiale e una ragione che tende a totalizzare, cioè a “fare mondo”, con un proprio specifico potere di integrazione, ogni dimensione della realtà individuale»ix. L’attuale sistema di produzione va infatti studiato come un qualcosa che è molto di più di un semplice fenomeno economico poichè arriva a permeare la totalità dei domini dell’esistenza tanto del singolo quanto della collettività.

Infine vi sono due importanti frasi su cui riflettere approfonditamente, due frasi provenienti da due voci molto diverse ma capaci di riassumere in modo estremamente preciso il cambiamento che è avvenuto e che ancora si fatica a comprendere:

  • Margaret Thatcher in un’intervista affermò come: «economics are the method. The object is to change the soul»

  • Michel Foucault nel suo famoso corso sulla biopolitica, già evocato in precedenza, scrisse: «l’economia non ha più il compito di analizzare il meccanismo relazionale tra cose o processi, come il capitale, l’investimento, la produzione; piuttosto d’ora in poi essa ha il compito di analizzare il comportamento umano e la razionalità interna a tale comportamento»x

Quanto scritto vuole essere solo uno stimolo a scavare, ad assumere una posizione verticale verso il problema, a rendersi conto che nel capitalismo (inteso come logica ideale e materiale) non vi è alcuna necessità.


iii A questo proposito si veda la lezione del 14 marzo 1979 tenuta da Foucault e raccolta in Nascita della biopolitica.

iv Michel Foucault, Nascita della biopolitica: corso al College de France (1978-1979), Milano: Feltrinelli, 2005, p. 178.

v Cfr., Pierre Dardot e Christian Laval, La nuova ragione del mondo : critica della razionalità neoliberista, Roma : DeriveApprodi, 2013, p. 200.

vi Ivi, p. 201.

vii W. Röpke, Civitas Humana. I problemi fondamentali di una riforma sociale ed economica, Milano-Roma: Rizzoli, 1947 p. 32

viii Pierre Dardot e Christian Laval, La nuova ragione del mondo: critica della razionalità neoliberista, Roma: DeriveApprodi, 2013, p. 341.

ix Ivi, p. 6.

x Michel Foucault, Nascita della biopolitica: corso al College de France (1978-1979), Milano: Feltrinelli, 2005, p. 183

Classe 1992, laureato in filosofia contemporanea presso l'Università di Bologna, mi occupo di trasformazioni dei sistemi di welfare con particolare interesse per il Terzo Settore e il welfare di comunità. Presso la stessa università sono tutor del corso di alta formazione in Welfare Community Manager e collaboro con il Centro Servizi del Volontariato di Modena.

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