Scritto da Giulio Pignatti
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In un tempo segnato da frammentazione sociale, ripiegamento nel privato e sfiducia verso le forme tradizionali della partecipazione, l’idea stessa di una società civile capace di “fare legame” viene spesso data per indebolita, se non in via di esaurimento. Eppure, le ricerche raccolte in La prospettiva civica. L’Italia vista da chi si mette insieme per cambiarla. Decimo rapporto IREF sull’associazionismo sociale (Fondazione Giangiacomo Feltrinelli 2024), a cura di Cristiano Caltabiano, Tommaso Vitale e Gianfranco Zucca, suggeriscono un quadro più articolato: una tenuta diffusa delle organizzazioni solidaristiche e una partecipazione selettiva, che non coincide necessariamente con la disaffezione. Un associazionismo, insomma, ancora capace di intrecciare dimensione sociale e dimensione politica. Il volume, frutto di una ricerca collettiva promossa dall’IREF – l’Istituto di Ricerche Educative e Formative delle ACLI – combina analisi statistiche, indagini sul campo e approfondimenti qualitativi per interrogare le trasformazioni dell’associazionismo sociale in Italia.
In questa intervista a Tommaso Vitale – realizzata con il contributo di Cristiano Caltabiano, Gianfranco Zucca e Paolo Petracca – proviamo a capire che cosa significa oggi guardare l’Italia dal punto di vista delle pratiche civiche: dove si producono legami in una geografia che in Italia è marcatamente policentrica, chi resta escluso e quale ruolo possono avere associazioni, volontariato e Terzo settore nella vita democratica. Tommaso Vitale è Professore ordinario di Sociologia a Sciences Po (Parigi), presso il Centre for European Studies and Comparative Politics, e Dean della Sciences Po Urban School. I suoi lavori si concentrano in particolare sulla sociologia urbana, le disuguaglianze territoriali, i sistemi locali di welfare, le politiche abitative, la marginalità nei contesti urbani, la governance e le forme di associazionismo.
La disgregazione sociale, il ripiegamento su di sé e all’interno di bolle “private”, la spoliticizzazione della società civile: queste sembrano essere le grandi tendenze del nostro tempo. La “prospettiva civica” in tal senso opera controcorrente, facendo emergere una solidarietà presente a livello sociale. Si tratta di fenomeni interstiziali, in via di estinzione, oppure sono strutturali e vivi nelle società contemporanee attraversate dalla “policrisi”?
Tommaso Vitale: Alcune diagnosi sulla depoliticizzazione del Terzo settore e sulla chiusura nel privato dei cittadini sembrano francamente esagerate e fuorvianti. Quel che suggeriscono le evidenze e le analisi raccolte nel volume La prospettiva civica è che nel nostro Paese c’è una sostanziale tenuta delle organizzazioni solidaristiche e prosociali, le quali sono costantemente cresciute in termini numerici tra il 2011 e il 2021, una tendenza che i dati Istat più recenti confermano nel complesso anche per il 2023. A questa crescita si accompagna una flessione dei volontari, significativa ma non tale da autorizzare letture troppo lineari sul declino del volontariato organizzato. Bisognerebbe anche ridimensionare la tesi secondo cui le associazioni avrebbero perso la capacità di essere incisive dal punto di vista sociale, in quanto si sarebbero professionalizzate, perdendo la carica trasformativa nei contesti in cui operano. In realtà, se si guarda ai risultati dell’indagine che abbiamo condotto sugli attivisti di una variegata platea di enti associativi in quattro grandi città (Milano, Firenze, Roma, Napoli) si nota come essi si impegnino non solo nei gruppi di appartenenza ma anche su un versante più ampio, senza disdegnare le forme canoniche dell’azione politica (scendere in piazza durante una manifestazione, farsi carico di un problema del proprio quartiere, firmare una petizione o una legge di iniziativa popolare, ecc.). L’intreccio tra partecipazione sociale e politica emergeva con una certa evidenza anche nella nona edizione del Rapporto sull’Associazionismo Sociale, pubblicata nel 2007. Sono trascorsi più di quindici anni da quella ricerca ma il protagonismo delle associazioni persiste, pur di fronte alle molteplici crisi che si sono susseguite in un periodo davvero convulso (guerre, emergenze umanitarie, nuove povertà, effetti devastanti del cambiamento climatico, pandemia e quant’altro). La società civile sembra essere resiliente, forse perché è uno spazio dove si può ancora coltivare la convivialità e i progetti collettivi.
Quali sono le caratteristiche del volontario o dell’attivista oggi? Qual è tipicamente il suo profilo, quali sono le forme del suo impegno e qual è la sua auto-rappresentazione?
Tommaso Vitale: Nel volume si trovano analisi di diverso taglio sul profilo di volontari e attivisti. In generale, le tradizionali connotazioni di genere e generazione mantengono una loro rilevanza; anche la ben nota tesi della “centralità sociale”, ossia la maggiore propensione all’impegno civico di persone dotate di maggiore capitale culturale e relazionale, ha ancora una sua validità. Tuttavia, si notano diversi segnali di differenziazione, riscontrabili soprattutto quando si restringe il campo d’osservazione ai contesti urbani. Nelle città l’impegno sociale assume delle forme peculiari. I ritmi di vita e di lavoro influiscono molto sulla possibilità di ritagliare del tempo da dedicare all’attivismo sociale: non a caso il principale ostacolo alla partecipazione segnalato dagli attivisti è la conciliazione con la sfera professionale e personale. La possibilità di svolgere alcune attività a distanza compensa solo in parte questo tipo di limitazioni. Pur tra tante difficoltà di ordine pratico, non ultima la scarsa separazione dei ruoli organizzativi (molti fanno di tutto un po’), gli intervistati non hanno difficoltà ad autorappresentarsi come attivisti, con tutto il portato di politicità di questa definizione. Solo una parte limitata delle persone che abbiamo intervistato propende per un’autodefinizione più blanda, in termini di “simpatizzante”.
Qual è l’influenza delle disuguaglianze sociali sulle opportunità di impegno civico e di partecipazione politica? In quale misura coincidono la faglia della disparità economica e quella dell’isolamento sociale e del disimpegno?
Tommaso Vitale: Le disuguaglianze sociali incidono in modo decisivo sulle opportunità di impegno civico e di partecipazione politica. In Italia, a partecipare di più sono le persone con redditi più alti, livelli di istruzione elevati e posizioni professionali centrali: manager, professionisti, dipendenti pubblici qualificati. Questo crea un modello di partecipazione fortemente selettivo, in cui chi ha più risorse economiche, culturali e relazionali è anche più presente nello spazio pubblico. La classe sociale, che qui non va intesa in senso ideologico ma come categoria operativa adottata nei sistemi statistici europei, resta un potente fattore di esclusione. La partecipazione civica e politica tende a indebolirsi tra i lavoratori manuali, le persone con titoli di studio bassi o in condizione di instabilità lavorativa. Eppure, a parità di reddito o istruzione, chi è coinvolto nel volontariato o in un’associazione mostra livelli di partecipazione politica molto più alti. L’impegno civico diventa quindi un fattore che può attenuare – anche se non annullare – il peso delle disuguaglianze nel favorire la partecipazione politica in democrazia. Questo ci dice che l’associazionismo resta uno dei pochi spazi dove le fratture sociali possono essere ricucite. Non elimina le disuguaglianze, ma può contribuire a contrastarle. Proprio per questo, molte organizzazioni stanno riflettendo sul loro stesso grado di accessibilità: chi partecipa oggi è spesso più ricco, più istruito, più stabile. Ma allargare le possibilità di accesso all’impegno civico è la condizione necessaria per rafforzare la democrazia, e nella nostra ricerca abbiamo riscontrato come il tema sia una grande priorità discussa dagli attivisti, che si interrogano profondamente in proposito.
Quali sono le principali tradizioni culturali, politiche e religiose che animano, in Italia, la solidarietà sociale? Quali sono le differenze con gli altri Paesi d’Europa?
Tommaso Vitale: Più che di tradizioni si tratta di movimenti collettivi che esprimono diverse sensibilità culturali, religiose e politiche. Nella ricerca realizzata nelle aree urbane abbiamo elaborato una griglia concettuale per individuare i diversi soggetti collettivi in cui sono coinvolti gli attivisti. Non abbiamo considerato le imprese sociali, il settore della filantropia e il mutualismo organizzato, quanto piuttosto un tessuto associativo di base, in parte riconducibile a reti e coordinamenti con un certo grado di strutturazione interna, in parte formato da comitati e gruppi spontanei che agiscono in modo autonomo sul territorio. In quest’ottica abbiamo individuato 11 mondi associativi: religioso, enti che intendono l’azione sociale come espressione della propria fede; sindacale, organizzazioni che sono espressione dei sindacati maggiori o del sindacalismo di base; politico, organismi che, pur facendo riferimento ad alcune tradizioni politiche, concepiscono l’impegno (spesso antagonista) fuori dai partiti; legalitario, enti che si battono per l’estensione dei diritti o per il ripristino della legalità; consumerista, gruppi che cercano di promuovere e praticare stili di vita improntati alla sobrietà e al rispetto dei produttori locali, criticando i modelli dissipativi del mercato; comunitarista, comitati e organizzazioni che nascono per rigenerare spazi pubblici nelle città e nei centri minori; etnico, sodalizi che mantengono il legame con le comunità di migranti che vivono nel nostro Paese (anche le seconde generazioni); sportivo, associazioni che promuovono la pratica sportiva a livello popolare; ambientalista/animalista, organizzazioni per la salvaguardia dell’ambiente e degli animali; conviviale/educativo/culturale, soggetti collettivi che nascono per condividere interessi o beni culturali, passioni, scopi ludici, oppure con finalità educative; salute, organizzazioni che sostengono i pazienti e si battono per i loro diritti. Tali mondi associativi non esauriscono ovviamente le forme di aggregazione con cui le persone possono mettersi insieme per fare qualcosa di utile nelle comunità locali, ma rappresentano un ampio repertorio di pratiche sociali con cui la solidarietà e l’associazionismo si riproducono nella nostra società.
Si sente spesso dire che i giovani non abbiano voglia di mettersi in gioco e di contribuire al bene comune. Che cosa emerge dal Rapporto in tal senso? Quali forme di associazionismo, volontariato e attivismo sono predilette dalle giovani generazioni secondo i vostri dati?
Tommaso Vitale: In termini di tendenze generali, la partecipazione sociale dei giovani è in flessione, tuttavia, se osservata nelle sue componenti di base, è soprattutto la partecipazione politica a subire un crollo. Attraverso un’analisi tra due diverse generazioni di giovani, Andrea Casavecchia e Alessandro Serini mostrano come al picco di partecipazione politica osservato in corrispondenza della nascita e dello sviluppo del Movimento 5 Stelle sia seguita una flessione repentina. È probabile che le promesse di cambiamento e rottura con il passato di questo attore politico abbiano prima fatto avvicinare ragazze e ragazzi alla politica per poi respingerli nel momento in cui il M5S si è “normalizzato”, assumendo una forma partitica più compiuta e tradizionale. Al di là di questo aspetto non bisogna dimenticare che i giovani, più di altri gruppi socio-anagrafici, subiscono forti penalizzazioni occupazionali: il lavoro, così come il cercare lavoro, è un fattore di condizionamento molto rilevante. Ciononostante, abbiamo intercettato una nuova generazione di attivisti che tenta di rimanere in equilibrio tra il perseguimento di un progetto di vita e l’impegno sociale, cosa che richiede non pochi sacrifici personali. Nelle città anche l’impegno civico finisce per ricadere nel paradigma dell’accelerazione, rendendo concitata e veloce anche la vita associativa.
Da una parte oggi assistiamo a una crisi dei corpi intermedi, della funzione di “cinghia di trasmissione” che il Terzo settore, così come i partiti politici, dovrebbe svolgere rispetto alla politica e alla pubblica amministrazione. Dall’altra parte, nel Rapporto si valorizza un ruolo politico e democratico che l’associazionismo ricopre, anche al di là della politica rappresentativa. Quali sono queste forme politiche alternative?
Tommaso Vitale: Le forme sono diverse e hanno ormai decenni di esperienze alle spalle: dal prendersi cura dei beni comuni attraverso patti di collaborazione con le istituzioni, al rispondere direttamente a nuovi bisogni sociali non coperti dal welfare, al contribuire con idee e persone al formarsi di liste civiche locali, ecc. Tutto ciò a dimostrazione della capacità dell’associazionismo di stare dentro i problemi provando a trovare delle soluzioni, non tirandosi fuori sdegnati per la distanza tra la realtà com’è e come dovrebbe essere. Nel linguaggio di tutti i giorni si usa spesso l’espressione “sporcarsi le mani”, facendo riferimento alla necessità di confrontarsi in modo diretto con i problemi e di accettare le mediazioni richieste da contesti nei quali gli interessi sono in competizione. Per quanto quest’espressione sia efficace non c’è nulla di “sporco” nel cercare di intercedere in favore di chi, di solito, è escluso dalle discussioni e dalle scelte. Ci sono tanti gruppi di persone la cui voce è ingiustamente inascoltata: giovani, donne, migranti, poveri, malati o, anche, semplici cittadini che si sentono tagliati fuori (e spesso lo sono per davvero) dai processi decisionali. Intercedere, mediare, frapporre sono tutti verbi che sembrano poco “radicali”, ma oggi la parola conflitto ha troppa dolorosa concretezza per essere usata anche solo in modo metaforico. Papa Francesco nel messaggio alle ACLI del 1° giugno 2024, in occasione degli ottanta anni dell’Associazione, riferendosi alla pace, aveva scritto che intercedere «è qualcosa che va ben oltre il semplice compromesso politico, perché richiede di mettersi in gioco e assumere un rischio». Intercedere significa tanto “prendere posizione con chiarezza” quanto “costruire ponti”, “ascoltare e comprendere le diverse parti in causa”. La prospettiva civica ci pare stia tutta in queste parole. L’associazionismo ha dalla sua la possibilità di ricorrere a un sapere dell’esperienza capace di mettere in seria discussione le prese di posizione ideologiche, smontando pezzo per pezzo le letture stereotipate e superficiali delle questioni sociali.
C’è una difficoltà a promuovere il dialogo all’interno della “prospettiva civica”, cioè tra le differenti associazioni di un territorio o di un settore. Che cosa spinge oggi al dialogo e che cosa ancora si interpone alla possibilità di costruire ponti tra le “isole dell’arcipelago” – per utilizzare un’immagine impiegata nel Rapporto? Nel Rapporto si sottolinea il bisogno di riconoscimento da parte di chi si impegna verso gli utenti finali: questo va a detrimento della capacità di collaborare?
Tommaso Vitale: Nel Terzo settore non mancano luoghi e rappresentanze attraverso cui costruire ponti fra le diverse isole dell’arcipelago della solidarietà organizzata. Il problema è che, soprattutto a livello locale, si sono impoveriti i legami di collaborazione fra l’associazionismo di promozione sociale, il mondo della cooperazione sociale e del volontariato, gli enti filantropici e mutualistici. Ciò è soprattutto una conseguenza del modello di gestione delle politiche pubbliche che ha dominato la scena dagli anni Novanta in poi; non solo nei servizi socio-assistenziali, ma pressoché in ogni ambito di interesse collettivo dove sono attivi gli enti del Terzo settore, ha prevalso la contrattazione esterna, un sistema attraverso il quale le pubbliche amministrazioni, principalmente tramite le gare di appalto, hanno affidato le prestazioni di servizio al privato di mercato e ai soggetti non profit, fungendo da arbitri imparziali di una competizione dove i parametri di riferimento sono stati l’efficienza, l’efficacia e troppo spesso il massimo ribasso – assunti quasi irrinunciabili del new public management. Il welfare mix, per quanto abbia avuto innegabili meriti – maggiore centralità degli utenti delle politiche sociali, personalizzazione degli interventi, apertura di nuovi fronti nel lavoro di cura, ecc. –, ha anche determinato effetti distorsivi, tra cui forse il principale è quello di aver trascinato gli attori del Terzo settore in una contesa per ottenere risorse sempre più scarse, specie dopo la grande recessione avviatasi dal 2010 in poi, che ha portato a un deciso giro di vite sulla spesa sociale. Oggi ci sarebbe anche l’occasione di voltare pagina, sfruttando le potenzialità offerte dall’amministrazione condivisa, introdotte nel nostro ordinamento dal Codice del Terzo settore (art. 55 del d.lgs 117/2017) e da altre norme: coprogrammazione, coprogettazione, regolamenti comunali per i beni comuni, partenariati e patti di sussidiarietà, altre forme di accreditamento. Ma ci vorrà del tempo perché si diffonda una cultura della governance collaborativa, per cui si rigeneri fiducia e logiche realmente cooperative fra le pubbliche amministrazioni, le imprese sociali, le associazioni di promozione sociale e le organizzazioni di volontariato.
Lei si occupa del rapporto tra i differenti spazi, e in particolare i contesti urbani, e le forme di associazionismo e partecipazione. Quali sono in Italia i luoghi dell’impegno civico? Quanto l’associazionismo, il volontariato e l’attivismo sono un fenomeno delle grandi città e quanto invece le reti sono diffuse e coinvolgono i territori, le periferie, i borghi? C’è, in tal senso, una specificità dell’Italia policentrica rispetto al resto dell’Europa?
Tommaso Vitale: Dai risultati emerge un dato chiaro: l’impegno civico in Italia ha una geografia policentrica, molto diversa da quella prevalente in altri Paesi europei. Mentre in gran parte d’Europa il volontariato si concentra nei sobborghi delle grandi città – quelle “urban peripheries” che costituiscono l’hinterland metropolitano –, in Italia la partecipazione associativa è molto più distribuita, seguendo il nostro specifico modello insediativo: poche grandi città e una popolazione diffusa in piccoli e medi centri. Di conseguenza, il volontariato italiano si pratica tanto nei grandi centri quanto nei piccoli comuni, nei paesi e persino nelle aree interne. Per dare un’idea più concreta: i dati mostrano che nel 2023 circa il 19,7% degli abitanti delle grandi città è coinvolto in forme di volontariato, una percentuale più alta rispetto ai sobborghi (15,4%) o alle piccole città (15,9%). Ma sorprende che nei paesi e nelle aree rurali la partecipazione sia comunque elevata (18,2%), solo lievemente inferiore rispetto ai grandi centri. Questo dato contrasta con il panorama europeo, dove – al contrario – la partecipazione associativa è più forte nei contesti rurali e molto più debole nelle grandi città. Questa distribuzione italiana ha radici storiche e culturali profonde: al Nord-Est, ad esempio, le tradizioni subculturali cattoliche e di sinistra continuano a fornire un humus fertile per l’impegno civico. Al Sud e nelle Isole, invece, si registrano valori più bassi, ma stanno emergendo nuove forme di attivismo, soprattutto sui temi ambientali e della giustizia sociale. Certo, c’è ancora molto da capire. Vogliamo ascoltare, analizzare e valorizzare ciò che spesso resta invisibile: l’impegno quotidiano e capillare di chi, anche nei territori più fragili, si prende cura della propria comunità. Un passo alla volta, cerchiamo di produrre insieme conoscenza pubblica, condivisa e disponibile, al servizio di una cittadinanza più consapevole e inclusiva.
Che ruolo ha la dimensione fisica degli spazi per l’associazionismo in Italia? In seguito alla pandemia c’è stato un cambiamento in merito al bisogno di condividere spazi?
Tommaso Vitale: Uno dei presupposti della ricerca è che lo spazio conti molto. Non a caso abbiamo scelto di dedicare un modulo all’associazionismo nelle città, usando peraltro una tecnica di rilevazione “vecchia scuola” come l’intervista faccia a faccia proprio all’interno delle sedi associative. Il web è un ausilio, facilita alcune cose, ne velocizza delle altre; tuttavia, le persone soprattutto nel periodo post-pandemico sono alla ricerca di esperienze conviviali. Per quanto possa apparire banale e scontato, alla base del legame associativo c’è l’amicizia, la voglia e il piacere di fare le cose assieme. Per fare ciò c’è quasi sempre bisogno di uno spazio, che sia un circolo, un parco, una palestra, una piazza: le persone hanno voglia di stare insieme in un posto che non sia casa o il luogo di lavoro.
In definitiva, che cosa significa, anche a livello di ricerca sociologica e di approccio teorico, assumere lo sguardo di “chi si mette assieme per cambiare” l’Italia, come recita il sottotitolo del Rapporto?
Tommaso Vitale: Assumere lo sguardo di “chi si mette assieme per cambiare” l’Italia – come propone il sottotitolo del nostro libro – significa anzitutto compiere un ribaltamento di prospettiva. Significa guardare il Paese non a partire da chi lo interpreta o lo narra dall’alto, ma a partire dall’analisi sociologica della voce di chi, quotidianamente, costruisce relazioni, si organizza, si prende cura dei legami, sperimenta soluzioni concrete ai problemi collettivi, demercifica lo sport, l’arte, la cultura, l’educazione, la divulgazione scientifica, la socialità. È uno sguardo che non idealizza, ma riconosce. Non cerca eroi, ma pratiche. Non rincorre modelli, ma mette al centro i processi. Chi si mette assieme per cambiare non lo fa mai in astratto, ma sempre in un luogo, in un contesto, in un intreccio specifico di vincoli e possibilità. Per questo, assumere tale punto di vista significa dare attenzione ai territori – anche quelli più marginali, invisibili, feriti – e alla loro capacità di generare cooperazione, risorse comuni, forme di solidarietà. Il cambiamento, visto da qui, non è una promessa lontana, ma una realtà in costruzione, fatta di piccole conquiste, di gesti ordinari, di faticosa ma tenace ostinazione. Dal punto di vista della ricerca sociologica, questo sguardo richiede una diversa postura: non più solo analizzare i dispositivi istituzionali, ma interrogare i modi in cui le persone si riconoscono, si mettono in relazione, trovano motivi e occasioni per agire insieme. Richiede di prestare attenzione ai momenti di dissonanza, quando lo sguardo pubblico, stereotipato o stigmatizzante, viene sfidato da pratiche che, pur non aderendo ai canoni dominanti, aprono spazi di cittadinanza, costruiscono senso, generano valore. È proprio in queste situazioni che emerge una forma di riconoscimento dissonante: quando l’impegno collettivo, pur non corrispondendo alle aspettative istituzionali o mediatiche, produce legittimità, trasforma l’ordine simbolico, rompe l’invisibilità. Guardare l’Italia con gli occhi di chi si impegna è dunque un atto scientifico e, insieme, intellettuale: significa scegliere di osservare il Paese a partire dalle sue energie civiche, dalle forme di mutualismo e dalle esperienze di autorganizzazione. Non per celebrarle in modo acritico, ma per comprendere come esse riescano – nonostante le difficoltà – a tenere insieme territori frammentati, a produrre senso in contesti spesso segnati da sfiducia e solitudine, a rigenerare spazi pubblici anche dove sembrano svuotati. In questo senso, La prospettiva civica non è solo il titolo di un rapporto: è un invito a cambiare lo sguardo, a spostare il baricentro della nostra attenzione, a riscoprire l’Italia critica ma non rassegnata che sceglie di agire, organizzarsi e reagire.