“Artico. La battaglia per il Grande Nord” di Marzio G. Mian
- 24 Aprile 2018

“Artico. La battaglia per il Grande Nord” di Marzio G. Mian

Recensione a: Marzio G. Mian, Artico. La battaglia per il Grande Nord, Neri Pozza, Vicenza 2018, pp. 224, 13.50 euro (scheda libro)

Scritto da Luca Mazzali

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Il libro di Marzio Mian, Artico. La battaglia per il Grande Nord (Neri Pozza), è un breve ma interessante periplo attraverso l’ultima frontiera del globo, un territorio sconfinato ed impervio dove il progressivo scioglimento dei ghiacci ha dato il via ad una corsa alle risorse naturali che vede coinvolte potenze globali come Russia, Cina e Stati Uniti e regionali come Norvegia, Canada e Danimarca.

Tra nuove rotte commerciali volte ad accorciare le distanze tra Estremo Oriente ed Europa, massicci riarmamenti e rivendicazioni diplomatiche, le plumbee acque artiche sembrano destinate a divenire, in un immediato futuro, una delle principali aree di frizione del pianeta e dove la presenza di più attori fermamente determinati nel perseguire le loro visioni geopolitiche costituisce un fattore di instabilità e non di equilibrio.

Parallelamente a questa corsa di carattere politico-economico-militare, Mian ricorda al lettore che si sta svolgendo un altro evento la cui progressività ed inesorabilità sta allarmando scienziati ed ecologisti di tutto il mondo e con cui anche noi, abitanti delle aree temperate, facciamo già i conti: lo scioglimento dei ghiacci artici. Raccogliendo testimonianze dirette di scienziati ed esperti, l’autore illustra, dati alla mano, quali scenari dalle conseguenze potenzialmente catastrofiche potrebbero prospettarsi negli anni a venire.

Artico

L’Artico attraverso una rappresentazione cartografica realizzata dall’autore

Con Artico Mian, facendo uso di una narrazione densa di dati e aneddoti, ci mostra come nell’ultima frontiera della terra necessità ed ambizioni, processi ecologici apparentemente inarrestabili e brama di profitto a qualsiasi costo si intrecciano fittamente in una complessa partita nella quale nessuno degli attori in campo è disposto a perdere.

Un Congo boreale?

Il primo capitolo è interamente dedicato alla Groenlandia, isola (o arcipelago?) coperta quasi interamente da una spessa calotta di ghiaccio, che fino a qualche decennio addietro era rimasta completamente tagliata fuori dal processo di globalizzazione che aveva investito il resto del pianeta. Negli ultimi anni, complice il progressivo scioglimento dei ghiacci, sono state effettuate in tutta l’isola importanti scoperte di giacimenti minerari come quella avvenuta presso Kvanefjeld, sulla costa sud-occidentale, dove tra pochi mesi aprirà la più grande miniera a cielo aperto al mondo di uranio e terre rare.

Tale improvvisa nuova ricchezza ha fornito alle fazioni indipendentiste locali, desiderose di recidere una volta per tutte i legami con la Danimarca, una nuova carta da giocare al tavolo dei negoziati con Copenaghen, alimentando da parte danese e americana una sempre maggiore insofferenza per la crescente influenza della Cina nell’isola.

Se da un lato è sempre più diffusa la convinzione, specialmente a livello governativo, che l’autodeterminazione della Groenlandia può passare solamente con il rilascio di concessioni minerarie a compagnie straniere, dall’altro c’è la paura nutrita delle comunità locali che le future attività estrattive non solo contamineranno suoli e acque marine, ma che comprometteranno, una volta per tutte, il loro stile di vita rimasto immutato per millenni che ora appare irrimediabilmente stravolto e incapace di adattarsi ai trend del mondo globalizzato.

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Qaqortoq, Groelandia

Come riportato sopra, la scoperta dei giacimenti di terre rare è da imputarsi principalmente al sempre più rapido ritirarsi dei ghiacci. Tale azione ha finito per innescare un circolo vizioso giacché meno ghiaccio non significa solo meno luce solare rifratta, ma anche più acqua dolce presente ai poli. Questa, che è meno densa dell’acqua salata dell’oceano, ha finito per attirare alcune delle propaggini settentrionali[1] della corrente calda proveniente dal Golfo del Messico le quali, se in passato si dirigevano nel Mar Glaciale Artico dove venivano raffreddate e rimescolate per poi scendere nuovamente verso i tropici, ora si scontrano con la corrente fredda proveniente dalla Groenlandia, generando una deviazione di acqua calda verso l’isola ed accelerando ulteriormente lo scioglimento dei suoi ghiacci.

Nel secondo capitolo del libro, il periplo del Nuovo Artico prosegue verso ovest, raggiungendo le coste artiche dello Stato dell’Alaska, dove lo scioglimento del permafrost causato dall’innalzamento delle temperature sta facendo letteralmente sprofondare il piccolo centro di Barrow, la città più settentrionale di tutti gli Stati Uniti, affacciato sul Mar Glaciale Artico.

Tra tutte le nazioni artiche gli USA sembrano quelli più esitanti ad un maggiore coinvolgimento nella partita strategica Nuovo Artico: ne è una prova il numero di rompighiaccio. Al momento Washington dispone di tre navi di questo tipo, di cui due fuori uso e nessuna a propulsione nucleare. La Russia d’altro canto ne conta quaranta tra le sue fila di cui dieci nucleari. Finlandia e Svezia sette a testa, sei il Canada, quattro il regno danese, uno la Norvegia. La Cina, potenza mondiale che da qualche tempo si sta affacciando sul Nuovo Artico, ne ha in cantiere tre.

Al momento l’amministrazione Trump sembra più interessata a rimuovere i divieti di sfruttamento decretati da Barack Obama nel 2015 per l’Artic National Wildlife Refuge, un’enorme riserva naturale nell’estremo nord dell’Alaska sotto la quale giacciono all’incirca sei miliardi di barili di petrolio. Eppure Washington farebbe bene a rafforzare la sua presenza nel Grande Nord. Non solo per il rafforzamento dell’impegno militare russo nella regione (nuove basi militari in costruzione sulle isole di Wrangel e Kotelny e a Capo Schmidt), ma anche per la crescente intraprendenza di Pechino che da qualche tempo ha inviato delle navi esplorative nelle acque internazionali del Mar Glaciale Artico per scandagliare il fondale alla ricerca di risorse naturale. I cinesi hanno inoltre fatto intendere che considerano il grande oceano ghiacciato, noto per i suoi fondali pescosi, la loro futura riserva di proteine.

 

Artico, il perno ideologico di un impero

Il periplo artico di Mian prosegue verso la Russia, l’attore certamente più attivo in questa regione. L’impegno della Federazione in questa porzione di globo viene fatto risalire a Stalin (esiliatovi a sua volta dalle autorità zariste tra il 1914 e il 1916) il quale non solo vedeva nell’Artico Sovietico un immenso serbatoio di risorse naturali che avrebbe garantito un futuro all’emergente Unione Sovietica, ma era anche fermamente convinto della necessità di spostare il baricentro economico del paese, in quel momento troppo sbilanciato nella sua parte occidentale.

A partire dal secondo piano quinquennale (1932-1937) un sempre crescente numero di risorse vennero destinate per lo sviluppo di attività industriali e minerarie nel nord e nell’est dell’Impero Sovietico. Al fine di attuare questi piani di sviluppo furono costruiti centinaia di gulag e milioni di prigionieri politici vi vennero deportati; le perdite umane saranno ingentissime, con la morte di oltre un milione di detenuti nel solo distretto minerario della Kolyma nel ventennio 1930-1950.

C’è anche un’altra conseguenza nefasta dell’intenso sfruttamento pianificato dai sovietici: una devastazione ambientale che non ha avuto (ed ha) eguali nel resto del mondo. Decenni di estrazioni minerarie hanno irrimediabilmente inquinato centinaia di migliaia di chilometri quadrati di taiga e tundra compresi tra lo Stretto di Bering e la Penisola di Kola, compromettendo le fonti di sostentamento di fauna e popolazioni autoctone come Nenets, Evenki, Ciukci e Sami, molti dei quali hanno definitivamente abbandonato le loro terre natie per emigrare al sud.

La città simbolo di questa catastrofe ecologica è Noril’sk, il centro urbano più settentrionale della Siberia. Sorto come un gulag alla fine degli anni Venti in prossimità di un enorme giacimento di nickel, al giorno d’oggi Noril’sk detiene il triste primato di città più inquinata di tutta la Federazione Russa: la concentrazione di anidride solforosa nell’aria è tale che i suoi cittadini vivono in un costante stato di intossicazione, mentre in un raggio di 75 chilometri dalla città la vegetazione ha lasciato spazio ad un paesaggio lunare.

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Dudinka, Russia. Veduta del porto sul fiume Enissej.

L’altro apostolo del ruolo globale, storico e strategico dell’Artico è Vladimir Putin. Sotto il suo mandato le attività militari ed economiche nel Nuovo Artico hanno visto una crescita esponenziale. Per di più la Russia è riuscita a fare tesoro delle sanzioni imposte dall’Occidente, aumentando il proprio know-how tecnologico nel campo delle estrazioni. Nel 2016 la produzione complessiva russa è stata di 547,3 milioni di tonnellate di petrolio e 555 miliardi di m3 di gas. Di quest’ultimo l’85% viene estratto nella penisola artica di Yamal, nella quale è stato inaugurato nel 2017 un nuovo porto con terminal gas presso Sabetta.

Anche in questo caso, lo sfruttamento delle risorse petrolifere e del gas avvenuto senza alcuna remora in ecosistemi fragili ha provocato un impatto ambientale devastante, in particolare nei due circondari autonomi della Provincia siberiana di Tyumen’ dove le attività di sfruttamento sono più intense: in quello dei Khanty-Mansi e in quello degli Yamalo-Nenets.

A questa offensiva economica si accompagna un rinato interesse per la supremazia militare nell’Oceano Artico. Sia attraverso gesti simbolici come la bandiera russa piantata sul fondale marino del Polo Nord nel 2007, sia attraverso gesti molto più concreti come l’apertura dell’Articheskiy Trilistnik (Trifoglio Artico) nella Terra di Francesco Giuseppe, la prima di una serie di nuove basi militari concepite dal governo per proteggere la crescente espansione russa nell’Artico, e sia infine per assicurare alla Federazione il primato strategico nella regione boreale, anche in virtù di future rivendicazioni da parte di altre potenze.

In conclusione di capitolo si accenna a come questa crescente attività militare russa venga monitorata anche da una struttura NATO nella città-isola di Vardø nel Finnmark norvegese, a pochi chilometri dal confine russo. Tutto ciò è motivo d’attrito tra Oslo e Mosca, che ritiene inaccettabile l’attività di intercettazione e raccolta informazioni condotta dall’Alleanza Atlantica a poche decine di chilometri dalle proprie basi nella Provincia di Murmansk. Tra i due fuochi si trovano gli abitanti di Vardø, Kirkenes e del Finnmark, alcuni dei quali hanno lasciato la regione temendo un’eventuale e non più del tutto improbabile escalation militare.

 

Essere Artici conviene

Il quarto capitolo del libro di Mian è dedicato all’Islanda, nazione già atlantica che ora, con lo scioglimento dei ghiacci sempre più rapido e inesorabile, si è scoperta artica. Nonostante l’isola abbia storicamente e culturalmente sempre guardato a sud (sia verso l’Europa, sia verso l’America), l’innalzamento delle temperature ha fornito nuove opportunità di guadagno alla piccola repubblica scandinava, sia nell’immediato che nel lungo termine. Il riscaldamento delle acque sta progressivamente modificando l’ecosistema marino con alcune specie ittiche, tra tutte lo sgombro, che stanno progressivamente emigrando verso nord, abbandonando i loro habitat naturali sempre più caldi. Ciò, se da un lato ha mandato sul lastrico i pescatori di Scozia e Norvegia, dall’altro ha riempito reti e conti in banca delle comunità islandesi, groenlandesi e faroesi. Si calcola che solo nel 2016 la pesca dello sgombro abbia portato un gettito di 200 milioni di euro nelle casse islandesi, costituendo all’incirca il 25% del PIL nazionale.

L’incremento turistico che sta sconvolgendo il Nuovo Artico non ha risparmiato l’Islanda: con una crescita media del 30% negli ultimi 5 anni, la piccola isola ha registrato 2,3 milioni di presenze nel solo 2016, un numero sette volte maggiore dell’intera popolazione islandese. Attratti dal cosiddetto “Last chance tourism” visitatori da tutto il mondo si precipitano sull’isola spinti dal desiderio divedere un ecosistema in procinto di soccombere all’inesorabile mutamento climatico e alla globalizzazione. L’Islanda è riuscita a fare dell’Artico un brand di successo, il nuovo esotico a portata di volo low cost o crociera. Quest’ultime, simbolo più evidente dell’inarrestabile mercificazione della regione sono in netta crescita, tanto che l’Università di Akureyri ha calcolato che entro il 2020 saranno circa 3 milioni i croceristi che solcheranno tutto l’anno i mari artici. Questo business rivela tuttavia un aspetto decisamente preoccupante: i navigli impiegati, che trasportano in ogni viaggio migliaia di turisti e tonnellate di gasolio, non sono costruiti per affrontare l’insidioso Oceano Artico, bensì il Mediterraneo i mari caraibici o, al massimo, i fiordi norvegesi. Con i soccorsi che impiegano mediamente qualche ora per raggiungere una nave in mare aperto, un’eventuale collisione con un iceberg potrebbe provocare una catastrofe.

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Turisti di fronte al ghiacciaio Svinafellsjokull, Islanda.

Lo scioglimento dei ghiacci ha intensificato il traffico merci lungo la Northern Sea Route che costeggia la Russia artica, accorciando significativamente le distanze tra i porti dell’Europa Occidentale e quelli dell’Estremo Oriente, ma quello a cui investitori e strateghi guardano è una rotta ancora più breve per quanto ambiziosa: la Transpolar Route, un itinerario marittimo che avrà origine dal Mare di Bering, e una volta attraversato lo stretto omonimo si dirigerà attraverso il Mar Glaciale Artico per poi sbucare nel Nord Atlantico tra Svalbard e Groenlandia. Questo futuro percorso, attraversando un tratto di mare con acque più profonde, permetterà di evitare i dazi e la burocrazia russa, ai quali ancora sottostanno i bastimenti che percorrono la sopracitata e più lunga Northern Sea Route. Con la futura apertura della rotta transpolare le opportunità per l’Islanda, termine nord-atlantico di questo itinerario commerciale, sono immense, tanto che si è pianificata la costruzione di un’infrastruttura tale da poter accogliere il venturo traffico marittimo che solcherà il Nuovo Artico. Il progetto del porto ad acque profonde di Finnafjord prevede la costruzione, in una remota baia dell’Islanda nordorientale, di 6 chilometri di banchine e 2 km2 di aree di stoccaggio di gas e petrolio. La guida del progetto è tedesca (Autorità portuale di Brema) ma vede anche la presenza di capitali isolani, cinesi e persino americani.

Il capitolo si chiude con uno sguardo verso nord, alle Isole Svalbard. La sovranità dell’arcipelago è norvegese ma, come stabilito da un trattato siglato tra 46 paesi nel 1920, lo sfruttamento delle risorse naturali è a disposizione di tutti i paesi firmatari. Inoltre, sempre secondo il trattato, l’arcipelago non può ospitare basi militari o fortificazioni.

Nonostante gli accordi, sulle Svalbard spirano venti tutt’altro che pacifici: la tensione tra Regno di Norvegia da una parte e Federazione Russa dall’altra ha raggiunto negli ultimi anni picchi molto preoccupanti. Il tentativo di Oslo di porre l’arcipelago sotto giurisdizione assoluta è stato visto da Mosca come fumo negli occhi ed una concreta minaccia a quanto stabilito nel 1920. D’altra parte i norvegesi, anche in virtù delle informazioni a loro disposizione, temono che dietro alle attività di ricerca svolte dalla Russia sull’isola vi siano ben altre intenzioni. La costruzione di un nuovo porto presso la base russa di Barentsburg è un motivo, per le autorità del Regno, di ulteriore preoccupazione.

 

Conclusioni

Il periplo artico di Mian si conclude in Groenlandia, la grande isola dalla quale era cominciata la narrazione del volume. L’autore dedica le ultime pagine del libro ad una piaga che sta affliggendo le giovani generazioni inuit: i suicidi. Le popolazioni indigene dell’Artico hanno i tassi di suicidio più alti del mondo e le cause potrebbero essere individuate nel forte senso di straniamento e di inadeguatezza che le comunità indigene provano da quando la globalizzazione ha raggiunto le loro isolate comunità. Nel mondo globalizzato non c’è posto per i loro costumi e ritmi di vita. Ad esempio, la loro dieta, plasmata da millenni di vita tra i ghiacci polari, agli occhi delle organizzazioni animaliste ed ambientaliste è qualcosa di abominevole e da cambiare al più presto.

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Circolo Polare Artico presso Egvenikot, Chukotka, Russia.

L’Artico, che per molti secoli è stato utilizzato come uno spauracchio, un mondo primordiale e fuori dal tempo in contrapposizione con il Sud civilizzato, è oggi invece una regione del globo entrata prepotentemente nel corso della storia al punto di divenire cruciale per quella ventura. Alcune delle nazioni che si affacciano su di esso, in particolare quelle scandinave, sono tra le più prospere ed avanzate al mondo. Esse comunicano innovazione, giustizia sociale e di genere, avanguardia culturale e valori vincenti, ad un punto tale che la regione scandinava dà la linea in numerosi settori di punta, dall’export petroliferi al design di alta qualità. La Scandinavia e in generale le regioni artiche e subartiche «saranno sempre più centrali nella narrazione della storia umana, è quindi importante conoscerle oltre gli stereotipi e le mode. Soprattutto, è necessario indagare sul campo quel che accade lassù per prendere le misure del mondo che verrà».

Ed è proprio questo che Mian ha fatto nell’ultimo decennio, raccogliendo le testimonianze di chi nell’Artico ci vive o vi si trova, riportando numeri e dati riguardanti attori in campo e forze da essi dispiegate a difesa dei loro interessi e delle loro attività. Artico è la cronaca di tutto ciò.

Scritto da
Luca Mazzali

Cartografo per l’editoria scolastica e la varia basato a Bologna, laureato in geografia e urbanistica. Collabora con alcune testate giornalistiche e radiofoniche nazionali.

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