“Estremi. Il mondo in bilico tra caos e polarizzazione” di Gianluca Ansalone
- 27 Luglio 2026

“Estremi. Il mondo in bilico tra caos e polarizzazione” di Gianluca Ansalone

Recensione a: Gianluca Ansalone, Estremi. Il mondo in bilico tra caos e polarizzazione, Guerini e Associati, Milano 2026, pp. 176, 22 euro (scheda libro)

Scritto da Luca Picotti

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«Viviamo in un’epoca di estremi. Un’epoca nella quale ogni fenomeno umano, sociale o economico sembra imprigionato in una gabbia fatta di posizioni opposte, inconciliabili, spesso violente. Siamo al contempo vittime e protagonisti di un’incessante polarizzazione, che ci porta tutti a sentirci sul “fronte”. Lì si consuma la fine di qualsiasi prospettiva di dialogo e trovano spazio solo violenza, delegittimazione, pregiudizio e sospetto. Ci siamo assuefatti alla peggiore atmosfera possibile, quella delle curve contrapposte, in cui le presunte certezze di una parte assomigliano a una fede incrollabile e l’avversario è innanzitutto un nemico da battere» (p. 15).

Con questo incipit Gianluca Ansalone, manager di multinazionali e consigliere di imprese e istituzioni, introduce la tesi di fondo del suo nuovo libro Estremi. Il mondo in bilico tra caos e polarizzazione, edito da Guerini e Associati. La tesi si traduce, allo stesso tempo, in uno specifico angolo visuale. Si tratta della lente attraverso cui l’autore intende leggere il nostro presente: una profonda tensione verso le estremità. Questo sia per quanto concerne le sfide, sempre più complesse, di questa fase storica, sia per quanto riguarda l’approccio delle classi dirigenti e dell’opinione pubblica.

La connotazione è evidentemente negativa: dinnanzi ad una sfida estrema, ci dice l’autore, occorrerebbe un approccio pragmatico in grado di coglierne la complessità nelle sue sfumature, mentre invece quanto assistiamo oggi è una estremizzazione delle risposte, da un lato e dall’altro, in una spirale spesso poco virtuosa, quando non proprio irrazionale. Con la specificazione che non vi sarebbe contrapposizione tra pragmatismo e radicalità, se la radicalità non è intesa come subordinazione del reale all’ideale, bensì come approccio volto a «promuovere o accogliere cambiamenti di fondo, cambiamenti che ovviamente fanno perdere consenso e rendite di posizione e che dunque, per definizione, non possono piacere a tutti» (p. 168).

Il volume, accompagnato dalla prefazione di Francesco Rutelli, segue uno schema preciso, volto a ripercorrere le principali questioni del nostro presente, evidenziandone la dimensione “estrema”, tra cause, rischi, soluzioni e non-soluzioni, mettendo sempre in luce la discrasia tra la deprecabile polarizzazione e la, invece, necessaria visione d’insieme per costruire risposte di lungo termine: clima estremo (cap. 1), politica estrema (cap. 2), comunicazione estrema (cap. 3), guerra estrema (cap. 4), popolazione estrema (cap. 5), religione estrema (cap. 6), tecnologia estrema (cap. 7). L’insieme delle sfide appare in tutta la sua complessità, a richiamare il concetto di “poli-crisi”, atteso il profondo intreccio tra i diversi fronti, da un clima sempre più turbolento al problema demografico, dall’invasività delle nuove tecnologie agli scontri sia politici che religiosi secondo la logica amico-nemico – e sulla polarizzazione politica l’analisi non poteva che dedicare diverse pagine alla democrazia statunitense e le profonde tensioni che la trapassano. Si pensi alla dimensione tecnologica (cap. 7), peraltro strettamente legata a quella bellica (cap. 4).

Qui la portata delle recenti innovazioni alza l’asticella delle sfide, specie per chi, come l’Europa, si trova a inseguire e non guidare le nuove frontiere. Ansalone si sofferma sulla corsa allo spazio, e il dominio di SpaceX di Elon Musk (che ritroviamo in ambito militare nel teatro ucraino, grazie alla costellazione Starlink), così come sulle nuove correnti tecnologico-culturali, interpretate da realtà come Palantir o Anduril. Qui la commistione tra tecnologia e visione, sovente estrema, del mondo è strettissima. «Palantir è il nome che nell’epopea creata da J.R.R. Tolkien viene dato alle pietre veggenti: dei veri e propri meccanismi di sorveglianza» (p. 151). L’azienda di Peter Thiel, affidata alla guida del filosofo Alex Karp, «è nata storicamente per difendere l’Occidente da intrusioni cinesi, iraniane e russe. La missione di Palantir, si legge sulle classiche presentazioni aziendali, è “salvare la contea” (shire in inglese) e i suoi dipendenti sono spesso definiti hobbits». Il punto centrale, oltre alla simbologia, risiede proprio nella visione. Da qui la figura del filosofo Karp, fondamentale per comprendere i nuovi movimenti del mondo tecnologico statunitense: «Karp non sa programmare, non porta in dote tecnologie o sistemi, non si concentra su come aprire nuovi spazi al mercato. Karp propone e impone una sua visione del mondo, come fanno i governanti. E lo fa alla guida di un vero e proprio tecno-Stato, che oggi fornisce strumenti e software praticamente a tutte le principali agenzie di sicurezza e militari al mondo» (p. 151). Visione espressa nel suo celebre libro The Technological Republic, e in cui uno degli assi è il rapporto tra superiorità dell’Occidente e capacità di applicare la violenza organizzata.

Il controllo delle nuove tecnologie estreme è un qualcosa di profondamente delicato, ci ricorda Ansalone. Il punto è che nei capitoli dedicati alla tecnologia, così come alla guerra – che spesso non è altro che tecnologia applicata – il discorso ruota sempre attorno agli attori principali, a seconda della leadership: Stati Uniti (tecnologica e bellica), Cina (tecnologica, bellica è ancora da dimostrare), passando per Israele, Russia e Ucraina.

Il grande tema è il posizionamento dell’Europa, che invece ritroviamo più diffusamente nei capitoli dedicati ad altri fenomeni estremi, in termini di esposizione soprattutto, dagli effetti del clima estremo (l’Europa è tra le aree potenzialmente più colpite), all’inverno demografico – e l’inverno demografico porta con sé diverse implicazioni negative, dalla forza lavoro al capitale umano per l’innovazione, passando per la vitalità bellica. Sul punto l’autore vede e accoglie con amaro realismo una sorta di ineluttabilità storica: «In fondo è sempre stato così nella storia. Mentre l’Europa del XIV secolo agonizzava in preda a guerre di religione, a pestilenze e all’oscuramento del monachesimo, in Cina la dinastia Ming riuniva i territori e avviava un’epoca di crescita e apertura alle arti più sofisticate e ammirate. L’Europa ha ritrovato la sua centralità di lì a un secolo e mezzo, pur ancora divisa tra regni e potentati locali. Sarà la rivoluzione industriale a sancire il nostro lungo primato, durato fino a non molto tempo fa. Adesso, semplicemente, tocca nuovamente ad altri. Centro e periferia si scambiano da sempre i rispettivi posti» (p. 161).

È una questione demografica, ma non solo. Va da sé che l’ineluttabilità non corrisponde alla passiva accettazione del declino. Ansalone nelle conclusioni prova ad indicare una rotta, quasi un necessario correttivo rispetto alle conseguenze più estreme del realismo altrimenti proposto. In questo senso, l’obiettivo deve essere quello di preservare conoscenza e ricchezza acquisita, in generale la qualità dei nostri sistemi e del nostro capitale umano. Se non più in termini di potenza verso l’esterno, quantomeno in ottica difensiva verso l’interno. Preservare un certo ruolo, evitando spirali distruttive e auto-distruttive.

Dal clima alle tecnologie, dai venti di guerra al linguaggio, ogni sfida estrema richiederà, secondo Ansalone, un pragmatismo estremo di risposta. Se diverse soluzioni abbozzate, che riguardino il rapporto tra libertà di mercato, sicurezza nazionale e re-distribuzione, oppure il mix energetico, possono apparire di compromesso – o, meglio, tali da accogliere più prospettive – l’autore ne rivendica l’apparente confusione. Lungi dall’integrare un’assenza di idee chiare, significa «piuttosto contemplarle tutte, perché le soluzioni più efficaci si trovano nella sintesi, non negli estremi».

Ancora, continua Ansalone, «le società in grado di sopravvivere in questa nuova epoca saranno solo quelle in grado di creare coalizioni pragmatiche attorno a progetti e visioni. Ciascuno ha un ruolo, a cominciare da noi cittadini, elettori, utenti, consumatori. Su questo l’Occidente, o ciò che ne rimane, ha un innegabile vantaggio competitivo. Abbiamo il più importante ecosistema di regole, innovazioni, imprenditori, attori sociali, educatori che hanno dimostrato di saper lavorare assieme, di trovare soluzioni efficaci a problemi enormi, come quelli che l’umanità ha già vissuto nello scorso secolo. Dobbiamo dunque sì proteggere le nostre società dalle minacce esterne. Ma dobbiamo tornare anche a occuparci urgentemente di noi stessi e di ciò che accade all’interno delle nostre società» (p. 169).

Un monito che di fronte alle sfide di questa fase storica, e all’effettiva, palpabile, preoccupante atmosfera di crisi che percorre le nostre società, può apparire quasi estremo. Ma, dopotutto, è lo stesso autore che, giocando con tale angolo visuale, intende contrapporre alle spirali polarizzanti proprio un pragmatismo estremo.

Scritto da
Luca Picotti

Avvocato e saggista. Ha conseguito un Dottorato di ricerca presso l’Università di Udine. È membro dell’Osservatorio Golden Power e scrive per diverse testate, occupandosi di tematiche giuridico-economiche, scenari politici e internazionali. È autore di: “Linee invisibili. Geografie del potere tra confini e mercati” (Egea 2025) e “La legge del più forte. Il diritto come strumento di competizione tra Stati” (Luiss University Press 2023).

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