“La peste. Indagine sulla destra in Germania” di Tonia Mastrobuoni
- 07 Luglio 2026

“La peste. Indagine sulla destra in Germania” di Tonia Mastrobuoni

Recensione a: Tonia Mastrobuoni, La peste. Indagine sulla destra in Germania, Feltrinelli, Milano 2025, pp. 256, 19 euro (scheda libro)

Scritto da Giulia Passini

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Da anni, le estreme destre europee e internazionali evocano con insistenza il concetto di “remigrazione”, progetto che ha trovato una concreta applicazione nelle deportazioni di massa promosse dall’amministrazione Trump e che oggi occupa uno spazio sempre più ampio anche nei discorsi e nelle proposte politiche di diversi esponenti europei. Il “merito” della diffusione di questo termine in Europa appartiene al partito di estrema destra tedesco Alternative für Deutschland (AfD), che ha inserito la remigrazione tra le proprie principali proposte elettorali. Alla luce del suo passato, si pensava che la Germania fosse ormai al riparo da simili derive, eppure oggi il Paese si trova ad affrontare una vera e propria piaga, che Tonia Mastrobuoni, nel suo libro La peste. Indagine sulla destra in Germania – selezionato nella cinquina dei finalisti del Premio Strega Saggistica 2026 – paragona a un morbo capace di diffondersi e moltiplicarsi.

Tonia Mastrobuoni – corrispondente per la Repubblica dalla Germania e dall’Est Europa – torna a occuparsi di quanto sta avvenendo nei Länder tedeschi e nel suo libro-inchiesta si muove tra le foreste isolate della Turingia, sulle tracce dei gruppi neonazisti, e tra i locali di Berlino che ospitano gli incontri di AfD. La “peste” di cui parla Mastrobuoni si articola su due livelli profondamente legati tra loro: uno sommerso, in cui il morbo si diffonde silenziosamente nelle campagne, nei villaggi isolati, nella polizia e nei servizi segreti; e uno più visibile, che arriva a contaminare direttamente il Bundestag. La giornalista ricostruisce così una ragnatela bruna che si radicalizza e si insinua in ogni ambito della società, riportando alla luce idee antidemocratiche che sembrano discendere direttamente dall’eredità nazista: la purezza etnica, le tesi xenofobe e la difesa dell’identità tedesca di fronte a una presunta invasione islamica.

 

La peste sommersa

Nella prima parte del libro-inchiesta, Mastrobuoni racconta una Germania inedita. Il lettore viene catapultato in un mondo che sembra uscito da un racconto distopico: sette esoteriche, campi di addestramento di matrice hitleriana, “regni” autonomi all’interno dei confini tedeschi e villaggi rimasti ancorati all’immaginario della Germania nazista. Ciò che accomuna questa fitta e articolata rete di gruppi è la vicinanza all’estrema destra, la minaccia che essi rappresentano per la democrazia tedesca e il legame, spesso evidente, con AfD.

Una volta metabolizzato questo scenario, sorge spontaneo per il lettore chiedersi perché ne fosse all’oscuro. Mastrobuoni mostra come la stessa Germania si sia progressivamente “svegliata” dentro una realtà a lungo sottovalutata, ma capace di alimentare quella che nel libro viene appunto definita la “peste”.

Attraverso le testimonianze e le analisi di esperti intervistati nel corso dell’inchiesta, la giornalista ricostruisce una vera e propria colonizzazione bruna. In modo silenzioso, questi “coloni” si sono insediati in diverse aree della Germania, concentrandosi soprattutto nei Länder orientali: territori che, dopo la caduta del Muro, hanno subito un forte processo di spopolamento e desertificazione sociale, permettendo a figure come skinhead, neonazisti, ideologi della Nuova destra e militanti völkisch di radicarsi quasi indisturbati.

È proprio sul pensiero völkisch che Mastrobuoni concentra una parte significativa della sua analisi: un credo ottocentesco, fondato su valori nazionalisti, antisemiti, tradizionalisti e antidemocratici, volto a difendere l’identità “etnoculturale” tedesca. Da questa matrice ideologica prese forma il nazismo, e alcuni suoi tratti riaffiorano oggi nei programmi e nelle dichiarazioni di diversi esponenti di AfD.

Le famiglie völkisch hanno dato vita a veri e propri insediamenti bruni, spazi in cui «diffondere il proprio veleno» e proteggere una comunità fondata su un presunto autentico spirito tedesco, incarnato nell’ideale romantico del ritorno alla terra. «Vero miele tedesco», recita il cartello all’ingresso della fattoria di un fabbro dal passato neonazista, che vive in un paesaggio sperduto della Germania dove, nel tempo, si sono trasferite decine di famiglie brune.

Mastrobuoni li chiama «gli insospettabili nazisti della porta accanto». Appaiono molto diversi rispetto al tipico ideale che abbiamo «il loro è un fanatismo lontano dagli skinhead, dai nostalgici bruni con le teste rasate e le mazze da baseball che conosciamo dalle cronache dei giornali. Le famiglie völkisch sembrano volutamente innocue: si vestono come i contadini e gli artigiani dell’Ottocento […], fanno una miriade di figli e cercano rifugio lontano dalle città ritenute “la tomba della razza”». La giornalista mette in guardia che, nonostante l’apparente innocenza, i völkischen mantengono forti legami con i neonazisti e l’estrema destra più classica, con cui condividono inoltre i metodi squadristi che mettono in pratica una volta denunciati.

I völkischen, come anticipato, non sono gli unici a popolare questa galassia parallela e antidemocratica che compone la “peste”. Dal 2020, infatti, è in crescita anche il fenomeno dei Reichsbürger, i “cittadini del Reich”: nostalgici che non riconoscono lo Stato federale tedesco, i suoi attuali confini, il sistema economico e l’ordinamento giuridico, arrivando persino a costituire “Stati alternativi” all’interno della Germania e a tentare un colpo di Stato nel 2022.

Esistono poi casi in cui i neonazisti non si nascondono affatto, ma rappresentano quasi la totalità della popolazione locale. È il caso di Jamel, un villaggio sperduto del Meclemburgo con circa quaranta abitanti, all’ingresso del quale compare un’insegna che indica la distanza dal paese natale di Hitler, in Austria. Nel corso degli anni, Mastrobuoni ha intervistato più volte una coppia residente a Jamel che ha scelto di resistere e di non trasferirsi, come invece hanno fatto altre famiglie, nonostante le continue vessazioni subite da parte della comunità neonazista. Ogni anno i due organizzano un concerto rock per attirare l’attenzione su ciò che accade nel villaggio; poi, però, il resto dell’anno torna la normalità quotidiana, fatta di paura.

Ma cosa c’entra tutto questo con AfD? C’entra eccome. È proprio nei Länder dell’ex Germania dell’Est che il partito di Alice Weidel è riuscito per la prima volta a radicarsi in modo significativo: sia a livello locale, con l’elezione del primo sindaco appartenente ad AfD, sia a livello parlamentare regionale, come dimostra il caso della Turingia, dove il partito è arrivato a superare le forze politiche tradizionali.

 

Lo sbocco politico

«[La peste] infesta la repubblica come un cancro, la contagia con le sue idee antidemocratiche ed eversive che si diffondono come metastasi. [… ] e in questi ultimi dodici anni il morbo bruno ha trovato il modo di contaminare anche il Bundestag attraverso un partito che ne ha assorbito le parti più radicali e ne sdogana pubblicamente il linguaggio e gli obiettivi» (p. 124).

Nella seconda parte del libro, Mastrobuoni ripercorre la nascita e i momenti principali che hanno reso AfD quello che è oggi: «un partito di estrema destra» oltre che ad essere «non compatibile con l’ordine democratico pubblico».

Nel 2017, per la prima volta dalla Seconda guerra mondiale, un partito dell’ultradestra tedesca è riuscito a superare la soglia di sbarramento ed entrare nel Bundestag. Come sostiene Mastrobuoni, il partito ha avuto un ruolo decisivo nello spostare sempre più in là il confine del dicibile, fino a trasformare in proposta politica ciò che fino a poco tempo fa sarebbe stato impensabile per un partito tedesco: parlare di “remigrazione”.

È proprio questa parola ad aver portato migliaia di tedeschi in piazza nel gennaio 2024, in quella che è stata definita la più grande mobilitazione nella storia della Germania dalla fine della Seconda guerra mondiale. A scatenare l’ondata di indignazione era stata la scoperta della partecipazione di esponenti di AfD e CDU a un incontro organizzato dal leader degli identitari Martin Sellner, durante il quale si era discusso di “remigrazione” forzata: non solo di stranieri privi di permesso di soggiorno, ma anche di persone considerate non sufficientemente integrate nella società tedesca.

AfD non nasce come partito xenofobo, ma come formazione fondata da economisti e accademici euroscettici, nostalgici del marco e vicini a posizioni liberiste. Tuttavia, con il passare degli anni, le componenti più moderate del partito sono state progressivamente marginalizzate e oscurate dall’ala più estremista, rappresentata da figure come Björn Höcke. A questa radicalizzazione è corrisposto, parallelamente, un aumento dei consensi, fino a rendere AfD la seconda forza politica del Paese alle elezioni del 2025. Il caso di AfD appare dunque particolare: a differenza di altri partiti dell’estrema destra europea, come quelli guidati da Marine Le Pen o Giorgia Meloni, che hanno cercato almeno in parte una strategia di normalizzazione, il partito tedesco ha seguito una traiettoria opposta, radicalizzandosi sempre di più.

Secondo Mastrobuoni AfD sta diventando una porta di accesso per le correnti di estrema destra, völkisch e antidemocratiche che infestano la Germania, innescando un processo di normalizzazione dell’estrema destra e revisione del passato terribile della Germania. «Nel loro mascheramento delle teorie disumane ed eversive che coltivano, […] hanno sostituito “razza” con “identità”, “deportazioni” con “remigrazione”, “via gli stranieri” con “etnopluralismo”. Ma la sostanza è la stessa» (p. 202). Davanti a questo fenomeno come spettatori esterni è normale chiedersi, com’è stato possibile tutto ciò? Il popolo tedesco si è già dimenticato del tanto fatidico “mai più”?

Mastrobuoni individua alcuni punti salienti nella storia recente che sono stati fondamentali per l’ascesa di questo partito e per la frattura del “cordone sanitario”, ovvero l’impegno dei vari partiti democratici di non allearsi e non collaborare con l’estrema destra. Primo tra tutti la crisi dei rifugiati del 2015, quando la Germania accolse più di un milione di rifugiati provenienti da Siria e Medio Oriente, secondo Mastrobuoni AfD capì rapidamente che l’umore della Germania stava cambiando «Alexander Gauland arriverà a definire l’emergenza profughi un regalo al partito», ma sono le violenze delle piazze di capodanno di Colonia del 2016 – quando centinaia di donne furono aggredite sessualmente da persone di origine nord-africana e afghana – a far decollare AfD facendo conquistare al partito tre parlamentari regionali con percentuali altissime nel 2016.

È in questi anni che nasce anche il movimento xenofobo PEGIDA (“Europei patriottici contro l’islamizzazione dell’Occidente”) che portò migliaia di tedeschi in piazza settimanalmente per manifestare contro la minaccia dell’islamizzazione della Germania. In particolare, l’area più radicale di AfD organizzò alcune manifestazioni insieme a PEGIDA. Mastrobuoni partecipò a quella di Chemnitz convocata in seguito all’uccisione di un tedesco-cubano dopo la rissa con alcuni profughi: «Chemnitz è stata la saldatura ufficiale tra l’estremismo di destra delle piazze e un partito che siede in parlamento» (p. 198).

Contrariamente a quanto ci si potrebbe aspettare, la giornalista sceglie di non concentrarsi sulla figura dell’attuale portavoce di AfD, Alice Weidel, ma su un personaggio centrale nel processo di estremizzazione del partito: Björn Höcke, leader di AfD in Turingia. Mastrobuoni lo descrive come: «L’uomo che in una dozzina di anni ha trascinato il partito su posizioni völkisch, sdoganando parole d’ordine e concetti che vengono direttamente dal nazismo e che la Nuova destra ha semplicemente vestito di abiti più borghesi» (p. 136). È proprio il sedicente “romantico tedesco” ad aver reso pubblica, in più occasioni, la propria passione per la remigrazione, l’importanza della purezza del popolo tedesco e la necessità di difenderlo dal presunto pericolo islamico, fino a essere indagato per alcune dichiarazioni dal chiaro richiamo nazista pronunciate durante alcuni comizi.

«Quello di Höcke è un linguaggio che pochi politici tedeschi si sognerebbero di usare. Sentimentale e irriducibile alla sobrietà che i politici si sono imposti dopo il Terzo Reich, dopo le tirate piene di pathos di Hitler o Goebbels» (p. 179). Forse le parole più gravi pronunciate dall’esponente di destra riguardano proprio l’olocausto: Höcke si è infatti spinto a chiedere una revisione della memoria tedesca, dichiarandosi ormai stufo della retorica della colpa portata avanti dopo la Seconda guerra mondiale e arrivando a definire il memoriale per gli ebrei assassinati d’Europa di Berlino come il monumento della vergogna.

La peste di Mastrobuoni fa paura. Fa paura perché racconta una Germania sempre meno sommersa, attraversata da xenofobia e intolleranza, e ricorda che, se tutto questo accade in Germania, può accadere ovunque, soprattutto in un periodo di crescenti tensioni, come dimostrano i fatti di Belfast che hanno scosso l’Europa. Ma è anche un libro di speranza: la giornalista sottolinea come la Germania sia ancora una delle democrazie più solide al mondo, grazie a partiti antichi e a un sistema di pesi e contrappesi «che in pochi altri Paesi funzionano così bene». A livello locale, la Germania reagisce attraverso sindaci coraggiosi che spesso vengono lasciati soli dal governo regionale, ma che rifiutano di arrendersi all’invasione bruna, così come singoli cittadini per cui la scelta di “restare” diventa una forma di protesta. La più grande risposta, tuttavia, è forse quella delle piazze, che negli ultimi anni a più riprese sono state occupate da migliaia di tedeschi inorriditi e incapaci di dimenticare il fatidico “mai più”.

Scritto da
Giulia Passini

Laureata in World Politics and International Relations. Ha partecipato al corso 2025 di “Traiettorie. Scuola di lettura del presente”.

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