“La questione orientale. I Balcani tra integrazione e sicurezza” a cura di Raffaella Coletti
- 25 Settembre 2018

“La questione orientale. I Balcani tra integrazione e sicurezza” a cura di Raffaella Coletti

Recensione a: Raffaella Coletti (a cura di), La questione orientale. I Balcani tra integrazione e sicurezza, Roma, Donzelli Editore, pp. 143, 25 euro (scheda libro)

Scritto da Emanuele Bobbio

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La questione orientale, volume a cura di Raffaella Coletti ed edito da Donzelli con la collaborazione del CESPI, trova una sintesi emblematica nell’immagine del ponte di Mostar presente sulla copertina. Lo Stari Most (che in italiano significa: “Il Vecchio Ponte”) sembra incarnare l’essenza stessa dei Balcani, quella di un territorio di passaggio e di incontro. In queste terre l’Occidente europeo abbraccia l’Oriente, aprendosi a scambi e flussi che provengono dal centro Asia e dal Medio Oriente, in particolare dalla Turchia e dal vecchio mondo ottomano.

Il ponte di Mostar rappresenta così bene l’essenza dei Balcani che la sua vicenda è emblematica anche del periodo delle guerre civili degli anni Novanta. La sua distruzione, per mano delle forze croate esemplifica il crollo dell’unità jugoslava, data dall’esplosione dei conflitti identitari. Allo stesso tempo la sua ricostruzione, alla fine del conflitto, incarna il successivo lento processo di ricomposizione di un territorio che ancora oggi è percorso da fratture profonde.

Il volume ha come obbiettivo quello di sollecitare un dibattito sulle prospettive di adesione della regione all’Unione Europea, e di farlo in un momento delicato per le relazioni internazionali tra questi paesi e l’UE.

Il volume offre analisi approfondite, proposte coraggiose e commenti duri su molti aspetti che sono alla base del “ponte immaginario” che potrebbe essere costruito tra Bruxelles e la Penisola Balcanica. I contributi dei diversi autori toccano infatti i principali aspetti del Processo di Berlino, che rappresenta l’occasione dell’allargamento europeo verso i Balcani occidentali. Un’iniziativa nata nel 2014 con la Conferenza degli stati dei Balcani occidentali, un grande progetto atto non solo a favorire l’entrata nell’Unione di questi paesi ma anche un’iniziativa di cooperazione intergovernativa volta a ripensare le relazioni multilaterali. Al centro di questo processo vi sono inoltre aspetti chiave appartenenti alla sfera sociale ed economica, che restano temi di importanza critica sulla sponda est dell’Adriatico.

Nell’analisi vengono affrontati gli aspetti classici dell’allargamento europeo quali i temi di politica economica riguardanti l’area, le considerazioni sulle macro-regioni che li comprendono, la cittadinanza europea e i dibattiti su essa. Allo stesso modo vengono toccati aspetti solitamente lontani dalle analisi, come le considerazioni sulle narrative ancora attive nell’area in merito ai conflitti etnici degli anni Novanta, il rating di questi paesi riguardo alla libertà di stampa – che peggiora in maniera continua – e il ruolo che attori, europei e non, giocano sul progetto di adesione della Penisola Balcanica.

La sfida della questione orientale

Una tesi centrale più volte viene ribadita nel volume è che l’Unione Europea non può non giocare un ruolo da protagonista in questa area, che ormai difficilmente può essere descritta come la periferia del continente ma, come afferma Matteo Bonomi nel suo contributo, è a tutti gli effetti il “ventre molle” dell’Unione. Questa immagine è infatti fortemente iconica dell’attuale posizione geopolitica dei paesi balcanici. Se un tempo si poteva forse ritenere che l’Europa “si ferma a Vienna” e potevano di fatto dirsi periferici i Balcani occidentali ormai, con l’Unione che arriva ad Atene e abbraccia con grande decisione paesi quali Bulgaria, Romania e Ucraina, una tale affermazione può essere facilmente smentita.

Raffaella Coletti già nel titolo del suo contributo, La sfida dei Balcani, definisce quello che rappresenta la costa orientale dell’Adriatico per Bruxelles: una sfida che non può essere persa e che, secondo la studiosa, va vinta con gli strumenti, i valori e i protagonisti che sono stati alla base delle migliori realizzazioni del progetto comunitario europeo. La più importante delle considerazioni di questo contributo introduttivo è sicuramente quella relativa agli attori chiamati a guidare il processo di adesione. Nel volume viene infatti indicata la società civile come la protagonista di questo progetto, nell’intento di favorire un più completo sviluppo di aree in cui i principi democratici hanno una diffusione e una pratica solo recente e a volte ancora parziale.

È importante capire cosa si intenda per società civile e che ruolo essa rivesta in questi paesi: con questo termine si sono indicate tutte quelle organizzazioni che vertono e si basano sul rapporto tra cittadini aggregati. Per questo all’interno della società civile troviamo sindacati, associazioni, enti sociali e tutti quei corpi intermedi che strutturano la base della società ricoprendo un ruolo cruciale in paesi, come quelli balcanici, in cui gli stati sono crollati negli anni Novanta e fette cospicue della cittadinanza hanno visto in quegli stati un nemico mortale.

Questa debolezza statale fa ben comprendere il ruolo giocato dalla società civile in questi paesi. Negli ultimi anni la questione dell’allargamento infatti ha assunto, in contesti non particolarmente democratici, un atteggiamento principalmente “top down”. Le istituzioni europee si sono spesso mostrate più interessate a cooptare le élite nel progetto di allargamento, piuttosto che a lanciare un dialogo atto a coinvolgere diffusamente le intere società. Questo ha sicuramente velocizzato i processi di allargamento riducendo gli attriti, soprattutto in ambito economico, che si sarebbero avuti in caso di più elaborati processi di mediazione sociale.

La relazione tra il mondo civile e sociale balcanico e l’Europa è argomento anche del contributo di Marco Abram, che si concentra sulla memoria e sul ruolo che essa ricopre nella vita politica della regione. Nell’universo delle narrative balcaniche, principalmente centrifughe, revisioniste e basate su forti spinte nazionalistiche, il modello di uno “spazio europeo della memoria” multiprospettico e aperto potrebbe rappresentare una vera soluzione per limitare l’autoreferenzialità delle narrative nazionali. Particolarmente utile sembra essere l’inserimento della memoria delle guerre jugoslave in largo quadro europeo, dove i ricordi e le responsabilità dei vari conflitti si mischiano a quelle degli anni Novanta, così da azzerare la percezione dei paesi balcanici di essere costantemente giudicati dai partner europei.

Matteo Bonomi nel suo contributo continua ad analizzare il peso della società civile nel processo di Berlino con particolare interesse al ruolo economico dei partner europei. L’autore mette sotto la lente di ingrandimento l’approccio che ha avuto Bruxelles verso i paesi post-jugoslavi, cercando di metterne in evidenza errori e prospettive future. Particolarmente valida è la valutazione riguardo il fallimento di quindici anni di esperimenti neoliberali sponsorizzati da Unione Europea, Fondo Monetario Internazionale e Banca Mondiale. Allo stesso tempo, sembra trovare nel rafforzamento della governance economica nei Balcani occidentali e in più stabili relazioni economiche tra Unione e paesi della zona, le chiavi per accelerare la crescita economica parallelamente ad uno sviluppo più sostenibile rispetto a quello attuale.

Il contributo di Marzia Bona e Chiara Sighele sottolinea inoltre come il rapporto economico non sia il solo elemento centrale e che vadano anche garantiti i diritti, e in particolar modo la libertà di parola e stampa, affinché questi paesi possano pienamente entrare a fare parte della compagine europea.

Balcani occidentali e Unione europea

I sistemi mediatici della regione sono invece troppo condizionati dall’intervento statale che limita, a volte in modo totale, la critica all’operato governativo. Il pluralismo mediatico è imprescindibile per lo sviluppo reale dell’area, e di conseguenza il volume definisce fondamentale il ruolo di watchdog che deve avere l’Europa su questo aspetto.

Come si può vedere la società civile è il protagonista trasversale del libro e gioca, nel suo rapporto con l’Europa, un ruolo principale anche in un tema che poco viene toccato nei discorsi riguardo il Processo di Berlino, ma che è in realtà è molto importante: la radicalizzazione islamica dei giovani balcanici. Ervjiola Selenica affronta questo argomento dando una prospettiva diversa rispetto alla trattazione stereotipata del tema, i media occidentali ci hanno infatti abituato a vedere la radicalizzazione dei giovani inoccupati solo in chiave securitaria, ponendola come un elemento quasi inevitabile. Nel suo contributo Selenica definisce popolazione più giovane come essa stessa un possibile strumento di resilienza alla radicalizzazione, ma solo nel caso in cui l’Unione Europea e i governi nazionali siano in grado di rispondere adeguatamente alle esigenze di questa fascia di popolazione.

Nella seconda parte del volume gli autori tendono ad occuparsi principalmente della direzione che l’intervento europeo ha, o che dovrebbe avere, nel Processo di Berlino. Andrea Stocchiero e Tatiana Sekulic con i loro contributi indicano due importanti strumenti che il processo di Berlino dovrebbe adottare e sfruttare fino in fondo: il rapporto con i territori e la cittadinanza. Il primo afferma con forza che una prospettiva vincente è quella che lega i territori ai livelli più alti della governance, cosa che sembra riuscire a fare il modello delle Macroregioni. Proprio su questo tema Stocchiero sottolinea tre azioni necessarie al fine di raggiungere un Processo di Berlino pieno e soddisfacente. La prima è il rafforzamento della voce del potere degli attori territoriali che vogliono partecipare alla costruzione di un modello, in questo un ruolo lo ha la protagonista del volume, la società civile, e tutti i forum e le reti che attraversano la società. La seconda azione è legata al dare forza a strategie macroregionali che possano veramente implementare queste voce, indicando la necessità di creare una normativa precisa, un’istituzione incaricata e fondi ad hoc (per precisare questo punto si richiama la Macroregione Adriatico Ionica). La terza azione è la costruzione di una convergenza politica nel Parlamento europeo che sostenga la visione policentrica e il rafforzamento delle strategie macroregionali.

Tatiana Sekulic invece riesce a delineare il ruolo che la cittadinanza può giocare in questo quadro e la sua risposta alla domanda perché dovremmo far parte dell’Unione Europea attraverso l’istituto della cittadinanza, fornisce una lettura innovativa ad un tema centrale. Riprendendo il tema della cittadinanza jugoslava, che è stato dispositivo sia di integrazione sia di frammentazione, viene fatto un utile paragone con la cittadinanza europea. La sfida, secondo l’autrice, è dimostrare come sentirsi co-cittadini di uno spazio europeo in piena trasformazione, turbolento, e conflittuale sia invece un primo step per costruire una costellazione politica e sociale unica con enormi prospettive di crescita e sviluppo.

Se i precedenti due interventi sono particolarmente utili per indicare rotte e strumenti all’interno del Processo di Berlino, allo stesso modo i contributi di Eleonora Poli e Francesco Martino servono a definire il ruolo che in questo processo stanno avendo la Gran Bretagna e gli attori esterni come la Russia, la Cina e la Turchia. Londra è molto interessata alla zona dei Balcani occidentali tanto che, un anno dopo la Brexit, il Ministro degli Esteri Boris Johnson ha comunque accettato la presidenza del Processo di Berlino. Nonostante questa sembri una scelta schizofrenica, alla base della volontà inglese c’è il desiderio di rimanere attivi in uno scenario in cui Cina, Russia, Stati Uniti e Turchia sono già ampiamente presenti. Per di più Londra partecipando in una missione europea limita i costi diretti. Inoltre la Gran Bretagna continua la sua battaglia storica a favore dell’adesione di nuovi paesi all’UE anche dopo la Brexit.

Francesco Martino invece, fornisce un quadro attento della penetrazione balcanica degli attori sovra-citati: Mosca, Ankara e Pechino guardano ai Balcani occidentali come un ad un facile terreno di conquista in particolar modo dopo il rallentamento del processo di integrazione. Se i primi due vedono questa regione come un territorio in cui contrastare l’azione europea, la Cina vede un’occasione per allargarsi ancora più a occidente garantendosi non solo un’arma contro l’Unione Europea, ma anche una via di comunicazione prioritaria. Martino indica anche la strada che Bruxelles dovrebbe intraprendere, se da una parte la presenza esterna va monitorata e valutata attentamente allo stesso modo va evitato attivamente un confronto che renda nuovamente i Balcani terreno di scontro, scontro che inevitabilmente si porrebbe sulle line di faglia sociale ancora non pienamente richiuse dopo le guerre balcaniche.

In conclusione, il volume si dimostra utile, perché fornisce ad un pubblico già informato ulteriori strumenti per comprendere una regione complessa, alle prese con sfide vecchie e nuove ed inoltre analizza le dinamiche dell’attuale fase di transizione dei paesi balcanici verso piena democrazia, sviluppo economico e sociale, stabilità e sicurezza. Fornendo anche un monito importante per la governance europea, a cui indica direzioni e prospettive per cogliere la “questione orientale” e le problematiche legate all’allargamento dei confini dell’Unione.


Crediti immagine: da Omer Tarik Koc [CC0 Creative Commons], attraverso pixabay.com

Scritto da
Emanuele Bobbio

Laureato in Scienze politiche e Relazioni internazionali all’Università di Roma La Sapienza, attualmente frequenta la laurea magistrale in International Relations presso l’Alma Mater Studiorum di Bologna. Collabora con diversi giornali universitari.

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