Recensione a: Andrea Muratore, I confini più pericolosi del mondo. Da Russia e Ucraina a Israele e Palestina, le frontiere più calde di un mondo in fiamme, Newton Compton Editori, Roma 2025, pp. 224, 14,90 euro (scheda libro)
Scritto da Luca Picotti
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Il concetto di confine ritrova in questa fase storica una rinnovata centralità. Laddove la conflittualità aumenta, le linee che separano comunità e organizzazioni politiche si trasformano in punti di attrito. Tale dimensione presenta plurime ramificazioni: quella ancora solo giuridico-economica, che si traduce in barriere commerciali tra Paesi e in cui il confine segna il discrimine tra scambi legittimi e illegittimi, rapporti ammessi e non, in un profondo intreccio tra Stati, giurisdizioni, merci e società; dopodiché, vi è quella più tragica, che consiste nella vera e propria guerra di invasione, che va a ridefinire i confini con l’uso della forza; ancora, vi sono tante altre linee, tangibili e intangibili, che sfuggono alle tracce principali della statualità, come ad esempio i cartelli di narcotrafficanti all’interno di uno Stato o i gruppi jihadisti ramificati in uno o più Paesi. Quello che più conta è, in ogni caso, l’imprescindibilità di tale categoria. Non solo perché il mondo è organizzato, che lo si voglia o meno, in statualità delimitate da confini, al netto delle fisiologiche aree grigie. Ma anche e soprattutto in quanto la stessa globalizzazione è “una partita sui confini”. Quest’ultimo assunto è alla base del nuovo libro di Andrea Muratore, analista e saggista, esperto di dinamiche internazionali, intitolato non a caso I confini più pericolosi del mondo. Da Russia e Ucraina a Israele e Palestina, le frontiere più calde di un mondo in fiamme, edito da Newton Compton Editori.
Il volume muove proprio dalla contrapposizione tra le illusioni di un mondo piatto, tipicamente degli anni Novanta, e la drammatica conflittualità di questa fase storica, esplosa soprattutto negli ultimi anni. Una contrapposizione che vede, da un lato, la speranza di un mondo unito e interconnesso, governato dal diritto internazionale, senza muri e in cui merci, servizi e persone si muovono liberamente e gli scambi portano ricchezza per tutti; dall’altro, la realtà mai sopita, e infatti di recente riemersa, dei luoghi, delle identità, delle Nazioni, delle politiche di potenza e della legge del più forte. Questa contrapposizione non va però letta in modo schematico, quasi a integrare un dualismo puro, ma nelle sue contaminazioni. Le interconnessioni e interdipendenze radicatesi a partire dagli anni Novanta, le commistioni culturali, la libertà di movimento, sono cose che esistono tutt’ora. La globalizzazione – intesa come rapporti e scambi globali tra Paesi – si sta trasformando, ma non è scomparsa. Semplicemente, e questa fase storica lo sta evidenziando in modo spesso tragico, gioca la propria partita sui confini. L’intreccio è perciò molto più complesso, perché impone di considerare sia le spinte globali che i punti di attrito del limes. Lo scrive bene Muratore nell’introduzione:
«Nel mondo d’oggi si moltiplicano le frontiere, le frizioni, le linee d’urto tra grandi potenze, proprio mentre l’economia globale presenta tassi crescenti di scambi commerciali, i movimenti umani nel loro complesso non si fermano e l’innovazione procede. Il mondo d’oggi vede, da un lato, gli scambi commerciali, i consumi energetici, i movimenti di esseri umani ai massimi storici (segno di profonde interconnessioni) ma al contempo un clima geopolitico mai così instabile dalla fine della Guerra Fredda, se non dalla Seconda guerra mondiale. Un mondo senza confini i cui confini si moltiplicano. E in cui il concetto stesso di confine diventa così l’emblema di un apparente paradosso, di uno iato tra le realtà che ci troviamo a vivere e i costrutti teorici: una metafora delle dinamiche di potere e della competitività» (pp. 8-9).
Il volume è strutturato in modo tale da offrire una panoramica sui principali snodi di questa fase storica, individuando i punti di attrito, sussunti nella categoria del confine, e le relative conflittualità, già in atto o solo potenziali. La suddivisione è la seguente: Confini caldi, Dove i confini non esistono, Focus Europa: nuovi confini per le piccole patrie e I confini della globalizzazione.
Tra i confini caldi, vi sono anzitutto i due principali fronti di guerra in corso: quello russo-ucraino, accesosi dapprima in forma limitata, sebbene già sostanziale, nel 2014, e poi deflagrato in una vera e propria guerra convenzionale con l’invasione russa del 24 febbraio 2022, e quello israelo-palestinese, i cui attriti latenti, caldi e freddi, sin dal 1948, hanno preso un’accelerazione potenzialmente irreversibile con il 7 ottobre 2023 (solo di recente in parte congelata dal piano di pace di Trump). In entrambi i casi Muratore si sofferma, in sede di analisi, sul concetto di terra – e, dunque, di confine. Ad esempio, nella vicenda russo-ucraina, grande importanza ha, dalla prospettiva russa, il Donbass, da diverse angolazioni, sia economico-industriali che geopolitiche e storico-culturali. Il metodo utilizzato è quello della forza e dell’invasione territoriale, in spregio a ogni principio del diritto internazionale, indirizzato in prima battuta verso Kiev, oggi più circoscritto, in una guerra di attrito in cui centinaia di migliaia di uomini muoiono per piccoli pezzi di territorio. E, sempre di territorio, si è parlato, si parla e si parlerà in sede di negoziati: dove tracciare le nuove linee; ossia come ripristinare i confini dopo la loro violazione e allo stato di fatto più che di diritto. Così accadde in uno dei principali teatri di guerra della seconda metà del Novecento, con la linea di demarcazione militare lungo il trentottesimo parallelo che divide oggi Corea del Nord e Corea del Sud, non frutto di una risoluzione del conflitto in termini di diritto, ma di un congelamento di fatto. Ancora duraturo, sebbene attraversato da costanti tensioni – “l’eterno ritorno della Corea” ci dice l’autore. Nel caso israelo-palestinese, l’altro principale fronte, la terra assume una duplice valenza: c’è da un lato l’investimento simbolico-religioso, alimentato dalla radicalizzazione dei popoli, dall’altro la concreta espansione territoriale di Israele a partire dal 7 ottobre, in quella che sin da subito è stata colta da Benjamin Netanyahu come «l’occasione per un profondo regolamento di conti con gli alleati del rivale Iran nella regione mediorientale» (p. 51); da qui, grazie anche alla propria superiorità militare e tecnologica, l’espansione tra conquiste, colonizzazioni e avamposti, verso Gaza, Cisgiordania, Libano e Siria.
Vi sono poi tutte le altre linee di faglia non ancora esplose (o ri-esplose) ma interessate da tensioni latenti, conflittualità in potenza che da un momento all’altro possono deflagrare. Non solo il già menzionato eterno ritorno della Corea, ma anche e soprattutto Taiwan, uno degli epicentri più delicati di questa fase storica: «Il confine conteso più critico del pianeta… non è un confine, bensì uno stretto marittimo largo 130 chilometri» (p. 64). Un punto di attrito dove passano le mire cinesi, gli interessi americani, gli impianti industriali di TSMC (Taiwan Semiconductor Manufacturing Company) e la complessità delle catene del valore, e segnatamente quella dei chip. Ancora, abbiamo fronti nuovi, come Groenlandia e Panama, che la nuova amministrazione Trump vorrebbe ricondurre nella sfera strategica americana, per ragioni territoriali, di risorse e di centralità nei traffici marittimi, specie in ottica anti-cinese (e non è un caso che sulla cessione degli scali di Panama dalla società CK Hutchison al consorzio guidato da BlackRock e MSC si sia registrata sin da subito l’ostilità di Pechino). Ai fronti nuovi si uniscono quelli vecchi, spesso ri-attualizzati rispetto alle nuove coordinate delle diverse fasi storiche: dai Balcani che, scrive Muratore parafrasando Churchill, producono più storia di quanta ne riescano a digerire, a Cipro, divisa tra l’insediamento appoggiato dalla Turchia a Nord, l’appartenenza all’Unione Europea, l’ostilità tra Atene e Ankara e la corsa ai giacimenti di idrocarburi; dal Sahara Occidentale, conteso tra Marocco e Algeria, al Kashmir, teatro di costanti tensioni tra le due potenze nucleari India e Pakistan, da ultimo nel maggio 2025; dagli attriti tra Thailandia e Cambogia all’Amazzonia.
Se gran parte di questi teatri è riconducibile a contese territoriali tra Stati, ove il confine si traduce nel punto di attrito e il territorio è inteso come spazio da assorbire nella propria sovranità, vi sono linee di faglia in cui è difficile proprio individuare i confini, a causa della dissoluzione di statualità e autorità di riferimento o il deflagrare di gruppi di potere diffusi, senza che sia più possibile identificare le coordinate territoriali. Sotto quest’ottica Muratore ci conduce in Siria, implosa prima con la guerra civile e poi con la caduta di Assad, nella Libia o, meglio, le Libie post-Gheddafi, tra Tripolitania e Cirenaica, ne buchi geopolitici dell’Africa in cui sono proliferati gruppi terroristici come Boko Haram, sino al Somaliland e allo Yemen degli Houthi, protagonisti questi degli atti di guerriglia nel Mar Rosso contro le navi appartenenti a Israele e ai suoi alleati a seguito del 7 ottobre 2023.
Dopodiché, un capitolo è dedicato alle micro-faglie interne all’Europa, per fortuna ancora solo politico-ideologiche, e legate alla dialettica tra Stato centrale e territori (si pensi ai particolarismi spagnoli, o ai nodi irrisolti nel Regno Unito post-Brexit), oppure a fratture storiche, come quella tra Germania dell’Est e dell’Ovest, che ritroviamo oggi alle urne.
Infine, abbiamo le grandi vie infrastrutturali, i gasdotti, i cavi sottomarini, tutta la dimensione economica calata tra i confini, e dunque intrinsecamente destinata a connotati politici.
Quali conclusioni? Così scrive Muratore: «Il confine, nel XXI secolo, non è più dunque solo linea di demarcazione, ma vera e propria “linea d’ombra” tra ordine e caos, strumento di separazione e di proiezione al tempo stesso. Vale per i confini delle zone d’influenza come anche per quelli tra le aree contese del mondo. Il senso del confine nel XXI secolo non è più quello di un limite invalicabile, ma più di un punto di passaggio» (p. 194). Verso dove? Non è dato saperlo. Lo sdoganamento della forza sembra fare parte di quest’epoca storica, ci dice con realismo Andrea Muratore. Per questo il confine assume notevole importanza: da lì passano i conflitti ma anche la possibilità di farli rientrare. In sostanza, la possibilità della guerra o della pace.