“Cosplayers” di Mattia Salvia
- 07 Febbraio 2026

“Cosplayers” di Mattia Salvia

Recensione a: Mattia Salvia, Cosplayers, Nero Edizioni, Roma 2025, pp. 156, 19 euro (scheda libro)

Scritto da Sara Marseglia

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Cosplayers è il secondo libro di Mattia Salvia, edito da Nero Edizioni e uscito a settembre 2025. Dopo il successo del primo libro, intitolato Interregno. Iconografie del XXI secolo, il fondatore e editor di «Iconografie» ritorna con un’altra riflessione sul senso delle estetiche contemporanee. Interregno rappresenta la cornice analitica in cui Salvia pone alcune fondamentali questioni sul funzionamento della politica internazionale contemporanea: che traiettoria ha preso la storia e perché sembriamo trovarci di fronte ad una progressiva perdita di senso? Chiarito questo punto di partenza – con tutto ciò che implica – Salvia prosegue ad ampliare la sua riflessione attraverso l’analisi di alcune tendenze, soprattutto comunicative, che si diffondono e popolarizzano grazie ad Internet. Così nasce Cosplayers, un’analisi sull’utilizzo politico del travestimento nel XXI secolo.

Questo saggio, con le sue 156 pagine, offre un panorama piuttosto esteso di questa pratica: si apre con la comparsa del primo ministro giapponese nelle vesti di Super Mario alla cerimonia di chiusura delle Olimpiadi a Rio de Janeiro (p. 9), prosegue con gli esempi di autorappresentazione nelle vesti di cesari e supereroi di Donald Trump e del presidente argentino Javier Milei (pp. 83-86), passando per la strumentalizzazione dell’immaginario legato ai Partiti Comunisti russo e cinese da parte di Vladimir Putin (pp. 44) e Xi Jinping (p. 60).

Per cosplay si intende quella pratica di indossare un costume che rappresenti un personaggio di manga, anime o videogiochi, interpretandone anche il modo di agire. Negli ultimi vent’anni, però, il cosplay sembra essere uscito dalla nicchia dei comics, creando nuove forme ibride, spesso ispirate alla politica, ma non sempre politicizzate – almeno volontariamente. Secondo Salvia, al di là delle intenzioni dei cosplayer, in un’epoca di «convulsioni, in cui il vecchio è morto, ma il nuovo non arriva» (p. 17) le maschere assolvono un compito di risignificazione importante: vengono utilizzate come mezzo di espressione per idee che ancora tardano a formarsi. Le motivazioni sono molteplici. Esistono cosplay celebrativi di personaggi controversi che mirano a generare reazioni (spesso di sdegno) nell’opinione pubblica, come nel caso di Kyle Rittenhouse, diciassettenne che nell’agosto 2020 sparò a tre uomini in Wisconsin, uccidendone due. Il suo cosplay, comparso su Internet nei mesi successivi, è stato strumentalizzato dalla destra americana in quanto simbolo del libero possesso di armi e della difesa personale. Ancora, esistono cosplay che tendono alla mitizzazione di personaggi ritenuti coraggiosi per aver compiuto gesti che il resto dei cittadini si limita solo ad immaginare: qui l’esempio calzante è quello dei cosplayer dell’assassino del Primo ministro giapponese Abe Shinzo, ucciso nel 2022 da Tetsuya Yamagami, ex militare di 41 anni.

Infine, l’ultima dimensione riportata da Salvia è quella dell’escapismo; il travestimento permette, in effetti, di appagare il bisogno di fuga da una vita insoddisfacente, mettendosi piuttosto nei panni di chi invece la vita la vive veramente – con la comodità, però, di non doversene assumere le conseguenze. I cosplay di Kyle Rittenhouse, Tetsuya Yamagami o di alcuni cittadini giapponesi che si riuniscono sotto il Monte Fuji fingendo di trovarsi nella guerra russo-ucraina, servono dunque come valvola di sfogo contro le frustrazioni della vita quotidiana. Questi assassini, così come i soldati al fronte, sono percepiti come più vivi e attivi e, perciò, desiderabili. Si tratta di una sorta di risposta – almeno sul piano simbolico – alla fine della storia, concetto teorizzato dal politologo Francis Fukuyama. Se il progresso umano è giunto al suo culmine, allora, come nelle parole di Margaret Thatcher ad una conferenza delle donne del Partito Conservatore nel 1980: there is no alternative. A distanza di quasi cinquant’anni, un’alternativa non c’è ancora. In questa cornice, il cosplay è una potenziale risposta, una sorta di «strategia gattopardiana, questo ricorso all’estetica radicale per mascherare una vuotezza politica effettiva, è la chiave per capire la politica globale contemporanea, sempre più simile a una convention di cosplayer in cui un passato illusorio – e talvolta anche il presente – viene saccheggiato per legittimare la mancanza di visione del futuro» (p. 24).

Non tutti i cosplay sono però uguali dal punto di vista delle implicazioni politiche. Alcuni, di fatto, si inseriscono nel quadro di un legame che va ben oltre il sostegno politico, che Salvia definisce come un vero e proprio fandom, ossia un gruppo che «esprime non tanto la condizione di essere fan di qualcuno o qualcosa, quanto – dato che si tratta di una condizione collettiva – la comunità di persone che condivide la medesima condizione, nonché l’universo figurato che essa abita» (p. 31). Gli abitanti di questo universo, dunque, investono emotivamente – e a volte materialmente – nel loro interesse, acquisendo conoscenze estremamente dettagliate al riguardo, creando un vero e proprio network tra i fan stessi, realizzando artefatti culturali, di cui il cosplay rappresenta il culmine. Fino agli anni Dieci del XXI secolo, la dinamica del fandom apparteneva principalmente al mondo dell’intrattenimento.  Poi, però, con il trumpismo questa logica arriva anche nel mondo della politica, tanto che alcuni commentatori definiscono l’universo MAGA come il “fandom di Trump”. In effetti, se da un lato i suoi supporter sono attivi in tutti quei tipi di attività menzionati poc’anzi, dall’altro è Trump stesso a comportarsi come un personaggio dell’intrattenimento: i suoi comizi, i suoi slogan, le piattaforme su cui comunica e persino il suo merchandise ricordano in tutto e per tutto il modo in cui un fandom si ramifica in un intero universo narrativo. Soprattutto, questa dinamica è riscontrata sia da osservatori esterni come Katherine Dee, che ne ha scritto sul Telegraph, sia soprattutto dagli stessi sostenitori, che sembrano attuare questo comportamento molto consapevolmente.

Tra gli esempi più eclatanti ci sono Blake Mamell, un fan che segue i tour elettorali di Trump travestendosi da muro al confine con il Messico, i rioter che il 6 gennaio 2021 hanno attaccato il Campidoglio dopo la sconfitta elettorale di Trump e, infine, i fan che dopo il fallito attentato al Presidente il 13 luglio 2024 hanno iniziato a popolarizzare un trucco che imitasse le ferite riportate. Qui sta la riflessione del libro: ormai la pratica del travestimento è diventata troppo comune per non essere presa in considerazione. Secondo Salvia, il rapporto parasociale che si instaura tra politico e popolo risponde ad un pattern molto diffuso a partire dalla rivolta populista degli anni Dieci: l’arrivo di un personaggio che si autorappresenta come anti-elitario raccoglie il consenso di una cittadinanza stanca di un sistema politico che sembrava inattivo e corrotto. Il capo carismatico, figura onnipresente nella teoria politica, ottiene un enorme beneficio da questa posizione: «in quanto custodi della narrazione condivisa, possono distorcere, omettere o inventare fatti per i loro scopi. Il risultato finale è l’interpretazione della realtà sulla base di storie, simboli e metafore che costituiscono un codice esoterico che separa chi appartiene alla comunità dagli estranei» (p. 36).

Ma nell’arco di Cosplayers, gli Stati Uniti non sono che un punto di partenza. Sembra, infatti, che questa tendenza – soprattutto grazie a Internet – abbia travalicato i confini nazionali. Al di là del valore del travestimento con valore politico, c’è in effetti una tendenza di lunga durata da tenere a mente, che funge da cornice interpretativa per tutti i fenomeni e trend derivati. Dopo la già menzionata “fine della storia”, in un contesto in cui il liberalismo sembrava aver trionfato permanentemente sul socialismo, rendendo superfluo qualsiasi ulteriore dibattito, proprio allora la dimensione politica e agonica scompare. Le idee si trasformano in simboli e così la storia si trasforma in una serie di scene iconiche, tanto da poter parlare di «un trionfo molto postmoderno dell’immagine sul testo» (p. 44). In estrema sintesi, la politica si trasforma in estetica e nell’ambito estetico i travestimenti sono all’ordine del giorno.

Uno dei massimi esempi di questa dinamica è il putinismo, un sistema politico che è stato definito: «cosplay della democrazia e che è sempre stato basato su quella che in russo si chiama dramaturgiya vale a dire la trasformazione della politica in una forma di intrattenimento artificiale e accuratamente sceneggiato, in cui ciascun personaggio recita una parte – in altre parole, una grande sceneggiata che ha lo scopo finale di far passare un messaggio politico che rafforzi lo status quo» (p. 47). Tutta la propaganda putiniana, sia ufficiale sia non ufficiale, attinge sia alle estetiche dei leader sovietici, sia a un immaginario di Putin “che fa cose”: andare in moto, tenere in mano cuccioli di leopardo, immergersi con un sottomarino. Se non si può parlare propriamente di culto della personalità, si tratta indubbiamente di qualcosa che si avvicina alle dinamiche fandom-cosplay di un personaggio politico che contiene moltitudini – facendo sì che il suo messaggio estetico possa essere apprezzato non solo da varie aree interne al Paese, ma anche da chi osserva dall’estero. Emblematica del suo trasformismo è stata una cerimonia tenutasi nel giugno 2023 sul litorale di San Pietroburgo, durante la quale furono innalzate una di fianco all’altra tre bandiere: il tricolore della Federazione Russa, la bandiera rossa dell’Unione Sovietica e il tricolore nero, bianco e oro dell’Impero Zarista. Nonostante il motivo presentato dal governo fosse relativamente semplice, la coincidenza degli anniversari dell’adozione delle bandiere, questa scelta è stata piuttosto contestata: come si possono innalzare tre bandiere che rappresentano tre momenti antitetici della storia di un Paese? Secondo Salvia, si tratta di un processo di privatizzazione dei simboli, che ne permette un uso strumentale ai fini dell’auto-rappresentazione. Riducendo tutto ad estetica, Putin può presentarsi come sintesi di tutto ciò. Siamo, in definitiva, di fronte a una rivolta populista, in cui, mentre la politica fluttua in un vuoto d’idee, è costretta in ogni caso ad aggrapparsi a qualcosa che funzioni per continuare con la sua funzione persuasoria. Che siano immagini, simboli, rimandi non importa; se conservano significato per qualcuno, avranno comunque assolto il loro ruolo.

Ancora più ad Est della Russia, in una realtà più lontana da quanto detto finora, le cose non sembrano andare diversamente. Nel 2021, il Partito Comunista Cinese ha festeggiato il suo centenario: il presidente Xi Jinping ne ha elogiato i meriti in piazza Tienanmen, con alle spalle un enorme ritratto di Mao Zedong. Le immagini circolate dopo quella giornata hanno spinto a parlare di un “nuovo e moderno Mao”, ma, ad una più attenta analisi, questa affermazione pecca di orientalismo. Xi Jinping incarna, piuttosto, lo spirito del tecnocrate dell’Era delle Riforme. Tuttavia, il legame con il Partito è necessario e complesso: «questi è tanto leader quanto prigioniero del Partito e della sua storia, perché è solo tramite il Partito che può esercitare il potere e realizzare la propria visione politica, ed è tanto forte quanto è forte il Partito. Ne consegue che le sue gite a Yan’an, le sue celebrazioni di Mao Zedong (come il simposio che ha organizzato a Pechino per i leader del Partito nel dicembre 2023, in occasione del 130° anniversario della nascita di Mao) e il suo indossare la giacca maoista, che a prima vista sono dichiarazioni politiche, vanno visti in realtà in un altro modo: come cosplay» (p. 61). Allo stesso modo di quanto menzionato finora, anche Xi Jinping ha un fandom affezionato alla sua immagine di uomo informale, in continuità con il mito del passato. Ma c’è poco al di là di questo: se un personaggio politico deve ricercare legittimità e consenso in questo modo, è perché è consapevole della vacuità del proprio progetto politico.

Se il Novecento è stato il secolo delle ideologie, l’inizio del XXI secolo ne ha segnato la svolta post-ideologica. In questo modo, i politici-cosplayer, per fronteggiare il controsenso di riproporre il passato nel presente, sono costretti a recuperare contemporaneamente vari aspetti da varie epoche, in un’attenta opera di remixaggio. Sentirsi confusi da output spesso diametralmente opposti è normale: l’obiettivo è quello di presentarsi congeniali a un pubblico quanto più ampio possibile, sia per dare l’impressione del cambiamento, sia per ostacolare la nascita di nuovi spazi politici nati dal dissenso. In questo contesto «il cosplay dovrebbe servire a far dimenticare tutto questo, dovrebbe cullare la cittadinanza con immagini prese dal passato per impedirle di aprire gli occhi sul presente – ma la sua efficacia è limitata da circostanze materiali ineludibili: si può dormire solo finché si ha sonno» (p. 73). Sebbene a volte possa funzionare, questo tentativo di rassicurare implica logicamente l’esistenza di una ragione della preoccupazione.

Cosplayers di Mattia Salvia si presenta quindi come una sorta di guida nel caos informativo e visuale della politica contemporanea. Lontano dal poter spiegare completamente tutti i contesti presi in esame, riesce indubbiamente ad aiutare i lettori e le lettrici ad orientarsi in una situazione in cui la politica sembra essersi ridotta a contenuto da consumare sui social media, tra un video di gattini, un meme e la storia di un amico. Abbassate a forme di intrattenimento, le foto dell’uomo travestito da muro negli Stati Uniti, le tre bandiere russe o lo Xi Jinping/Mao Zedong non sembrano altro che piccole incursioni della nostra bizzarra epoca all’interno delle vite private dei cittadini. È in questo senso che il libro di Salvia risulta una lettura utile per comprendere meglio i nostri tempi: questionare la vacuità dei travestimenti storici di chi governa è il primo passo verso la comprensione di quale sia il significato nascosto sotto tanti strati di significanti.

Scritto da
Sara Marseglia

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