Recensione a: Luca Steinmann, Vite al fronte. Donbass, Libano, Siria, Nagorno Karabakh: il grande intreccio delle guerre nelle storie di chi le ha vissute, Rizzoli, Milano 2025, pp. 262 (scheda libro)
Scritto da Michelangelo Ostuni
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Possono guerre così apparentemente distanti tra loro essere intrecciate e alimentarsi a vicenda? È ciò che cerca di dimostrare Luca Steinmann, scrittore e giornalista di guerra, nel suo libro Vite al fronte, catapultando il lettore all’interno dei principali scenari di guerra contemporanei e fornendo i retroscena di un lavoro – quello del reporter di guerra – sempre più ostacolato e pericoloso. Con accuratezza e ricchezza di dettagli, l’autore ci porta con sé, viaggiando tra Ucraina, Siria, Libano e Nagorno Karabakh, teatri di violenze e obiettivi politici, esplorandoli a partire dalle persone che li abitano e che vi combattono. Ed è proprio la sua presenza sul campo a rendere quella che poteva essere una semplice analisi geopolitica un’esperienza decisamente umana e coinvolgente.
Evitando la retorica e la drammatizzazione, Steinmann spinge a confrontarsi con il lato più esistenziale e psicologico che una guerra può assumere, fatto di radicamento alla propria terra, drammi familiari, paura, fede e senso di sopraffazione rispetto alle logiche di potere. Un lato umano di cui spesso dimentichiamo l’esistenza, abituati a ricevere passivamente e rapidamente le informazioni dai media, senza interrogarci su tutto quel contorno invisibile fatto di persone, emozioni e frammenti di vita. Un intreccio non solo di guerre, appunto, ma anche di vite e sentimenti, a partire dal dramma degli ebrei del Donbass che, per sfuggire all’attacco russo del febbraio 2022, si rifugiano in Israele per poi essere catapultati in una nuova guerra, quella tra Israele e Hamas, scoppiata il 7 ottobre 2023 ma con radici ben più lontane.
In bilico tra due patrie, Ucraina e Israele, e al centro di due conflitti solo in apparenza così distanti, vissuti tra i ricordi dei propri nonni sulle violenze naziste nei territori dell’ex Unione Sovietica, gli ebrei ucraini si ritrovano a dover fuggire per sopravvivere, cercando riparo in una terra che pensavano sicura.
Ed è in Medio Oriente che si concentra principalmente l’analisi di Steinmann, tra Palestina, Israele, Libano e Siria. Il conflitto a Gaza è solo una parte di un più complesso sistema di violenza strutturata, difficile da scardinare soprattutto per le ferite causate: «le guerre lasciano sempre ferite. Quando il fuoco cessa restano i segni su chi lo ha appiccato e chi lo ha subito, che non di rado vengono tramandati alle generazioni successive. È in queste ferite che germogliano i semi che conducono allo scoppio di nuovi conflitti».
È evidente, quindi, come le azioni militari e politiche portate avanti dal governo israeliano, da più parti denunciate come violazioni dei diritti umani, rischiano di alimentare la radicalizzazione e il risentimento verso lo Stato ebraico, prolungando le sofferenze e allontanando una prospettiva di pace. Ma i confini del conflitto israelo-palestinese non si limitano ai due Paesi e comprendono anche i territori libanesi controllati da Hezbollah e quelli della Siria meridionale già occupati da Israele. Una fucina di scontri e interessi, che riguarda anche potenze straniere, in primis Stati Uniti e Iran.
L’Iran, attraverso la sua rete anti israeliana, il cosiddetto “Asse della resistenza”, cerca di radicarsi nel territorio e tra la popolazione, attraverso misure assistenzialiste e programmi di welfare portati avanti da formazioni politico-militari quali Hamas e Hezbollah. Cibo, istruzione, sanità, pensioni e sussidi economici diventano potenti strumenti di legittimazione e propaganda. Seppur con obiettivi e in contesti diversi, anche la Russia di Vladimir Putin utilizza strategie simili nei territori ucraini occupati, a partire dai programmi scolastici, per costruire consenso e dimostrare come vivere governati da Mosca sia meglio che farlo governati da Kiev. In entrambi i casi i bisogni primari della popolazione vengono sfruttati per interessi di controllo e legittimazione politica.
Del Medio Oriente fanno parte anche le tantissime minoranze che compongono questo complesso mosaico, tra cui quelle cristiane, in Libano come in Siria. Delle loro parole, raccolte dall’autore, colpisce in particolar modo l’attaccamento alla propria terra e alla propria fede, sentimenti che sembrano affievolire la distruzione visibile tutt’attorno dando la forza e la volontà di restare.
Una volontà che percorre tutto il libro e che ritroviamo in Siria, in una densa intervista con monsignor Hanna Jallouf, dal 2023 vicario apostolico di Aleppo, che racconta dei tempi vissuti nella regione di Idlib sotto l’occupazione dell’ISIS prima e di Jabhat al-Nusra dopo, trasformata in seguito in Hayat Tahrir al-Sham, al potere oggi in Siria dopo la destituzione di Assad. Durante l’intervista emerge chiaramente la paura vissuta dalla minoranza cristiana, la consapevolezza per Jallouf di rappresentare un faro all’interno della sua comunità, ma soprattutto le dure critiche sia verso i gruppi terroristici, sia verso le potenze straniere – Stati Uniti, Turchia, Iran, Russia, Israele e non solo – che hanno reso la Siria un teatro funzionale ad ampliare la propria area di influenza. Appare evidente, quindi, come la questione siriana e la pace siano passate anche attraverso le volontà e gli interessi di altre potenze.
I resoconti di Steinmann dalla Siria partono dal 2017, quando ormai l’ISIS era al suo capolinea e le forze di Assad, spalleggiate da Russia e Iran, stavano gradualmente riprendendo possesso di gran parte del territorio. Ciò ha portato, però, anche alla crisi umanitaria aggravata dal terremoto tra Siria e Turchia di inizio 2023. Inoltre, fino alla sua caduta nel dicembre 2024, il governo di Assad si è dimostrato interessato a tutelare unicamente i propri interessi e quelli delle élite siriane, come emerge chiaramente dal coinvolgimento dell’apparato di regime nella produzione e nel traffico di captagon, una potentissima droga sintetica. A tal proposito, nel libro l’autore riporta la dicitura di “droga dell’ISIS” per via di un suo presunto utilizzo da parte degli attentatori del Bataclan a Parigi nel 2015, seppure non ci siano prove sufficienti per confermare questa correlazione.
La presa del potere nel dicembre 2024 da parte di una coalizione guidata da Hayat Tahrir al-Sham, formazione di Al-Jolani vicina alla Turchia, ha destato preoccupazioni soprattutto all’interno della comunità armena in Siria, concentrata prevalentemente nella regione di Aleppo. Gli armeni, rifugiatisi e stanziatisi lì in seguito al genocidio del 1915 commesso dagli ottomani, hanno dovuto subire gli assalti delle forze ribelli filoturche durante la guerra civile siriana. Così, l’ostilità verso i turchi, radicata nella memoria collettiva armena, ha portato numerosi armeni siriani a imbracciare le armi in un’altra guerra, a più di mille chilometri di distanza: il conflitto tra Armenia e Azerbaigian per il controllo del Nagorno Karabakh.
Una guerra iniziata con la dissoluzione dell’Unione Sovietiche, che ha visto la popolazione armena ribellarsi al controllo azero e che ha portato alla creazione di una repubblica separatista, la Repubblica dell’Artsakh, supportata e finanziata dall’Armenia ma non riconosciuta dalla comunità internazionale.
Nel 2020 il conflitto si riaccende e l’Azerbaigian, con una guerra lampo e forte del sostegno della Turchia, riprende possesso di gran parte della regione, segnando la disfatta delle forze separatiste nel 2023 e l’esodo di migliaia di armeni, riportando alla mente il genocidio avvenuto durante la Prima guerra mondiale. Molti, sottolinea Steinmann, affermano come fosse meglio vivere durante il blocco, con poco cibo e pochissimi medicinali, rispetto a adesso, senza la loro terra. Un legame fortissimo verso la propria terra, quello degli armeni verso questa piccola parte di Caucaso, che ancora una volta emerge dai racconti delle persone. E solo coloro ai quali è stata strappata con forza la propria terra possono capire quanto di drammatico ci sia nel dover fuggire e ricostruire da capo, magari dopo una vita di sforzi e tante speranze.
Una guerra, questa, che si fa anche culturale, attraverso la rivisitazione del patrimonio artistico e culturale da parte dell’Azerbaigian che, dopo aver ripreso possesso del Nagorno Karabakh, tenta di sostituirsi al passato armeno della regione, sostenendo ad esempio teorie pseudoscientifiche riguardo l’estraneità degli armeni a questi luoghi. Stabilire chi abbia il diritto di reclamare il Nagorno Karabakh è ovviamente estremamente complicato, come in tutte le contrapposizioni tra popoli. Se però gli armeni vedono la loro presenza in questa regione come una lotta per l’autodeterminazione e una garanzia di protezione, gli azeri rivendicano il controllo su un territorio che, sebbene originariamente assegnatogli dall’Unione Sovietica malgrado fosse abitato da secoli da una maggioranza armena, vedono come legittimamente proprio.
È certo, però, che nessun equilibrio possa essere raggiunto con armi, violenze o sostituzione culturale, e che una pace può essere duratura solo quando entrambe le parti sono capaci di affrontare le proprie ferite.
Nel 2023 la Repubblica di Artsakh cessa di esistere, ma non i suoi sostenitori. Molti di questi decidono, infatti, di arruolarsi nel battaglione Arbat, nato dalle ceneri del gruppo Wagner di Evgenij Prigožin, a sostegno delle truppe russe in Donbass. Altri, invece, hanno deciso di supportare l’Ucraina, arruolandosi nelle fila del suo esercito. Questa significativa spaccatura riflette le divisioni interne al popolo armeno stesso, tra chi vede la Russia come un argine all’insicurezza e all’avanzata di Turchia e Azerbaigian e chi, invece, aspira a un avvicinamento al mondo occidentale a guida statunitense.
E quasi ciclicamente, con chi decide di combattere per Mosca, dalla guerra del Nagorno Karabakh si ritorna a quella nel Donbass, come se l’ultima fosse la continuazione della prima per tutti quegli armeni che credevano nella repubblica di Artsakh e che si sono sentiti traditi dal governo di Yerevan per essersi arreso all’avanzata di Baku. Come Armen, membro del battaglione Arbat, nome di battaglia Artsakh: «è la terra in cui sono nato e per la quale ho lottato. Ora che è occupata combatto con i miei fratelli russi qui nel Donbass. Ma prima o poi la riconquisteremo e cacceremo via i turchi», afferma riferendosi agli azeri. Lo stesso battaglione Arbat che sarebbe stato coinvolto in un tentato colpo di Stato in Armenia nel settembre 2024, episodio che dimostra come la guerra tra Russia e Ucraina abbia travalicato i confini del Donbass e influenzato anche ciò che avviene nel Caucaso, minandone ulteriormente la stabilità politica.
Come già detto, Vite al fronte di Steinmann è composto soprattutto di un mosaico di persone, ognuna con le proprie contraddizioni. Una di queste è il giornalista russo Nikita Tsitsagi, ucciso da un drone ucraino nel giugno 2024, collega e amico personale dell’autore. Il tratto peculiare di Tsitsagi era proprio il non voler essere inquadrato su un fronte mediatico in particolare. Seguiva contemporaneamente l’esercito russo e gli attivisti anti-Putin, pubblicando su organi di governo ma anche su quelli di opposizione con uno pseudonimo. Tentava di svolgere il suo lavoro con una prospettiva super partes, preferendo dar voce alle opinioni di soldati, attivisti, gente comune. È facile pensare, quindi, come Nikita attirasse critiche ma anche una stima trasversale: al suo funerale erano presenti nazionalisti russi, oppositori e sostenitori del regime di Putin, giornalisti antigovernativi e militanti del Donbass.
La figura di Nikita incarna l’essenza del libro e, in un certo senso, anche quella più in generale del lavoro dell’autore stesso. La vera voce della guerra è quella delle persone che la vivono, che la combattono, che vi soffrono. Ed è questo che deve essere il compito di un reporter, secondo ciò che emerge dal lavoro di Steinmann: ascoltare, comprendere, empatizzare e trasmettere, a chi non è in quei luoghi, qualcosa di più delle sole notizie flash.