Recensione a: Eva Dou, I lupi di Shenzhen. L’ascesa della dinastia Huawei, prefazione di Michele Costabile, Luiss University Press, Roma 2026, pp. 416, 25 euro (scheda libro)
Scritto da Luca Picotti
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È stato di recente tradotto in italiano dalla casa editrice Luiss University Press uno dei lavori più interessanti degli ultimi anni, il report giornalistico di Eva Dou, voce di punta del Washington Post, dedicato a Huawei e uscito nel 2025 negli Stati Uniti sotto il titolo di House of Huawei: The Secret History of China’s Most Powerful Company. Huawei è un nome ormai noto, ovunque nel mondo, ma sino a qualche tempo fa probabilmente più per il telefonino che per il suo ruolo centrale nell’ascesa tecnologica della Cina e nelle attuali sfide geopolitiche e commerciali. La storia segreta dell’impresa cinese più potente è anche il ritratto di un Paese: di come Stato, mercato, capitale umano e tecnologia si rapportano tra loro. Così come, allo stesso tempo, è la fotografia delle guerre economico-giuridiche tra Stati, giocate tramite appositi strumenti, dalle sanzioni agli export control, e aventi come oggetto le proprie rispettive società strategiche, che non possono dunque dirsi neutre rispetto alla geografia giuridica di appartenenza, ossa il potere sovrano sottostante.
House of Huawei esplora accuratamente ogni dettaglio, intreccio, evento, dalle origini a oggi, portando il lettore dentro alla casa, ossia la società e i suoi protagonisti, così come dentro alla Cina contemporanea. La versione italiana ha optato per un titolo diverso, non riprendendo il concetto di casa, ma valorizzando un altro profilo, altrettanto emblematico ed evocativo: I lupi di Shenzen. L’ascesa della dinastia Huawei. Perché i lupi? Il richiamo punta dritto al cuore della cultura aziendale che ha animato Huawei sin dai primi anni, e in particolare la “cultura del lupo”, trasposta nell’ordine manageriale e lavorativo, nell’organizzazione quasi militare dell’attività, nella programmazione minuziosa con ritmi elevatissimi finalizzata agli obiettivi di lungo periodo.
Lo spartiacque nella storia di Huawei è l’arresto nel 2018 a Vancouver di Meng Wanzhou, chief financial officer della società, figlia del fondatore Ren Zhengfei. È da quel momento che Huawei non sarà più solo un colosso high-tech cinese, famoso per i telefonini a costi competitivi comprati anche da consumatori occidentali, ma un crocevia critico della competizione geopolitica e commerciale tra Stati Uniti e Cina – con riflessi, a cascata, anche sugli altri Paesi, a partire da quelli europei. Siamo al cuore delle frontiere tecnologiche di fine anni Dieci del Duemila, e segnatamente le condutture, ossia le infrastrutture alla base del traffico di dati. E chi controlla le infrastrutture può, potenzialmente, controllare anche i dati che vi transitano. L’ascesa di Huawei, fino a quel momento relativamente lineare, senza eccessiva attenzione politica, nel 2018 diventa il grande tema nelle cancellerie di sicurezza nazionale americane, quasi una sorta di “momento Sputnik” delle telecomunicazioni. Il punto è che «Huawei stava registrando più brevetti di qualunque altra azienda al mondo. Huawei era la numero uno nel 5G. Huawei era la numero uno negli smartphone. Stava facendo enormi passi avanti nell’intelligenza artificiale. Ogni anno incassava più di Nike e Disney messe insieme. Aveva più dipendenti di Apple. Si pensava che in un sistema comunista fosse impossibile che un’azienda diventasse tanto grande. Eppure era successo» (p. 29).
L’arresto di Meng Wanzhou è l’avvenimento simbolicamente più importante, cui seguirà peraltro una feroce risposta diplomatica di Pechino, oltre che un’uscita sotto i riflettori del tradizionalmente schivo e riservato Ren Zhengfei, sino al ritorno in Cina della CFO nel settembre 2021. All’ombra del caso mediatico, nei dipartimenti del commercio, così come nei consigli di amministrazione, sarebbe invece esplosa una vera e propria guerra commerciale, tra accuse di spionaggio, misure restrittive, strategie elusive e partite a scacchi tra le linee invisibili della globalizzazione. Gli Stati Uniti useranno tutto il proprio armamentario giuridico, da un lato per escludere Huawei da ogni commessa sensibile in suolo domestico, dall’altro per rallentarne l’ascesa, limitandole l’accesso a tecnologie americane e costringendola a rimanere nel proprio tracciato regionale. Nell’agosto 2018 Donald Trump firma un ordine che vieta alle agenzie governative di acquistare apparecchiature Huawei e ZTE (l’altro colosso cinese delle telecomunicazioni, meno noto ma comunque rilevante nelle battaglie commerciali). Nel maggio 2019 Trump dichiara lo stato di emergenza nazionale nelle telecomunicazioni (siamo peraltro in un contesto che vede parallelamente iniziare la battaglia giuridico-politica contro TikTok), aprendo la strada a diverse misure restrittive; il Bureau of Industry and Security del Dipartimento del Commercio annuncerà le prime sanzioni contro Huawei, in particolare nella forma dell’export control, ossia delle restrizioni alle vendite di chip da parte di società americane a Huawei.
Questo primo pacchetto di misure è incisivo, ma non riesce a fermare Huawei, che continua a rifornirsi da soggetti terzi, ad esempio taiwanesi, e consolidare quote di mercato, arrivando peraltro nel secondo trimestre del 2020 a essere la società numero uno al mondo per vendite di smartphone. A questo punto, nel maggio 2020, gli Stati Uniti inaspriscono le sanzioni, utilizzando tutta la propria forza extraterritoriale, in una sorta di aut-aut: o Washington o Huawei. Trattasi del divieto di export relativo non solo a beni e tecnologie americane, ma anche a beni di soggetti terzi che al loro interno contengono tecnologie americane. Attesa la centralità degli Stati Uniti nella fascia alta (intellectual property-software-design) della catena dei chip, significa sostanzialmente impedire a Huawei di ottenere i migliori chip. In parallelo, prosegue la pressione sugli alleati europei affinché rinuncino alle infrastrutture di Huawei per le loro reti 5G. Anche qui, Washington riuscirà a ostacolare il colosso cinese e ottenere risultati tangibili, con diversi Paesi europei, per il tramite delle loro società di telecomunicazioni, che affideranno i servizi a operatori occidentali (come Ericsson e Nokia), rinunciando per ragioni geopolitiche alle forniture di Huawei e ZTE, sebbene economicamente più convenienti. È una vicenda che chi si occupa di golden power, come chi scrive, conosce bene: nel 2019 fu aggiunto il 5G tra i settori strategici, con controllo governativo di ogni contratto di fornitura. Da quell’anno in poi, sostanzialmente tutti i contratti con Huawei e ZTE, commissionati dai vari operatori domestici come Fastweb, Tim, Vodafone, Wind ecc., saranno oggetto di prescrizioni imperative governative, atte a porre un presidio di sicurezza nazionale (e nel 2020 ci fu pure un veto a un contratto tra Fastweb e Huawei).
Insomma, una partita giocata su più fronti, capitanata da Washington e atta a fermare, a tutti i costi, l’ascesa del colosso cinese. Ridurlo da potenziale leader globale a forza regionale. L’obiettivo è stato centrato? In parte, o meglio per qualche tempo. Come scrive la stessa Eva Dou, «il governo USA è effettivamente riuscito a interrompere l’ascesa di Huawei, che non stabilisce più nuovi record di vendite […] Ha smesso di espandersi in Occidente, concentrandosi invece sulla difesa del suo dominio nei mercati emergenti. Non può più contare sulle preziose partnership di R&S con importanti università americane ed europee, che storicamente l’hanno aiutata a innovare» (p. 309). Un effetto, anche incisivo, sicuramente vi è stato, e dal 2018 quella inarrestabile ascesa, guidata dalla visione di Ren Zhengfei e dalla cultura del lupo, è stata fermata, contenuta, reindirizzata. Allo stesso tempo, però, «Huawei è sopravvissuta agli attacchi di Washington, cavandosela meglio di quanto chiunque avrebbe potuto aspettarsi. Da alcuni punti di vista, ne è uscita rafforzata, sviluppando le proprie alternative alle tecnologie statunitensi dalle quali un tempo dipendeva. La crisi ha rivelato che Huawei è la cocca di Pechino: gli ufficiali del governo hanno smosso mari e monti per salvarla. Sembra proprio che Huawei possa continuare a rivestire un ruolo di rilievo negli affari mondiali» (p. 309). Non è un caso che il suo nome sia riapparso, dopo un effettivo ridimensionamento dal 2020, negli ultimi anni, tra il 2025 e il 2026, in particolare sul fronte dell’intelligenza artificiale.
Il rapporto con Pechino è in questo senso centrale e tocca il cuore del modello cinese, nonché della House of Huawei che Eva Dou ha così accuratamente sviscerato. Huawei è una impresa privata, fondata a Shenzen da Ren Zhengfei il 15 settembre 1987, sotto il nome di Huawei Technologies Co. Un’impresa in Cina non può però essere mai veramente privata. È costretta a confrontarsi con lo Stato, il Partito, che decide in ultima istanza vinti e vincitori. Si crea così una ibridazione particolare, che la letteratura ha sempre ritenuto inefficiente, ma che nel caso di Huawei, e altri colossi cinesi, ha permesso di raggiungere risultati virtuosi. Trattasi di imprese familiari di Stato, ossia forme gerarchizzate e claniche, ruotanti attorno al nucleo familiare, che si sviluppano originariamente in via privata, sino a ibridarsi nel sistema-Partito, tramite subordinazione ad esso in cambio di tolleranza, con adesione ideologica più o meno marcata. Come scrive Michele Costabile nella prefazione all’edizione italiana: «Il lavoro di Eva Dou ha il pregio delle migliori sineddochi. Racconta un caso singolo ma emblematico e quindi in grado di evocare un paradigma emergente, quello della ”impresa familiare di Stato” (la famiglia Ren detiene l’1%, il resto è controllato da un trade union committee dominato dal PCC). Un paradigma che presenta molte varianti di processo e risultato – si pensi per esempio al caso di Jack Ma, con il Gruppo Ali Baba sostanzialmente “rieducato” a un certo punto del suo tumultuoso percorso di crescita, con l’uso fra l’altro di istituzioni regolamentari (antitrust e autorità di vigilanza sui mercati finanziari) che non sono proprie delle autocrazie”. Huawei non è l’anomalia, bensì l’avanguardia del “capitalismo con caratteristiche cinesi”» (p. 14).
Eva Dou, con una ricostruzione densissima, ricca di riferimenti e dettagli, riesce nel triplice obiettivo di raccontare la storia di una impresa, un modello di capitalismo e le sfide geopolitiche, commerciali e tecnologiche di questa epoca. Dalla piccola azienda di commutatori telefonici alle frontiere del 5G, dalla governance aziendale alle burocrazie di Stato, dalla famiglia al Partito, dalla Cina al mondo. In mezzo, contraddizioni e fratture di questa fase storica. Perché, se è vero, come da celebre frase di Ren Zhengfei, che «un Paese che non controlla i suoi commutatori programmabili, è come un Paese senza esercito», altrettanto vero è che un’azienda che controlla tali infrastrutture non potrà mai essere solo un’azienda. Nel 2018, con l’inizio dell’offensiva di Washington, ciò è risultato piuttosto chiaro.