Recensione a: Didier Eribon, Michel Foucault. Il filosofo del secolo. Una biografia, traduzione di Lorenzo Alunni, Feltrinelli, Milano 2021, pp. 432, 28 euro (scheda libro)
Scritto da Andrea Germani
10 minuti di lettura
Capita raramente che uno studioso viva abbastanza da vedere pubblicati volumi con il suo nome nel titolo: fenomeno ancora più desueto se muore nemmeno sessantenne. A Michel Foucault, deceduto a 57 anni, è successo in più occasioni.
Nel 1977 aveva commentato sarcasticamente l’uscita di un volume del filosofo Jean Baudrillard dal suggestivo titolo Oublier Foucault (Dimenticare Foucault): «per me il problema sarebbe piuttosto ricordarmi di Baudrillard» (testo recensito, p. 318). Qualche anno dopo, in occasione di uno dei suoi viaggi in California, aveva conosciuto due entusiasti docenti di Berkeley – Hubert Dreyfus e Paul Rabinow – che gli dedicarono un’antologia uscita poco dopo la sua dipartita, The Foucault Reader (Pantheon Books, 1984), ancora oggi un’ottima introduzione al suo pensiero. Di più, il loro saggio del 1983 Michel Foucault, Beyond Structuralism and Hermeneutics sul sito dell’editore riporta scritto chiaramente: «this book, which Foucault himself has judged accurate, is the first to provide a sustained, coherent analysis of Foucault’s work as a whole».
D’altronde, Didier Eribon nel sottotitolo della sua biografia Michel Foucault del 1989, rimaneggiata in più occasioni, l’ultima volta nel 2011 (ed. it., Feltrinelli, 2021), lo definisce “il filosofo del secolo”. La definizione ha subìto contestazioni da parte di critici del pensiero novecentesco, per quanto sia indubitabile che l’autore francese occupi un posto privilegiato nel pantheon delle scienze sociali e discipline umanistiche contemporanee.
Paul-Michel Foucault nasce il 15 ottobre 1926, a Poitiers, Nuova Aquitania, da una famiglia benestante. Il padre Paul, chirurgo, ha già deciso che il figlio dovrà fare studi medici, per quanto le scarse prestazioni scolastiche in matematica, e lo spiccato talento in francese, greco e latino siano un indicatore della sua indole. I Foucault erano una famiglia in vista della borghesia locale, dovevano primeggiare in ogni circostanza: se proprio il giovane Michel avesse voluto fare studi umanistici avrebbe dovuto eccellere.
Negli anni più terribili della guerra, dal 1943 al 1945, Michel è impegnato a preparare i test per entrare alla École normale supérieure. Il caso volle che non riuscì ad entrare di pochissimo, arrivando centunesimo a fronte di cento ammessi: questa fu l’occasione per andare a vivere a Parigi a seguire le lezioni preparatorie del liceo Henri IV, in attesa di ritentare il test l’anno successivo. L’arrivo nella capitale cambierà per sempre la prospettiva del ragazzo di provincia, che si ritrova a frequentare le aule abitate dall’intellighenzia francese.
Un anno di khagne al liceo parigino, sotto la guida di Jean Hyppolite, gli consentì di superare il test di ammissione, con Georges Canguilhem commissario della prova orale in filosofia. I due intellettuali resteranno a lungo i suoi punti di riferimento, tanto durante la formazione quanto negli anni successivi. I corridoi di Rue d’Ulm quegli anni sono percorsi da personaggi che occuperanno ruoli di prestigio nella classe intellettuale e politica francese: lo storico Emmanuel Le Roy Ladurie, il giurista Robert Badinter, il classicista Paul Veyne e il matematico Jean-Pierre Kahane sono iscritti come studenti; il filosofo marxista Louis Althusser fu caïman (tutor) del giovane Michel, mentre il fenomenologo Maurice Merleau-Ponty teneva delle conferenze, seguite da Foucault con grande interesse.
Gli anni alla “Normale” sono anche anni di grande tristezza: Foucault vive dolorosamente la propria omosessualità, dopo ogni incontro intimo «rimane prosternato per ore, malato, annientato dalla vergogna» (p. 39). Il primo tentativo di suicidio è datato 1948, anno della laurea in filosofia alla Sorbona. Come riportano sia Eribon, sia il traduttore italiano delle sue opere Alessandro Fontana, il crescente interesse per la psicologia – culminato con la laurea alla Sorbona, la seconda, nel 1949 – all’origine delle ricerche sulla storia della follia, deriva dall’infelicità della sua condizione sessuale e affettiva, che vive in maniera disfunzionale.
La questione sessuo-affettiva sarebbe uno dei motivi dell’allontanamento dal Partito Comunista Francese, dopo soli tre anni di moderata militanza, dal 1950 al 1953, «un partito che rifiutava e condannava l’omosessualità come vizio della borghesia e come segno di decadenza» (p. 73). D’altronde, in quegli anni, per la precisione nel 1949, la sezione udinese dell’omologo italiano PCI aveva espulso Pier Paolo Pasolini per la stessa “indegnità morale”. Ma questa non è l’unica ragione dietro la sua scelta: se Foucault, su consiglio di Althusser, si iscrisse al partito fu soprattutto perché, in un’epoca così lontana dal movimentismo del Sessantotto, questo riusciva a raccogliere intellettuali e studenti della classe media. Memori di Vichy, molti giovani si schieravano contro l’establishment, e con gli eredi della lotta antifascista, temendo la china scivolosa del conformismo piccolo-borghese e conservatore in cui si era ritrovata nel dopoguerra la Francia, che di lì a poco si sarebbe impegnata nella battaglia di retroguardia in Algeria, rivedendo Charles de Gaulle all’Eliseo. Come disse Foucault a Duccio Trombadori nel 1981:
Questo spiega perché un quinto dei normalisti entrava nelle file comuniste, molti per uscirne delusi dopo la rivolta di Budapest del 1956 o, come nel suo caso, ancora prima. Ma Foucault era allergico tanto all’autoritarismo staliniano, quanto alla dissoluzione dell’individualità propria dei sistemi socialisti dell’Est Europa: repressione, disciplinamento e omologazione diverranno i temi della sua attività didattica e scientifica degli anni Settanta. La verità è che quel regime conformante Foucault lo aveva toccato con mano durante l’esperienza come attaché culturale a Varsavia fra il 1958 e il 1959, successiva al triennio trascorso a Uppsala, in Svezia, come direttore della Maison de France, sotto la guida dello storico delle religioni Georges Dumézil – periodo in cui lavora alla tesi dottorale Storia della Follia nell’età classica, pubblicata nel 1961 – e precedente all’incarico di direttore dell’Institut français di Amburgo dal 1959 al 1960.
Eribon arriva a dire che Foucault, per sua stessa ammissione (vedi p. 301) «era accanitamente anticomunista» (p. 172): sentenza che spiegherebbe, in parte, le durissime critiche rivolte da alcuni intellettuali marxisti – in primis da Jean-Paul Sartre – alla sua opera Le parole e le cose del 1966, così come l’ostilità manifestata dagli accademici più radicali della neonata Università di Vincenne, quando fu nominato direttore del dipartimento di filosofia nel 1968. Ma Foucault ha sicuramente percorso molte battaglie intellettuali e politiche assieme alla sinistra extra-parlamentare, pur trovandosi a Tunisi durante gli eventi del Maggio francese, momento storico in cui chiunque sfilava per le strade di Parigi.
Il Foucault più noto – fotografato in girocollo di fronte alla sua enorme libreria, o che capitana manifestazioni a favore di detenuti o immigrati – è il Foucault titolare della cattedra di Histoire des systèmes de pensée al College de France, carica ricoperta dal 1970 al 1984. La prestigiosa istituzione fondata da Francesco I nel 1530 richiede ai docenti di tenere 26 ore di lezione all’anno secondo alcune regole: i corsi sono sempre aperti (gli utenti sono uditori, non studenti) e non possono superare le 13 ore annuali, e ogni anno i docenti devono aggiornarli presentando i risultati di una ricerca originale. Foucault viene eletto sul finire del 1969, anno di pubblicazione de L’archeologia del sapere, e tiene la sua lezione inaugurale il 2 dicembre 1970, pubblicata con il titolo L’ordine del discorso. Da allora, fino alla morte, terrà tredici corsi, successivamente trascritti e diventati una raccolta essenziale per gli storici del pensiero politico e filosofico. I corsi a cadenza settimanale accoglievano centinaia di persone accorse ore prima per trovare posto, per sentirlo parlare circondato dai registratori apposti sulla cattedra. È in questi anni che Foucault estende il famoso concetto di “biopolitica”, uscito presto dal seminato e abusato in tempi pandemici per definire ogni imposizione governativa in materia sanitaria.
L’intellettuale che ha passato anni a cambiare città ha finalmente ottenuto la tenure e si ritrova dispensato dagli incarichi accademici tradizionali. È in quegli anni che Foucault perfeziona il suo metodo innovativo, già sperimentato con successo per le ricerche sulla storia della follia, e per la Nascita della clinica del 1963. Se storici, archivisti e archeologi lavorano consultando le fonti, per ricostruire fenomeni e civiltà, i filosofi e gli psicologi sono soliti interrogare documenti o persone per raccogliere i dati utili alle loro speculazioni. Foucault intende superare lo steccato tra le discipline raccogliendo fonti originali per elaborare un pensiero che regga alla prova dei fatti, tentando così di ricostruire storia e cultura delle istituzioni politiche, così come dei rapporti di potere, della Francia moderna e contemporanea.
Le storie della follia e della clinica hanno richiesto la consultazione, fra i vari, di registri di polizia, ordinanze comunali, leggi e decreti regi, schede dei pazienti, regolamenti ospedalieri; il lavoro fu esteso per analizzare i dispositivi di potere nella loro multiformità, dall’architettura dei luoghi dell’education o di contenimento, fino alle sentenze dei tribunali, passando per i manuali di giuristi o medici. Se la “governamentalità” è il prodotto di un sapiente intreccio di saperi e tecniche atti a produrre determinati regimi di verità, capaci di orientare le azioni individuali e definire i meccanismi di esercizio della sovranità, è necessario tenere in considerazione tutto. Per farlo è opportuno agire in profondità: per interrogarsi sulla detenzione urge entrare nelle prigioni, come fece con il Groupe d’information sur le prisons attivo dal 1971 – ricerche culminate con la pubblicazione di Sorvegliare e punire del 1975 – alla stregua di quanto fatto negli ospedali a fine anni Cinquanta, quando era un giovane psicologo.
Quando nel 1965 confidò il progetto di una storia della sessualità a Gérard Lebrun, in occasione delle conferenze che tenne in Brasile, il collega gli rispose: «è quasi impossibile farlo: non si potrà mai trovarne gli archivi» (p. 310). La grandezza del metodo genealogico di Foucault sta proprio qui, nel saper collegare cose ed eventi a prima vista non connessi, ma che se presi nel complesso rendono senso delle dinamiche di potere che si celano dietro a fenomeni presunti universali che in realtà sono la sedimentazione di pratiche e rapporti di forza reiterati per secoli. È così che dallo studio di documenti sparsi riuscì a elaborare una sua versione della Storia della sessualità, pubblicata in quattro volumi: La volontà di sapere del 1976, L’uso dei piaceri e La cura di sé del 1984 e, uscito postumo, nel 2018, Le confessioni della carne.
Gli anni Settanta sono gli anni dell’impegno: le discussioni sulla detenzione si impongono nel dibattito pubblico come onda lunga della contestazione, anche perché la reazione poliziesca ha riempito le prigioni di ragazzi del ceto medio: «le ondate di agitazione seguite al Maggio del 1968 si sono spesso tradotte in manifestazioni violente che hanno provocato molti arresti e molte condanne di militanti di sinistra» (p. 256). In quel contesto Foucault comincia ad appassionarsi alle storie individuali, come il caso di H.M., morto suicida in prigione nel 1972 a trentadue anni, di cui quindici passati in prigione, o il caso del giornalista Alain Jaubert, pestato dalla polizia e poi sottoposto a indagine per resistenza a pubblico ufficiale, o anche dell’immigrato algerino Djellali Ben Ali, ucciso nel 1971 in un caso sospetto di legittima difesa che ha visto scagionato l’omicida. Diritto all’informazione, al dissenso, diritti dei detenuti e degli stranieri: Foucault in quegli anni usa la sua immagine e la sua voce per denunciare le ingiustizie che colpiscono le fasce più deboli della società, finendo persino malmenato e portato in commissariato, come a seguito di un volantinaggio nel maggio 1971.
È di quegli anni la tentazione giornalistica di tradurre le sue ricerche in inchieste, occupandosi dei problemi cogenti della società francese e sfruttando la sempre maggior fama per dare risalto alle cause che più gli stanno a cuore. Nel 1978 e 1979 arriva addirittura a collaborare con Il Corriere della Sera per documentare la rivoluzione khomeinista in Iran, rimanendo affascinato da alcuni suoi aspetti. Eppure, la comunanza di visioni mancherà spesso con i compagni di barricata: se a Madrid nel settembre 1975 si trova allineato agli altri intellettuali accorsi in Spagna per tentare di impedire l’esecuzione di tre membri dell’ETA e due attivisti antifascisti, sui temi del rapporto con l’Est si troverà spesso in disaccordo con la sinistra militante. Nel 1981 si schiera, con Pierre Bourdieu, dalla parte di Solidarność – «piccoli rettangoli bianchi con la scritta rossa Solidarność fioriranno presto sulle giacche e sui cappotti. Foucault porterà il suo per molti mesi» (p. 352) – e l’anno successivo parte per un viaggio in macchina per consegnare medicinali e materiale stampato che non avrebbe passato la censura della dittatura militare polacca, tutto per dimostrare la vicinanza ai dissidenti del posto. All’epoca i rapporti con l’entourage del governo Mitterand, che fu accolto favorevolmente da molti intellettuali progressisti, non furono mai rosei, quando non di vera e propria incomunicabilità.
Già in passato Foucault si era trovato in disaccordo con il mondo radicale, e non solo sulla protezione dei dissidenti polacchi e sovietici (come per l’autore di Arcipelago Gulag Aleksandr Solženicyn) ma anche sull’ebraismo e lo Stato ebraico. Nel giugno 1967, dopo la sconfitta araba nella Guerra dei sei giorni, Tunisi fu invasa da moti antioccidentali e antisemiti: Foucault si trovò lì e rimase molto scosso dalla vicenda. Come già Sartre e altri intellettuali francesi che avevano vissuto sotto Vichy, e si erano sentiti forse indirettamente responsabili per aver fatto parte di quella borghesia che scelse l’inazione di fronte al fascismo, Foucault sviluppò una particolare attenzione per la comunità ebraica e lo Stato di Israele. Se la quasi totalità dei movimenti di sinistra era filopalestinese, «Foucault, come del resto Sartre, è sempre stato fermamente pro-israeliano. E lo resterà a vita» (p. 273).
Nella seconda metà degli anni Settanta l’intellettuale francese ha conquistato il mondo: negli Stati Uniti, particolarmente negli atenei californiani di Berkeley e Stanford, c’è un’ampia cerchia di studiosi adoranti della sua opera e della sua figura. Foucault stesso è a suo agio lì:
A inizio anni Ottanta i movimenti di liberazione sessuale hanno raggiunto importanti traguardi in Occidente: divorzio e aborto sono stati riconosciuti da molti Stati, portando con sé rivoluzioni di costume, fra cui la riorganizzazione del diritto di famiglia e la rivendicazione dell’autogestione dei corpi; l’omosessualità è depenalizzata pressoché ovunque, lo stigma va riducendosi man mano che la comunità LGBT esce dai “ripostigli” in cui è stata relegata dalla storia. La tragedia è però prossima a compiersi: nel giugno del 1981 il Center for Disease Control di Atlanta pubblica un bollettino che riporta il caso di cinque strani casi di polmonite a Los Angeles. Due anni dopo verrà identificato il virus dell’HIV, responsabile della sindrome di immunodeficienza acquisita, nota come AIDS; da allora al 1995 un uomo omosessuale americano su quindici è morto di AIDS e solo l’introduzione della terapia retrovirale nel 1996 è riuscita a fermare la strage.
Eribon dice che Foucault sembrava sottovalutare i rischi della nuova malattia; non sappiamo se fosse cosciente della sua condizione e stesse cercando di fare coping con il male che lo erodeva da dentro, imponendogli l’abbandono dei corsi dopo l’edizione del 1984, che riuscì a stento a chiudere nel mese di marzo. Il 2 giugno verrà ricoverato all’Ospedale Salpêtrière di Parigi, luogo che aveva studiato a fondo per le sue ricerche sulla storia della follia. Il 25 giugno 1984, un lancio dell’agenzia AFP «provoca stupore nelle redazioni e poi nella comunità intellettuale, quando la radio e la televisione daranno la notizia» (p. 383). Michel Foucault è morto.
Il pensiero e l’opera di Foucault, però, vivono ancora nei dipartimenti universitari, ma anche negli spazi di cultura e riflessione di tutto il mondo: i suoi studi su follia, detenzione, educazione, sessualità, fra i tanti, hanno innovato la metodologia di ricerca e posto nuove domande sugli oggetti di indagine delle ricerche in scienze sociali e discipline umanistiche. A cento anni dalla nascita, e a quarantadue dalla morte, si può sostenere che il sottotitolo Il filosofo del secolo scelto da Eribon per l’opera qui recensita, si addica alla grandezza intellettuale e al rigore metodologico dell’autore.