Scritto da Gideon Rachman
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«La fine pacifica della Guerra fredda rappresentò un’anomalia storica. Oggi la domanda è se le rivalità tra le grandi potenze possano ancora trovare una soluzione pacifica o se finiranno per culminare in una nuova guerra».
In È anche affar tuo. La rottura dell’ordine internazionale e la minaccia della terza guerra mondiale – pubblicato da Egea – Gideon Rachman, editorialista di punta di politica estera del Financial Times, riflette sulla crisi dell’ordine internazionale e sulle nuove rivalità tra Stati Uniti, Cina, Russia ed Europa, interrogandosi sulle possibili trasformazioni future degli equilibri globali.
Pubblichiamo di seguito, per gentile concessione dell’editore, un estratto del libro, tratto dal Capitolo 15 intitolato: Vincere senza combattere.
A decidere le sorti della Guerra fredda non fu una battaglia campale tra carri armati nelle pianure europee né uno scontro nucleare catastrofico: fu il crollo dell’URSS e dell’intero blocco sovietico. Non è possibile escludere che anche l’attuale contesa tra le grandi potenze mondiali segua un percorso analogo. La vittoria o la sconfitta potrebbero non dipendere dalla forza militare e a contare di più potrebbe essere in ultima istanza la capacità di tenuta dei protagonisti.
Sia Vladimir Putin che Xi Jinping hanno riflettuto a lungo sul crollo dell’Unione Sovietica. Putin lo ha definito una tragedia geopolitica provocata da un momentaneo cedimento nervoso della leadership sovietica. Xi la pensa più o meno allo stesso modo. In un discorso pronunciato davanti al Comitato centrale del Partito comunista nel 2013, il leader cinese si chiedeva: «Perché l’Unione Sovietica è crollata?». La sua risposta fu che l’URSS aveva rinnegato la propria storia e che eroi nazionali come Lenin e Stalin erano stati esposti al pubblico ludibrio. Per questo «la confusione ideologica regnava sovrana». Per scongiurare il rischio che in Cina potesse accadere qualcosa di simile Xi emanò un documento interno noto come «Documento n. 9», nel quale individuava le pericolose idee occidentali che la Cina doveva respingere, tra cui concetti come i «valori universali», l’indipendenza della magistratura e la «concezione di giornalismo occidentale»[1].
Sia Putin che Xi si guardano bene dall’attribuire il crollo dell’Unione Sovietica unicamente agli errori commessi dai leader sovietici. Entrambi ritengono che la promozione dei valori liberali da parte dell’Occidente sia stata un deliberato e riuscito tentativo di sovversione. E sono convinti che i Paesi occidentali continuino ancora oggi a seguire lo stesso copione.
Putin e i suoi alleati tornano ossessivamente sull’idea che l’Occidente abbia fomentato le rivolte filodemocratiche scoppiate nella periferia russa in Paesi come la Bielorussia, la Georgia e l’Ucraina, oltre che nella stessa Russia. Per un ex capo dei servizi segreti come Putin, l’idea che questi movimenti possano essere animati da un autentico desiderio popolare di libertà politica è semplicemente risibile. Osservata attraverso il prisma della storia russa l’idea che un’operazione di intelligence straniera possa destabilizzare il sistema politico di un Paese rivale deve invece apparire del tutto plausibile. Del resto durante la Prima guerra mondiale i tedeschi facilitarono il ritorno di Lenin in Russia proprio per destabilizzare il regime zarista e costringere la Russia a uscire dalla guerra – un’operazione che riuscì alla perfezione.
Anche la Cina di Xi ha adottato una visione altamente cospirazionista del movimento pro-democrazia di Hong Kong, che ha poi represso. Nel 2019, al culmine delle proteste, alcuni accademici filogovernativi sia a Hong Kong sia nella Cina continentale mi dissero in apparente buona fede che dietro il movimento di protesta cittadino c’era chiaramente la CIA. Ma che cosa accadrebbe se il presunto modello americano venisse usato proprio contro gli Stati Uniti? E se Russia e Cina riuscissero a far leva sulle divisioni interne all’Occidente e provocare la fine dell’impero americano? Un’America lacerata dall’interno o che volta le spalle ai suoi stessi alleati sarebbe un sogno che si avvera sia per la Russia che per la Cina: si prenderebbero la rivincita sulla Guerra fredda senza dover neanche combattere.
Quando una folla di sostenitori di Trump prese d’assalto il Congresso il 6 gennaio 2021, quella visione di un’America consumata dalle proprie tensioni interne sembrò improvvisamente molto più vicina alla realtà. In Cina un libro intitolato America Against America e pubblicato trent’anni prima, nel 1991, registrò un aumento improvviso delle vendite. Nell’opera si sosteneva che gli Stati Uniti rischiavano di essere travolti da «inarrestabili correnti di crisi sotterranee»[2]. Significativa era anche l’identità dell’autore di quella tesi: quando svolse le sue ricerche per America Against America, Wang Huning era un accademico cinese in visita negli Stati Uniti. Nel 2021 era uno dei soli sette membri del Comitato permanente del Politburo del Partito comunista cinese, e quindi una delle persone più potenti della Cina. Wang si è guadagnato vari appellativi, tra cui quello di «sommo teorico della Cina» e «zar ideologico» di Xi Jinping. Se c’è una persona che più di ogni altra contribuisce a plasmare il pensiero del presidente sugli Stati Uniti, quella è probabilmente Wang, l’unico membro della sua cerchia più ristretta proveniente dal mondo accademico anziché dai ranghi del Partito comunista.
La tesi sostenuta da Wang nel 1991 era che la principale debolezza dell’America erano le sue divisioni interne. Nell’era di Trump può sembrare un’osservazione quasi scontata, ma giungere a una simile conclusione all’inizio degli anni Novanta, subito dopo la caduta del Muro di Berlino e all’alba dell’era dell’egemonia globale americana, fu al tempo stesso insolito e lungimirante. Riletto oggi, America Against America colpisce per il carattere impressionistico di molte delle sue conclusioni. Wang cita sì studi e teorie accademiche, ma sembra aver trascorso gran parte del proprio tempo guardando la televisione e leggendo i giornali. Furono soprattutto queste esperienze a plasmarne la visione di un’America profondamente disfunzionale.
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L’idea che gli Stati Uniti possano disgregarsi e andare incontro alla stessa sorte dell’Unione Sovietica affascina ed entusiasma l’élite nazionalista russa. Come Wang Huning, queste persone amano cercare conferme nelle produzioni di Hollywood. Civil War, il film del 2024 che immagina la secessione della California e del Texas, è stato citato da diversi membri della cerchia di Putin. Per Dmitrij Medvedev, ex presidente russo noto per le sue sanguinarie minacce nucleari, è la prova di un’imminente guerra civile: «Hollywood non gira film del genere senza motivo»[3].
La Russia è ben felice di dare una mano al processo di autodistruzione degli Stati Uniti. Aleksandr Dugin, uno dei principali ideologi del nazionalismo russo, la cui popolarità è cresciuta sensibilmente dopo l’invasione su vasta scala dell’Ucraina, sostiene che la Russia debba «alimentare il disordine geopolitico all’interno degli Stati Uniti, incoraggiando ogni forma di separatismo e fomentando conflitti etnici, sociali e razziali»[4].
Nel corso delle elezioni presidenziali statunitensi del 2016 divenne evidente che la Russia era intenzionata a mettere in pratica questo suggerimento. Sebbene Trump respinga rabbiosamente l’idea di un’ingerenza russa in quelle elezioni definendola la «bufala della Russia», esistono numerose prove documentate delle operazioni di destabilizzazione condotte da Mosca.
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Naturalmente né la Russia né la Cina possono fabbricare le divisioni che attraversano le società occidentali, ma possono sicuramente contribuire a renderle più profonde. All’epoca delle elezioni presidenziali del 2024, quelle fratture erano diventate lampanti. Nei primi mesi del suo secondo mandato Trump dichiarò che il principale nemico degli Stati Uniti non erano la Russia o la Cina, bensì «il nemico interno»[5]. Parole del genere non potevano che essere musica per le orecchie di Xi e di Putin. A quel punto l’odio che divideva i due fronti contrapposti della politica americana era diventato così intenso che perfino testate autorevoli come The New Yorker e Foreign Policy pubblicarono articoli sulla possibilità di una seconda guerra civile americana[6].
Trump ha inoltre attaccato le istituzioni indipendenti a cui si deve gran parte della forza e della stabilità degli Stati Uniti. La sua amministrazione ha ingaggiato uno scontro frontale con l’Università di Harvard, la Columbia University e altri prestigiosi atenei, generalmente considerati tra i principali punti di forza del Paese. I finanziamenti alla ricerca medica e scientifica sono stati falciati. Ma Trump ha soprattutto cercato di politicizzare gli organismi indipendenti che forniscono al governo analisi, dati e consulenza. In un episodio eclatante ha licenziato il direttore del Bureau of Labor Statistics perché non gli piacevano i dati sull’occupazione pubblicati dall’agenzia. Ha inoltre cercato di assoggettare la Federal Reserve al suo controllo e alla sua influenza. E ha nominato fedelissimi privi dell’esperienza richiesta dal ruolo alla guida di istituzioni chiave come l’FBI, il Pentagono e il dipartimento di Giustizia.
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L’effetto combinato della crisi finanziaria del 2008, della pandemia e dell’invecchiamento della popolazione sta spingendo il debito pubblico europeo su livelli pericolosi. Nel Regno Unito il rapporto debito/PIL si sta avvicinando al 100 per cento – una soglia già ampiamente superata da Francia e Italia. Oneri debitori di tale portata costringono i governi ad aumentare le imposte e a ridurre la spesa pubblica, alimentando il malcontento di molti elettori e favorendo ulteriormente l’ascesa dei movimenti populisti e il declino delle forze politiche di centro. I sondaggi d’opinione condotti nel Regno Unito nel 2025 continuavano ad assegnare buone possibilità di vittoria alle prossime elezioni (che però non si terranno prima del 2029) a Reform, il partito populista di destra guidato dall’amico di Trump Nigel Farage. In Francia i sondaggi davano per favorita alle elezioni presidenziali del 2027 la persona che si candiderà con il partito di estrema destra Rassemblement National (RN): Marine Le Pen o Jordan Bardella. Risultati del genere costituirebbero una vera e propria rivoluzione politica per il Regno Unito e la Francia e sarebbero un’ottima notizia per Vladimir Putin. In passato sia Farage che Le Pen hanno espresso ammirazione per il leader russo e si sono mostrati scettici nei confronti del sostegno occidentale all’Ucraina. L’ascesa dell’estrema destra accentuerebbe inoltre le divisioni in seno all’Europa e all’alleanza occidentale, rendendo molto più difficile per l’Unione Europea e la NATO adottare posizioni unitarie nei confronti della Russia e della Cina.
Sarebbe però un errore pensare che soltanto l’Occidente sia esposto al rischio di sconvolgimenti futuri. L’Unione Europea e gli Stati Uniti restano società molto più aperte della Russia o della Cina, e per questo i loro problemi sono sotto gli occhi di tutti e vengono discussi pubblicamente. Nei sistemi autoritari, invece, i problemi tendono a restare nascosti e il dibattito viene represso. Ma sia la Russia che la Cina sono esposte a crisi improvvise in grado di far emergere le tensioni politiche e sociali che covano sotto la superficie.
Putin ebbe la sua vistosa ribellione da gestire nel giugno del 2023, quando le truppe del Gruppo Wagner guidate dal suo ex protetto Yevgeny Prigozhin marciarono su Mosca. Gli oppositori di Putin finiscono spesso per fare una brutta fine: Prigozhin e alcuni dei suoi collaboratori morirono in un incidente aereo due mesi dopo la rivolta; Aleksej Navalny, il leader dell’opposizione che aveva mobilitato nelle strade di Mosca migliaia di persone per protestare contro Putin, morì avvelenato in carcere nel febbraio del 2024.
La brutalità e la spietatezza del leader russo gli sono valse l’etichetta di «uomo forte». Ma il suo frequente ricorso alla violenza è anche il segno della fragilità e della potenziale debolezza del sistema russo. In apparenza Putin ha saldamente ripreso il controllo; tuttavia, ha ormai superato i settant’anni e la questione della successione si fa sempre più pressante. Ai tempi dell’Unione Sovietica il Partito comunista disponeva di un Politburo e di un meccanismo consolidato per la scelta dei nuovi leader. Putin, invece, governa come uno zar dei giorni nostri. Nessuno sa davvero che cosa accadrà dopo di lui, né che cosa succederà se e quando dovesse ammalarsi. Ci sono tutte le premesse per un futuro instabile e turbolento.
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Xi ha finora saggiamente resistito alla tentazione di entrare in guerra. È abilissimo a proiettare dinanzi agli occhi del popolo cinese e del resto del mondo un’immagine di calma e compostezza. Eppure, perfino in una Cina rigidamente controllata non sono mancati episodi di dissenso pubblico che hanno messo in allarme le autorità.
Gli incidenti più eclatanti degli ultimi anni sono state le proteste dei «fogli bianchi» del novembre 2022, che portarono Xi ad abbandonare la sua rigida politica «zero Covid», responsabile di ripetuti e draconiani lockdown in tutto il Paese. Quando un incendio nello Xinjiang provocò la morte di dieci persone – che secondo alcune ricostruzioni i soccorritori non riuscirono a salvare a causa delle restrizioni anti-Covid – scoppiarono subito proteste in tutte le principali città cinesi, tra cui Pechino e Shanghai. I manifestanti tenevano tra le mani fogli di carta bianchi a simboleggiare la censura e l’impossibilità di esprimere il loro dissenso. Già all’inizio di dicembre il governo si vide costretto ad abbandonare formalmente le restrizioni previste dalla politica «zero Covid». Le proteste dei «fogli bianchi» furono le più grandi manifestazioni pubbliche mai tenutesi in Cina dalla rivolta di Piazza Tiananmen del 1989 e dimostrarono che perfino il formidabile apparato di sicurezza interna cinese – per giunta sorretto dalle moderne tecnologie di sorveglianza – non era in grado di mettere il regime al riparo dal rischio di proteste popolari.
Anche ai vertici le ripetute epurazioni di alti funzionari e ufficiali delle forze armate lasciavano intendere che il regime fosse meno stabile e compatto di quanto il Partito comunista cinese volesse far credere al mondo. È semplicemente straordinaria la frequenza con cui sotto Xi sono stati rimossi alti funzionari e ufficiali militari. Nel 2022 venne epurata anche la cosiddetta Forza missilistica, il corpo creato dallo stesso Xi per gestire l’arsenale nucleare e i missili convenzionali del Paese. Dopo le voci di piani segreti finiti nelle mani degli americani, il comandante e diversi alti ufficiali scomparvero praticamente dalla circolazione[7]. Qin Gang, un diplomatico di punta, venne nominato ministro degli Esteri alla fine del 2022 per poi essere destituito appena duecento giorni dopo e sparire dalla scena pubblica. Nell’agosto 2023 anche Li Shangfu, ministro della Difesa cinese che avevo visto pronunciare un discorso dai toni bellicosi a Singapore solo un paio di mesi prima, fu epurato e scomparve dalla circolazione.
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Al di là delle apparenti turbolenze ai vertici delle forze armate e del Partito comunista, la Cina si è trovata ad affrontare problemi sociali di più ampio respiro. Per un Paese che ha conosciuto un boom economico tanto straordinario quanto duraturo, i livelli di disoccupazione giovanile, stimati intorno al 20 per cento, sono elevatissimi. Il problema sembra essere particolarmente acuto tra i giovani laureati, e sono molte le testimonianze di ragazzi altamente qualificati che faticano a trovare il tipo di lavoro a cui aspirano. Si conoscono casi di laureati plurilingui con titoli postuniversitari conseguiti presso prestigiose università occidentali o cinesi e costretti a lavorare come babysitter o fattorini[8]. La disillusione è tanto più profonda se si pensa che la competizione per accedere alle università d’élite è feroce. Tutto ciò ha dato origine al fenomeno del tǎng píng («stare sdraiati»), una forma di ritiro volontario dalla competizione sociale simile al dropping out occidentale.
Non è possibile sapere se e in che modo questi problemi sociali influenzeranno il sistema politico. Ma la Cina, come la Russia, è oggi nelle mani di un leader autocratico ultrasettantenne e ciò prefigura inevitabilmente un cambiamento politico all’orizzonte. E tanto in Cina quanto in Russia i passaggi di leadership sono spesso stati accompagnati da sconvolgimenti politici e sociali. Putin, in particolare, sa senza dubbio che la Russia soffre di gravi debolezze interne. È per questo che ha adottato una strategia che alcuni analisti definiscono del last man standing («l’ultimo superstite»). Il suo spietato obiettivo è resistere più a lungo degli Stati Uniti sfruttandone le debolezze, nella speranza che il sistema americano crolli prima che la Russia sia costretta ad affrontare i propri problemi. Nonostante tutti i proclami di Trump sul «rendere di nuovo grande l’America», Putin e Xi si augurano entrambi che il presidente degli Stati Uniti stia in realtà minando i profondi vantaggi strutturali che hanno permesso al suo Paese di prevalere sull’Unione Sovietica durante la Guerra fredda.
La verità è che Trump è chiaramente attratto dallo stile di governo dell’«uomo forte» e cerca di emulare alcuni aspetti della Russia di Putin e della Cina di Xi, in particolare la capacità di un leader supremo di fare un uso arbitrario del potere, svincolato dai limiti imposti dalla legge o dalle istituzioni che non dipendono dal potere esecutivo. Il rischio è che Trump stia smantellando proprio quelle strutture politiche e sociali che hanno reso grande l’America.
I problemi e le tensioni interne delle principali potenze mondiali – gli Stati Uniti e l’Unione europea, la Russia e la Cina – possono provocare cambiamenti politici radicali in patria, destinati poi a ripercuotersi sugli affari internazionali. La Guerra fredda finì esattamente così. Ma la conclusione pacifica della Guerra fredda ha instillato in molti analisti un falso senso di sicurezza: la convinzione che una guerra tra le principali potenze mondiali sia ormai un anacronismo definitivamente consegnato alla storia. In realtà la fine pacifica della Guerra fredda rappresentò un’anomalia storica. Come hanno osservato politologi e storici, accade con molta più frequenza che le rivalità tra grandi potenze vengano risolte attraverso la guerra[9].
Oggi la domanda cruciale è se le rivalità tra le grandi potenze possano ancora una volta trovare una soluzione pacifica, come avvenne tra il 1989 e il 1991, oppure se i mutamenti negli equilibri di potere internazionali e la rinascita del nazionalismo finiranno di nuovo per culminare in una guerra, come è accaduto troppo spesso nel corso della storia.
[1] Gideon Rachman, The Age of The Strongman: How the Cult of the Leader Threatens Democracy around the World, Penguin Books / Vintage Publishing, Londra 2023, p. 63.
[2] Chang Che, How a book about America’s history foretold China’s future, «The New Yorker», 21 marzo 2022; Wang Huning, America Against America, edizione Amazon UK, 2025, originariamente pubblicato China nel 1991.
[3] Mikhail Zygar, Putin sees America hurtling to disaster, with Trump at the wheel, «New York Times», 19 novembre 2024.
[4] Aleksandr Dugin, Основы геополитики: геополитическое будущее Росси, Arktogeja, Mosca 1997, (traduzione inglese: Foundations of Geopolitics: The Geopolitical Future of Russia, edizione Amazon Kindle, 2022).
[5] NPR Washington Desk, Trump defends use of the U.S. military against the “enemy within”, «NPR», 30 settembre 2025.
[6] Charles Bethea, The Americans prepping for a second civil war, «The New Yorker», 4 novembre 2024; Thomas E. Ricks, Will we have a 2nd civil war? You tell me, «Foreign Policy», 7 marzo 2017.
[7] Michael Sheridan, The Red Emperor: Xi Jinping and His New China, Headline, Londra 2024, p. 303.
[8] Intervista dell’Autore con Keyu Jin, Rachman Review, 18 maggio 2023.
[9] Graham Allison, Destined for War: Can America and China Escape Thucydides’s Trap?, Scribe, New York 2017, (traduzione italiana: Destinati alla guerra. Possono l’America e la Cina sfuggire alla trappola di Tucidide?, Fazi, Roma 2018).