A scuola di futuro: giovani e cooperazione
- 01 Dicembre 2018

A scuola di futuro: giovani e cooperazione

Scritto da Andrea Baldazzini

9 minuti di lettura

Mai come oggi appare tanto difficile immaginare alternative ad uno scenario societario come quello attuale, segnato da precarietà, insicurezza, rinnovate tensioni tra gruppi sociali e da una profonda sfiducia verso le istituzioni pubbliche. Allo stesso tempo però, mai come oggi vi è tanta disponibilità di strumenti e risorse per sperimentare modalità differenti di aggregazione, partecipazione politica o di produzione di valore, sia sul versante economico che relazionale. Non è dunque un caso che la cooperazione, grazie alla sua capacità di adattarsi e reinventarsi costantemente, stia vivendo una vera e propria riscoperta e contemporaneamente un momento di profonda trasformazione. Un primo aspetto da tenere infatti ben presente, riguarda la relazione che lega lo sviluppo del movimento cooperativo alle principali dinamiche socio-economiche che interessano il nostro Paese, e non solo. Se da un lato si assiste all’assorbimento da parte delle tradizionali logiche di mercato di riferimenti a principi quali la collaborazione, la relazionalità o la condivisione, tipici di contesti fino ad oggi marginali, dall’altra vi è una grande ripresa del paradigma mutualistico declinato nelle sue innumerevoli accezioni[1].

Tali dinamiche spingono poi la cooperazione a confrontarsi con sfide che nel breve periodo la porteranno inevitabilmente a ridefinire la propria identità e il proprio ruolo in maniera profonda, sfide che se sapute affrontare in maniera adeguata, diverranno importanti occasioni per tracciare nuovi confini e mettere in campo nuove prassi, riscoprendo anche quell’intuizione propria delle origini che ben sottolinea Stefano Zamagni quando scrive: «Anziché vedere la cooperativa come rimedio ad uno specifico ‘fallimento’ della forma capitalistica d’impresa, gli autori classici da Smith a Cairnes e gli italiani Ugo Rabbeno, Luigi Luzzatti, Emilio Nazzani, Antonio Cusumano, videro la cooperazione come la regola, e non già come l’eccezione, del modo di fare impresa. […] L’operazione culturale lanciata dagli studiosi ottocenteschi non fu pertanto quella di pensare alla cooperazione come ad un gruppo di imprese nelle quali si praticava la mutualità in opposizione al dominante e pervasivo profit motive, ma di leggere e interpretare l’economia di mercato come luogo di cooperazione, prima ancora che di conflitto di interessi»[2].

Ciò che diverrà la cooperazione sociale nei prossimi anni, dipenderà dunque dalla combinazione di una pluralità di fattori interni ed esterni ad essa, indubbiamente però si dovrà mettere in campo una strategia che guardi al lungo periodo, all’interno della quale il tema dei giovani non potrà che occupare una posizione di primo piano in quanto elemento strategico per l’evoluzione dell’intero movimento cooperativo. A fianco di questioni come la sostenibilità, la sperimentazione di nuove forme di governance, la costruzione di partnership con organizzazioni di diversa natura, o il tentativo di riequilibrare talune perversioni del mercato tradizionale, è arrivato il momento di interrogarsi su quale contributo potranno dare i più giovani al futuro della cooperazione e su quale contributo potrà dare la cooperazione al loro futuro.

Un serio confronto tra cooperazione e nuove generazioni rappresenta infatti per quest’ultime una grande opportunità di poter scoprire nuovi modi con cui guardare ai propri luoghi di vita, alle proprie relazioni personali, alle proprie identità e aspirazioni, ma su questo si tornerà in seguito. Dal punto di vista invece della cooperazione ciò rappresenta un’importante occasione per avviare un reale percorso di rinnovamento che sappia fornire prospettive concrete a quei giovani così difficili da raggiungere e coinvolgere, ma di cui non si può fare a meno in un’ottica di lungo periodo. Un tale percorso di rinnovamento porta con sé però anche difficoltà di non poco conto poiché, come sottolineato da Venturi[3], per il movimento cooperativo significa ripensare i meccanismi di partecipazione interna, accettare di cedere potere e affrontare momenti di conflittualità inevitabili in fasi di profonda trasformazione come quelli attuali.

I temi dell’educazione alla cooperazione e delle sfide che si troverà ad affrontare il movimento cooperativo nel futuro, costituiscono inoltre un’ulteriore modalità di declinazione delle due principali funzioni proprie della cooperazione sociale che ancora Zamagni ben riassume: da una parte nella funzione sociale, identificabile con le attività che essa svolge a favore delle persone, dall’altra nella funzione civile che riguarda il suo impegno a intervenire nelle logiche di mercato e nelle dinamiche di carattere più politico-partecipativo, ponendosi quale attore capace di stare dentro al gioco e allo stesso tempo di cambiarne le regole[4]. In queste pagine si intenderanno dunque proporre alcune riflessioni in merito: da un lato alla valenza pedagogica insita in percorsi di educazione alla cooperazione per i più giovani, dall’altra al ritorno in termini di capitale umano e incidenza civico-politica della cooperazione sui territori, in funzione prima di tutto del coinvolgimento di quelle fasce giovanili che vivono i propri luoghi di vita in maniera sempre più distante e percepiscono il lavoro come un qualcosa di sempre più astratto.

Guardando alle progettualità già in corso di realizzazione su questo tema, e di cui si faranno alcuni esempi tra poco, si può fin da ora affermare che discutere di educazione alla cooperazione significhi in primo luogo discutere della costruzione di percorsi progettuali con quelle realtà territoriali più vicine ai giovani, come ad esempio gli istituti scolastici, facendo di questo il punto di inizio per l’avvio di più ampi ripensamenti negli ambiti delle politiche giovanili, dell’animazione sociale e della sensibilizzazione alla partecipazione civica. Dal punto di vista del mondo cooperativo significa poi in primo luogo promuovere una nuova forma di apertura al territorio e alle sue comunità, che a partire dalla scommessa sulla formazione dei giovani sappia innescare concreti percorsi di innovazione interna, e avviare la costruzione di reti territoriali in grado di coinvolgere una molteplicità di altri soggetti pubblici e privati: ormai è impossibile pensare allo sviluppo delle organizzazioni in modo separato dallo sviluppo dei corrispettivi territori. Non solo quindi educazione alla cooperazione come trasmissione di competenze, progettazione di nuovi servizi, valorizzazione delle risorse esistenti, sperimentazione di reti pluriattoriali e incentivo all’imprenditorialità giovanile, ma soprattutto educazione alla cooperazione come pratica per l’immaginazione condivisa di un’alternativa per il futuro dei giovani e dei territori in cui abitano.

A livello nazionale si possono poi già ritrovare interessanti esperienze a riguardo. Ad esempio il progetto Cooperattivamente promosso da Legacoop nella cui descrizione si legge: «Lo scopo dell’educazione cooperativa nelle scuole è quello di preparare le nuove generazioni a vivere e a lavorare insieme; questo strumento, infatti, sviluppa fra i giovani la solidarietà, educa alla partecipazione democratica e alla condivisione, all’assunzione di responsabilità personali, alla ideazione, realizzazione, gestione e al controllo dei vari progetti[5]». Oppure l’iniziativa di Confcooperative dal titolo Coop Work in Class, una proposta nazionale di alternanza scuola-lavoro che fino ad ora ha coinvolto più di 15.000 studenti e si occupa di insegnare loro a fare leva sulle risorse del proprio territorio per avviare progettualità sperimentali concrete che in molti casi portano alla nascita di vere e proprie cooperative o associazioni. Per comprenderne il reale impatto è sufficiente osservare nel dettaglio i singoli progetti realizzati dalle scuole. Si vedrà come le azioni proposte dagli studenti indichino un cambiamento radicale del loro modo di guardare al territorio, alle proprie capacità e alle proprie relazioni con coetanei e adulti. Dall’altro lato tali progetti producono persino un, seppur minimo, cambiamento nell’ecosistema cooperativo-associativo di quei luoghi.

Indicare dunque ai più giovani un diverso modo di guardare ai propri luoghi di vita, rappresenta anche il momento iniziale per la costruzione di una loro prima forma di pensiero critico, in grado di mostrare come sia realmente possibile mettere in discussione la realtà data e quanto valga la pena impegnarsi per migliorarla organizzandosi e collaborando. L’insegnare a immaginare un’alternativa, a realizzarla insieme ad altri senza dimenticare ciò che già vi è attorno, permette inoltre di evidenziare lo stretto legame che intercorre tra il piano sociale e quello civico-politico, legame che si chiarisce ulteriormente se messo in relazione con l’approfondimento di alcune semantiche, che saranno presentate di seguito, nelle quali i più giovani risultano particolarmente coinvolti e verso cui la mediazione di una realtà come quella della cooperazione segna la differenza. I giovani vengono poi così coinvolti in un più ampio ripensamento delle dinamiche economico-produttive del territorio dove il tema della coesione, delle reti e della sperimentazione risulta cruciale. Come afferma Paolo Venturi: «È all’interno di uno scenario contraddistinto dalla domanda di rinnovamento dei legami sociali, che si posiziona lo sviluppo di un’economia locale coesiva in cui la dimensione relazionale e comunitaria costituisce la principale risorsa per la produzione di valore economico e sociale. Ridisegnare la qualità dello sviluppo, infatti, chiede un cambio di visione e un importante investimento (in termini sia di risorse economiche che di capitale umano) in processi inclusivi, comunitari e collaborativi contraddistinti dalla capacità di orientarsi all’impatto[6]». La cooperazione possiede senza dubbio tutte le caratteristiche per porsi tra i soggetti alla guida di questo vasto processo trasformativo che tocca la vita delle collettività da molti punti di vista, ma deve riuscire a mettere sul campo risposte concrete e distinguersi da quei falsi meccanismi inclusivi che non fanno altro che reiterare vecchie forme di estrazione di valore.

Adottando poi un punto di vista più vicino ai giovani, e riprendendo il riferimento fatto poco sopra alle semantiche che oggi li vedono particolarmente coinvolti, di seguito ne verranno presentate tre la cui declinazione contribuisce a definire ulteriormente il ruolo chiave giocato da progetti di educazione alla cooperazione rispetto alle capacità dei giovani di ripensare il proprio ambiente di vita tradizionale, il proprio futuro e le forme di collaborazione con gli altri.

1) La prima semantica può facilmente essere riassunta nel cosiddetto paradigma del cambiamento. Attraverso la scoperta, e dunque la mediazione, del mondo cooperativo, dell’impegno in reali progettualità d’impresa, i giovani cominciano un percorso di riappropriazione del proprio futuro che smette di essere un orizzonte caratterizzato dalla sola precarietà e insicurezza, per farsi orizzonte di potenzialità sul quale è possibile intervenire organizzandosi e collaborando. Ciò diviene anche la premessa per una critica a quel realismo capitalista[7] che vorrebbe imporre l’ideale thatcheriano secondo cui «there is no alternative». La cooperazione invece rappresenta qui il simbolo di una possibile alternativa e il mezzo per passare da una logica scolastica basata sui ‘compiti’, ad una logica più matura centrata sui ‘progetti’. Cooperazione dunque come educazione alla progettazione, all’orientamento del cambiamento secondo la costruzione di finalità condivise per immaginare, insieme, possibili futuri alternativi.

2) La seconda semantica è quella dell’imprenditorialità. Termine molto discusso, la cui principale risemantizzazione deriva da quella che Becattini osserva essere la riscoperta della produzione come fatto primariamente sociale[8]. A questo proposito sempre Venturi scrive: «La dimensione produttiva non è più solo appannaggio del mercato e delle sue regole massimizzatrici, ma è la modalità e il luogo in cui ‘si forma il carattere delle persone’ (Marshall), si investe sulle loro capabilities (A. Sen), producendo così benessere. La ‘produzione’ è un fatto sociale che si manifesta attraverso la cooperazione fra soggetti (Becattini) ed è la modalità peculiare delle cooperative per generare e redistribuire valore[9]». Ancora una volta la cooperazione diviene il simbolo di una diversa maniera di condurre e declinare i processi, oltre che un diverso modo di guardare al lavoro quale momento per la realizzazione di sé che mette al centro la produzione e l’imprenditorialità in quanto elementi costitutivi della persona e delle comunità, superando così anche lo schiacciamento del valore sul profitto e dimostrando come l’inclusione costituisca un fattore decisivo per la crescita di economie positive.

3) La terza semantica è quella dell’identità. Quest’ultima è in un certo senso l’esito più diretto della combinazione delle due precedenti. L’imparare ad affrontare il cambiamento con spirito progettuale, il cimentarsi con una logica concretamente imprenditoriale ma allo stesso tempo cooperativa, la partecipazione a processi produttivi che coinvolgono il territorio, il collaborare con compagni e professionisti, rappresentano per un giovane gli ingredienti primari per l’avvio di un processo di costruzione del sé che metta al centro l’esperienza, i luoghi e le relazioni[10]. Un’utile risposta alla difficoltà da parte dei giovanissimi di assemblare una propria identità che sia in grado di tenere testa ai rapidissimi cambiamenti sociali e alle nuove forme di vita individuale, può venire dunque proprio da progettualità educative esperienziali come quelle evocate in queste pagine che vedono nella cooperazione una realtà di mediazione in grado di fornire reali opportunità di crescita personale.

La breve presentazione di queste tre semantiche, unita a quanto detto nella prima parte dell’articolo, dovrebbe mostrare la grande rilevanza e il grande impatto che progetti di educazione alla cooperazione possono avere sui giovani, sia rispetto alla definizione di un sé maturo, sia nella relazione con i propri luoghi di vita. Dall’altro lato, se la cooperazione sarà in grado di mettere in campo percorsi di inclusione più strutturati e di lungo periodo, oltre ad accettare l’emergere di dialettiche interne che inevitabilmente insorgeranno nell’includere le nuove generazioni, allora essa dimostrerà di avere maturato una nuova consapevolezza che risulterà di vitale importanza per vincere le sfide che l’attendono nel prossimo futuro.

Considerati poi i molti attraversamenti tra piani e questioni fatti in queste pagine, conclusioni adeguate richiederebbero una trattazione a sé e necessiterebbero di un confronto serrato con ciascuno degli attori qui evocati. Pertanto, il miglior modo per terminare questa breve riflessione è quella di evidenziare il cambio di paradigma che lentamente sta emergendo e verso il quale il movimento cooperativo sarà chiamato a prendere posizione. In un libro di qualche anno fa dal titolo La nuova ragione del mondo. Critica alla razionalità neoliberista Pierre Dardot e Christian Laval affermano: «Il governo degli uomini può fondarsi su un governo di sé che si apra a rapporti con gli altri che non siano quelli della concorrenza tra attori imprenditori di se stessi. Le pratiche di condivisione del sapere, di mutua assistenza, di lavoro cooperativo possono disegnare le linee di un’altra ragione del mondo. Non la si potrebbe designare meglio: la ragione del comune[11]». E saranno proprio i modi di declinare questo ‘principio del comune’, a segnare il superamento dell’ambiguità che separa processi realmente innovativi dalla reiterazione di vecchie logiche di sfruttamento, entrambi proiettati nel medesimo slancio di costruzione delle comunità di domani.


[1] «Vita», Mutualismo. Storia passata o storia futura?, numero 09/2018.

[2] www.aiccon.it/cooperazione/

[3] Cfr., «Pandora Rivista», numero speciale Cooperazione.

[4] www.aiccon.it/cooperazione/

[5] www.legacoopfvg.it/2014/02/legacoop-form-scuole-presentato-con-patr.pdf

[6] www.aiccon.it/2018/10/Short-Paper-Imprese-Coesive.pdf

[7] Cfr., Mark Fisher, Realismo capitalista, traduzione e prefazione di Valerio Mattioli, Nero, Roma 2018.

[8] Cfr., Giacomo Becattini, La coscienza dei luoghi: il territorio come soggetto corale, con un dialogo tra un economista e un urbanista di Giacomo Becattini e Alberto Magnaghi; presentazione di Alberto Magnaghi, Donzelli, Roma 2015.

[9] Paolo Venturi, «Vita.it», Produrre fraternità, 05 maggio 2016.

[10] www.aiccon.it/2018/10/Short-Paper-Imprese-Coesive.pdf

[11] Pierre Dardot e Christian Laval, La nuova ragione del mondo: critica della razionalità neoliberista, prefazione all’edizione italiana di Paolo Napoli, DeriveApprodi, Roma 2013.

Scritto da
Andrea Baldazzini

Docente a contratto e assegnista di ricerca al Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali dell’Università di Bologna dove svolge attività di ricerca sui temi dell’imprenditoria sociale e delle trasformazioni dei sistemi di welfare territoriale.

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