Albania: un cammino verso la democrazia
- 03 Luglio 2017

Albania: un cammino verso la democrazia

Scritto da Pietro Dalmazzo

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Gli arbusti e i pini, tipici della macchia mediterranea, si alternano in un continuo e vorticoso turbinio di paesaggi ad aree desertiche, paludi e zone montane; viaggiando velocemente tra i paesaggi dell’Albania, basta mettere a fuoco lo sguardo per notare i cosiddetti Bunkerët. Sono a migliaia, a decine di migliaia e costellano la ruralità albanese con una sorprendente continuità; costruiti da Hoxha a partire dagli anni Sessanta come rifugi e depositi di armi, per il timore di un invasione terrestre, adesso sono in disuso e segnano, in maniera quasi indelebile, il volto dell’Albania, assumendo un valore simbolico. Pericolanti, grigi e crepati, sono una faccia della regione difficile da ignorare; rappresentano quel passato del paese con il quale è difficile chiudere definitivamente i conti, che rimane, nelle pieghe del paesaggio, così come della società, pronto ad emergere e a reclamare il suo posto.

Il crollo di uno stato comunista, non è il crollo di uno stato qualsiasi, non è una semplice sconfitta politica. Quanto creato dai regimi comunisti al loro interno è molto di più rispetto ad un semplice sistema di governo, è una religione, è la costruzione di un rapporto specifico e personale tra lo stato ed i cittadini, che influenza in modo determinante la vita di tutti. La dissoluzione, il crollo di un sistema comunista è, prima di tutto, il crollo di una relazione con la quale le persone hanno dovuto rapportarsi, tutti i giorni della loro vita, per decenni. Per questo, quando si analizza una situazione post-socialista, non è mai corretto assumere gli schemi che guidano il nostro vivere e semplicemente sovrapporli ad un passato totalmente diverso, fondato su un rapporto stato-cittadino che difficilmente risulta comprensibile ad uno sguardo esterno.

L’Albania e gli albanesi, dalla fine della seconda guerra mondiale fino agli anni Novanta, furono soggetti ad un regime comunista tra i meno conosciuti, ma tra i più radicali del panorama storico mondiale. Dal 1954 al 1990, il paese fu sottoposto al regime di un partito unico, guidato da Enver Hoxha fino alla sua morte, e negli ultimi anni da Ramiz Alia.

Di matrice stalinista, il comunismo di Hoxha si distinse per la sua durezza, negando ogni diritto umano, impedendo l’accesso ad una qualsiasi sorta di stato di diritto, lo stesso ministero della giustizia venne sospeso per diversi anni, prima di venire ristabilito negli anni Novanta.

La vita economica era scandita, costantemente, da piani biennali e quinquennali e la politica estera albanese fu caratterizzata da un estremo isolazionismo, che portò il paese a vivere in una condizione di isolamento rispetto al mondo esterno. La popolazione, impossibilitata a raggiungere l’esterno, dovette adattarsi a questo regime, che proclamava ed applicava l’ateismo di stato[1], sostituendo di fatto alla religione il culto del partito.

Subentrato ad Hoxha, dopo la sua morte nel 1985, Alia portò avanti un tentativo di liberalizzazione e di apertura al mondo esterno, causando una serie di proteste e disordini interni, a causa dei quali il presidente venne costretto a concedere il ritorno alla proprietà privata e la legittimità dei gruppi di opposizione, permettendo loro di presentarsi alle successive elezioni[2].

 

L’Albania degli anni Novanta

Anche senza soffermarsi sui dettagli di quanto compiuto dal governo Hoxha, bisogna riconoscere quel regime come molto negativo a livello sociale, politico ed economico. Una volta sconfitto, la sua eredità continuò ad essere influente nel paese.

I primi anni di transizione post-socialista, contrassegnati da costanti aperture a livello economico e sociale, furono tra i più complessi della recente storia albanese, caratterizzata da una fortissima emigrazione [3], una crisi economica dovuta alla transizione da un sistema all’altro non seguita adeguatamente a livello nazionale ed internazionale. Un susseguirsi di crisi politiche, truffe[4], disordini, brogli elettorali e malavita organizzata portarono il paese sull’orlo dell’anarchia all’inizio del 1997.

A questo si aggiunse un tentativo di blocco navale da parte dell’Italia e l’arrivo di centinaia di migliaia di profughi albanesi dal Kosovo [5]. Il quadro della situazione albanese a fine anni Novanta risultava quindi drammatico.

Da un regime comunista fortemente limitativo della libertà pubblica ed individuale si passò ad una fase di transizione tragica e violenta, nella quale si arrivò a sfiorare l’anarchia e la guerra civile: è questa l’immagine della prima Albania post-socialista, dell’Albania che si riapre al mondo esterno.

Gli anni Novanta furono anni di transizione molto complicati, dovuti a molteplici cause. tra le quali si possono annoverare: le problematiche di passaggio di sistema, la crisi delle regioni circostanti, una classe politica ancora non adatta al pluralismo e l’inserimento, improvviso, in un contesto globale, che furono fortemente destabilizzanti per un paese abituato ad un estremo isolazionismo. Successivamente il paese riuscì a rialzarsi superando, seppur in maniera traumatica, l’anarchia del ’97 e tentando di intraprendere un processo di democratizzazione ed europeizzazione.

Le tappe di questo processo, iniziato con la Costituzione del 1998, sono molte: l’ultima di queste è la riforma della giustizia voluta dal premier Edi Rama. Naturalmente il percorso è stato molto contraddittorio, con diverse interruzioni e passi indietro, relativi ad esempio alla poca credibilità dei media[6], alle crisi politiche[7], alle violenze[8] e al disamore nei confronti di una classe burocratica ancora spesso vittima della corruzione e del nepotismo.

Queste problematiche sono reali, ma sarebbe riduttivo non ampliare lo sguardo anche verso i progressi compiuti: su tutti è evidente come, partendo dall’anarchia, l’Albania abbia sviluppato un quadro macroeconomico stabile e abbia fatto innegabili progressi sul piano democratico e politico, nonostante le crisi periodiche: un passo verso una stabilità democratica, oltre che economica, possono considerarsi le recentissime elezioni.

 

Dalla crisi alla vittoria socialista 

Da quando venne ammesso il pluralismo partitico questo ha conosciuto una progressiva evoluzione verso una dialettica tra un Partito Democratico di centrodestra storicamente capeggiato da Berisha che lasciò la guida del partito a Basha e un Partito Socialista, guidato da Edi Rama, il premier delle ultime due legislature. Ai due principali partiti ne va aggiunto un terzo con un bacino elettorale nettamente minore: il Movimento Socialista per l’Integrazione, terzo partito del paese, fondato dall’attuale presidente della repubblica Ilir Meta, storico alleato dei socialisti, con i quali però sono emersi i primi contrasti in questa primavera.

Le elezioni del 25 giugno scorso, sono state un trionfo per Edi Rama; il dato assume tutto il suo valore se si tiene conto del contesto e dei mesi immediatamente precedenti alla chiamata alle urne. La situazione albanese è contraddittoria: sviluppo economico e democratico proseguono, ma con velocità radicalmente differenti e, a partire dallo scorso febbraio, nel paese si è scatenata un’ondata di proteste, continuate per tutta la primavera, guidate dal partito di Basha. La volontà che venisse costituito un governo tecnico, che vigilasse sul regolare svolgimento delle elezioni, era la principale richiesta di chi protestava.

Proiezioni, marce e comizi hanno animato il centro di Tirana negli ultimi mesi, ma le istanze non si sono fermate alla piazza, sono entrate con prepotenza anche in parlamento, dove i lavori sulla riforma della giustizia sono stati interrotti a causa del boicottaggio delle sedute da parte dei Democratici.

La riforma in questione è di fondamentale importanza per il futuro dell’Albania, in quanto viene considerata vitale, da parte dell’Unione per poter avviare i negoziati in vista di un’entrata nell’Ue dello stato balcanico [9]. Il blocco dei lavori venne principalmente utilizzato, dal premier uscente, per accendere il dibattito pre-elettorale, accusando l’avversario di centro-destra di minare lo sviluppo economico e sociale del paese [10].

La crisi politica ha assunto proporzioni tragiche, quando l’opposizione ha minacciato di non presentarsi alle elezioni [11] potenzialmente invalidando il risultato delle urne, a prescindere dall’esito, boicottando l’intero sistema politico ed istituzionale albanese.

Questa prospettiva, dalle conseguenze inimmaginabili, è sfumata grazie ad un accordo tra i due partiti, concretizzatosi in una seduta straordinaria del parlamento nella quale sono stati nominati cinque ministri tecnici, come garanzia nei confronti dell’opposizione, e stabilite alcune norme elettorali per regolarizzare il processo di voto.

Alla luce di questo accordo, le elezioni si sono svolte in un clima relativamente tranquillo e hanno portato ad una completa vittoria del Partito Socialista, che ha ottenuto la maggioranza assoluta e la possibilità di proseguire sulla strada delle riforme volute da Bruxelles per l’ingresso nell’Unione. Al di là del risultato, ampiamente pronosticato, a tenere banco nelle ore successive al voto sono state le accuse nei confronti del leader del Partito Democratico Basha, incapace di mantenere una linea coerente nei confronti di Rama. Quello che va sottolineato, alla luce del contesto pre-elettorale, è la risoluzione della crisi politica tra i due partiti e le modalità attraverso le quali è maturata.

Le proteste di piazza sono state risolte politicamente, secondo modalità che, se in un primo momento sembrano configurare una vittoria di Rama, approfondendo lo sguardo assumono però anche un significato politico e democratico più generale, specialmente se raffrontate con la gestione delle precedenti crisi politiche: su tutte quella tra 2009 e 2011, con proteste di piazza represse violentemente dalla polizia.

Nello specifico, guardando al processo di democratizzazione generale dell’Albania, risulta evidente come una risoluzione politica dello scontro, pur non entusiasmando l’elettorato sia un passo in avanti rispetto ad una contrapposizione completa e totale che avrebbe gettato il paese nell’ennesima crisi, coinvolgendo inevitabilmente la sfera sociale ed economica. Credo che si possa evidenziare come questo passo abbiamo rappresentato un leggero progresso verso una politicizzazione più matura di un paese, ancora segnato da una transizione che ha assunto contorni drammatici. In questo senso le ultime elezioni vanno guardate con particolare attenzione, non solo per il risultato che pone una linea di continuità nei confronti dell’ultima amministrazione, ma anche per il contesto e la gestione del contrasto maturata nei mesi immediatamente precedenti.

 

Prospettive future 

L’aspetto della maturazione politica dei partiti, evidenziato prima, non deve tuttavia trarre in inganno e condurre a giudizi fuorvianti sulla totalità del paese: l’Albania non ha ancora completato il suo processo di democratizzazione ed è, tutt’ora, in una fase di transizione, nella quale il rischio di scivolare in una crisi di legittimità è concreto.

L’immagine dell’Albania e della sua crescita economica non va idealizzata ma piuttosto contestualizzata nella realtà di un paese che, tenta di lasciarsi definitivamente alle spalle il regime comunista e gli anni immediatamente successivi ad esso.

Le problematiche sono diverse e hanno le loro radici in un contesto socio culturale ancora arretrato, soprattutto nelle zone rurali, dove il Kanun, ossia il codice consuetudinario, di origine medievale, è spesso ancora oggi più rilevante rispetto al codice civile[12]. Questo è solo un esempio, ma ve ne sono molti altri e vi sono altri problemi di natura civile, come evidenziato dall’ultimo rapporto dell’Ue sul paese: la corruzione e la malavita sono due aspetti ancora da combattere, ed in questa direzione rimane fondamentale il varo della riforma della giustizia[13].

I passi da fare sono ancora molti, ma la rielezione di Edi Rama pone le basi per una continuità di linea e politiche sicuramente importante per il paese, oltre a fornire un interlocutore credibile per Bruxelles, ed in generale per il mondo occidentale e, le prospettive future del paese, pare convergano in quella direzione: ossia l’Unione Europea.

L’entrata nell’Ue, non pronosticabile a breve termine, è però un obbiettivo concreto dell’amministrazione Rama e, al di là degli innegabili benefici che potrebbe portare a livello internazionale si configura oggi soprattutto come una costante oscillazione verso i diritti e la democrazia. I parametri dell’Unione segnano la via per un processo democratico fondamentale per il paese, che troppe volte, è piombato nel baratro politico ed economico.

Se la stabilità macroeconomica dello stato può lasciare qualche, legittima perplessità [14], la crescita del PIL registrata è innegabile, così come è innegabile la crescita di diversi settori, soprattutto nel terziario, e lo sviluppo del paese che viene costantemente rivalutato anche come meta turistica.

In conclusione, si è cercato di fornire un quadro generale della recente storia dell’Albania, evidenziando come, pur partendo da un’esperienza comunista negativa e passando attraverso una transizione post-socialista altrettanto negativa, il paese stia cercando di imboccare una strada orientata verso la crescita e la stabilizzazione di una democrazia dove i progressi economici possano andare di pari passo con quelli giuridici e politici.

Alla luce delle ultime elezioni ci viene fornito un piccolo segnale che la direzione intrapresa può essere tale che lo scontro riesca ad essere incanalato nella dialettica politica senza sfociare in disordini e scontri di piazza, come avvenuto in passato. La strada, come detto è tutt’altro che scontata, ma i fatti recenti, così come la storia travagliata della regione, non possono essere ridotti all’irrilevanza.


[1]J. Kote True stories from red Albania toena publishing house, Tirana, 2016, pp. 28-29

[2]A. Biagini storia dell’Albania dalle origini ai giorni nostri Bompiani, Milano, 1998, pp. 147-148

[3]Nella quale ebbe un ruolo fondamentale l’Italia: e come meta e come supporto logistico al controllo delle coste con le operazioni Pellicano I e Pellicano II

[4]Le società piramidali sono diventate piuttosto famose e caratterizzanti. https://www.balcanicaucaso.org/aree/Albania/Albania-chi-c-e-sotto-la-piramide-28749

[5]C. Sconamiglio-Pasini La guerra del Kosovo Rizzoli, Milano, 2002 p. 24

[6]https://www.balcanicaucaso.org/aree/Albania/Che-cosa-alimenta-l-obesita-dei-media-in-Albania-179391

[7]La più importante fu quella del 2009, quando il premier, del partito democratico, Berisha venne accusato di brogli dai socialisti.

[8]https://www.balcanicaucaso.org/aree/Albania/Violenza-a-Tirana-87688

[9]https://eeas.europa.eu/headquarters/headquarters-homepage_en/21961/Remarks%20by%20the%20HRVP%20Mogherini%20at%20the%20University%20of%20Tirana

[10]http://www.oranews.tv/ora-english/pm-on-vetting-opposition-not-to-defend-the-incriminated-justice-system/

[11]Andando realmente vicinissima a farlo, non iscrivendo il partito nel termine ultimo dell’undici aprile per partecipare alle elezioni.

[12]http://www.eastjournal.net/archives/83998

[13]http://www.europarl.europa.eu/sides/getDoc.do?pubRef=-//EP//TEXT+REPORT+A8-2017-0023+0+DOC+XML+V0//IT

[14]https://www.balcanicaucaso.org/aree/Albania/La-schizofrenia-albanese-e-Edi-Rama-su-La-7-159252

Scritto da
Pietro Dalmazzo

Nato a Sanremo nel 1993. Studia scienze storiche presso l'Università di Bologna, dove si è laureato nel 2015 in storia con una tesi sui rapporti tra Italia e Kosovo negli anni '90. Ha preso parte al progetto Erasmus presso l'Università di Gand nell'anno accademico 2016/2017, precedentemente ha collaborato con East Journal ed è un grande appassionato di viaggi.

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