Albania: un cammino verso la democrazia

Albania

Gli arbusti e i pini, tipici della macchia mediterranea, si alternano in un continuo e vorticoso turbinio di paesaggi ad aree desertiche, paludi e zone montane; viaggiando velocemente tra i paesaggi dell’Albania, basta mettere a fuoco lo sguardo per notare i cosiddetti Bunkerët. Sono a migliaia, a decine di migliaia e costellano la ruralità albanese con una sorprendente continuità; costruiti da Hoxha a partire dagli anni Sessanta come rifugi e depositi di armi, per il timore di un invasione terrestre, adesso sono in disuso e segnano, in maniera quasi indelebile, il volto dell’Albania, assumendo un valore simbolico. Pericolanti, grigi e crepati, sono una faccia della regione difficile da ignorare; rappresentano quel passato del paese con il quale è difficile chiudere definitivamente i conti, che rimane, nelle pieghe del paesaggio, così come della società, pronto ad emergere e a reclamare il suo posto.

Il crollo di uno stato comunista, non è il crollo di uno stato qualsiasi, non è una semplice sconfitta politica. Quanto creato dai regimi comunisti al loro interno è molto di più rispetto ad un semplice sistema di governo, è una religione, è la costruzione di un rapporto specifico e personale tra lo stato ed i cittadini, che influenza in modo determinante la vita di tutti. La dissoluzione, il crollo di un sistema comunista è, prima di tutto, il crollo di una relazione con la quale le persone hanno dovuto rapportarsi, tutti i giorni della loro vita, per decenni. Per questo, quando si analizza una situazione post-socialista, non è mai corretto assumere gli schemi che guidano il nostro vivere e semplicemente sovrapporli ad un passato totalmente diverso, fondato su un rapporto stato-cittadino che difficilmente risulta comprensibile ad uno sguardo esterno.

L’Albania e gli albanesi, dalla fine della seconda guerra mondiale fino agli anni Novanta, furono soggetti ad un regime comunista tra i meno conosciuti, ma tra i più radicali del panorama storico mondiale. Dal 1954 al 1990, il paese fu sottoposto al regime di un partito unico, guidato da Enver Hoxha fino alla sua morte, e negli ultimi anni da Ramiz Alia.

Di matrice stalinista, il comunismo di Hoxha si distinse per la sua durezza, negando ogni diritto umano, impedendo l’accesso ad una qualsiasi sorta di stato di diritto, lo stesso ministero della giustizia venne sospeso per diversi anni, prima di venire ristabilito negli anni Novanta.

La vita economica era scandita, costantemente, da piani biennali e quinquennali e la politica estera albanese fu caratterizzata da un estremo isolazionismo, che portò il paese a vivere in una condizione di isolamento rispetto al mondo esterno. La popolazione, impossibilitata a raggiungere l’esterno, dovette adattarsi a questo regime, che proclamava ed applicava l’ateismo di stato[1], sostituendo di fatto alla religione il culto del partito.

Subentrato ad Hoxha, dopo la sua morte nel 1985, Alia portò avanti un tentativo di liberalizzazione e di apertura al mondo esterno, causando una serie di proteste e disordini interni, a causa dei quali il presidente venne costretto a concedere il ritorno alla proprietà privata e la legittimità dei gruppi di opposizione, permettendo loro di presentarsi alle successive elezioni[2].

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Indice dell’articolo

Pagina corrente: Cenni storici

Pagina 2: L’Albania degli anni Novanta

Pagina 3: Dalla crisi alla vittoria socialista 

Pagina 4: Prospettive future 


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Nato a Sanremo nel 1993. Studia scienze storiche presso l'Università di Bologna, dove si è laureato nel 2015 in storia con una tesi sui rapporti tra Italia e Kosovo negli anni '90. Ha preso parte al progetto Erasmus presso l'Università di Gand nell'anno accademico 2016/2017, precedentemente ha collaborato con East Journal ed è un grande appassionato di viaggi.

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