“Aldo Moro nella storia della Repubblica” a cura di Nicola Antonetti
- 20 Novembre 2019

“Aldo Moro nella storia della Repubblica” a cura di Nicola Antonetti

Recensione a: Nicola Antonetti, Aldo Moro nella storia della Repubblica, Il Mulino, Bologna 2018, pp. 216, 18 euro (scheda libro)

Scritto da Angela Garau

7 minuti di lettura

Aldo Moro nella Storia della Repubblica viene pubblicato nel dicembre del 2018 – in occasione del centenario della nascita di Aldo Moro celebrato nel 2016 – a cura di Nicola Antonetti, Professore ordinario dell’Università di Parma e attuale Presidente dell’Istituto Luigi Sturzo. Composto da undici saggi, il volume ha come obiettivo quello di guidare il lettore attraverso un’analisi approfondita e documentata dell’attività ultratrentennale di Moro, sia nell’ambito della politica italiana che di quella internazionale. Ci si prefigge in altre parole, scrive Antonetti nella sua introduzione, di approfondire l’attività di governo di Moro, proponendo un’immagine di questa figura parzialmente diversa rispetto a quella prevalente, spesso costruita trascurando gli elementi più propriamente politici del suo profilo.

La pubblicazione presuppone una cospicua attività di ricerca sulla biografia dello statista pugliese, svolta presso l’Archivio storico dell’Istituto Luigi Sturzo (ASILS), «il cui utilizzo, nell’ambito della storiografia morotea non è stato, con qualche significativa eccezione, particolarmente abbondante» (p. 26). Attraverso l’analisi quantitativa e qualitativa della mole e della tipologia dei documenti presenti nei vari fondi dell’ASILS, viene proposta una riconsiderazione della figura di Moro, non solo svincolandola dal “peso” del suo drammatico destino ma anche, e soprattutto, restituendone la ricchezza del percorso biografico nell’ambito di un ampio lavoro conoscitivo inerente la sua formazione intellettuale e il ruolo ricoperto nel partito, nonché all’interno dei governi ai quali prese parte. Una lettura chiara e lineare che fin dalle prime pagine consente al lettore di comprendere meglio le ragioni di fondo dell’esperienza politica di Aldo Moro.

Aldo Moro nella storia della Repubblica delinea un uomo dalla personalità complessa. Un uomo della mediazione, di solidi valori, ma al tempo stesso aperto all’intuizione delle nuove istanze e al superamento dei conflitti. Un politico ma anche un intellettuale, che ad appena 24 anni e, fino al conseguimento della cattedra da professore ordinario di diritto penale all’Università di Bari, fu docente di filosofia del diritto. Un impegno intellettuale complesso – come appare evidente dalle sue lezioni, riproposte nel 2006 dall’editore Cacucci in Il diritto. Lo Stato. Lezioni di filosofia del diritto (Università di Bari, 1944-1947) – nel quale inizia a delinearsi il pensiero del giovane Moro che intende la vita sociale, quella del diritto e delle istituzioni come un’espressione della dimensione etica dell’uomo.

Cresciuto in una famiglia piccolo borghese, la sua fu un’educazione profondamente religiosa, ma allo stesso tempo laica, influenzata non solo dalla sua esperienza di militante dell’Azione Cattolica ma anche da quella dalla formazione da giurista. Il contesto storico nel quale Moro cresce e si forma è quello del periodo fascista, dove a partire dagli anni Trenta – in seguito allo scioglimento di tutti i partiti, delle associazioni e delle organizzazioni che svolgevano attività contraria al regime – pressoché nessuna associazione era sopravvissuta. La stessa FUCI (Federazione Universitaria Cattolica Italiana) e il collegato movimento dei laureati dei quali Moro fa parte in quegli anni, erano invisi al regime e sorvegliati dalla polizia. Appare pertanto fondamentale, per comprendere l’allora giovanissimo costituente democristiano e primario esponente delle organizzazioni intellettuali di Azione Cattolica, non trascurare il contesto storico nel quale la sua generazione era cresciuta, in forte polemica con le posizioni  del partito fascista e a favore dei principi fondamentali di tipo costituzionale che avrebbero dovuto rappresentare i pilastri fondanti dello Stato di diritto democratico. Principi che, nel contesto tragico della fine della Seconda guerra mondiale, in seguito alla presa d’atto delle aberrazioni dei regimi nazifascisti, ma anche delle precedenti responsabilità degli stati liberali privi di efficaci sistemi costituzionali, porteranno i giovani cattolici, tra i quali Moro, ad individuare come punto di riferimento da cui ripartire la costruzione di un nuovo ordinamento costituzionale che potesse garantire la libertà e la dignità degli uomini. Con questo spirito Moro, pur assai giovane, si afferma come uno dei più importanti costituenti: in particolare, nel dibattito generale sul progetto di Costituzione, egli è l’oratore ufficiale del gruppo democristiano impegnandosi in modo deciso per caratterizzare in senso sociale la nuova democrazia. Il suo stesso impegno nella DC negli anni successivi, che vede l’assunzione nel tempo di responsabilità politiche crescenti (Capogruppo alla camera nel 1953, Segretario nazionale 1959, Presidente del Consiglio dei Ministri nel 1963), si caratterizzerà proprio in riferimento alle trasformazioni necessarie per garantire allo Stato una piena democraticità.

Nell’analizzare il ruolo di Moro all’interno del partito, a partire dalla sua nomina a Segretario della DC nel 1959 per il dopo Fanfani, il volume ci restituisce la figura di un innovatore, carattere che attribuiva anche al suo partito, come egli stesso non mancava di sottolineare: «il nostro è un partito innovatore che non vuole lasciare le cose come sono, ma le vuole fare diverse e più giuste. Il carattere popolare della DC, la sua opposizione alla dittatura, il suo carattere antifascista al di fuori di ogni polemica meschina, sono con naturali con la dici. E queste cose (…) non furono acquisite soltanto in quella memorabile lotta popolare in cui è nata la DC, ma sono per noi più antiche e più profonde, perché attengono alla nostra coscienza cristiana». (p. 63). Moro credeva che l’equilibrata modernizzazione del Paese non potesse essere realizzata solo attraverso l’attività di governo ma anche e soprattutto attraverso «la concordia di intenti e di opere tra la rappresentanza politica vera e propria del partito e quella parlamentare» (p. 62). Secondo Moro, infatti, la DC aveva la difficile e insostituibile funzione di indirizzare sul terreno politico l’elettorato cattolico secondo quell’ispirazione cristiana che costituiva per il partito un riferimento imprescindibile e che lo avrebbe indirizzato successivamente verso la collaborazione con socialisti e comunisti, con forze laiche, in vista del bene comune. Moro quindi si rivolge con fiducia anche ad altri settori dell’elettorato e dell’opinione pubblica nell’intento di creare una società democratica solida, nella quale fossero garantite la libertà e dignità dell’uomo, perché a suo parere i cattolici dovevano sviluppare un’azione politica dotata sì di autonomia e specificità, ma garante al tempo stesso di un autentico pluralismo attraverso la promozione di un dibattito politico costruttivo.

Negli anni del miracolo, in cui in Italia si rimette progressivamente in moto lo sviluppo economico e democratico del Paese, in un clima di fermento e inquietudine generale, occorrevano coraggio e determinazione per governare i grandi processi di democratizzazione. Il ruolo di Moro all’interno del governo fu da subito rilevante e significativo, non limitato alle sole prerogative ministeriali, ma capace di affrontare molte delle questioni politicamente delicate e controverse tanto in qualità di ministro della Giustizia nel primo governo Segni, quanto come ministro della Pubblica Istruzione nel primo governo Zoli e nel secondo governo Fanfani. Tenacia e determinazione vengono dimostrate anche come Ministro degli Affari Esteri dal 1969 al 1974 nei governi Rumor II e III, Colombo, Andreotti I e Rumor IV e V, distinguendosi, oltre che per la risoluzione di contenziosi internazionali rimasti aperti tra l’Italia e paesi quali la Jugoslavia o l’Etiopia, per l’impegno profuso nel processo di integrazione europea affinché il nostro Paese potesse occupare un ruolo centrale all’interno dell’Europa, in quanto secondo Moro: «non si tratta di volere astrattamente l’Europa, ma prima di tutto di europeizzare l’Italia, perché essa vi possa stare efficacemente e dignitosamente dentro» (p. 148). Tuttavia, perché ciò potesse realizzarsi, affinché l’Italia non venisse esclusa dal novero dei protagonisti dell’economia e della politica mondiale, occorreva uno sforzo di solidarietà nazionale inteso anche come convergenza delle forze politiche.

Alla «luce del nuovo dibattito interpretativo e dei nuovi studi fondati su più ampie basi documentarie» (p. 152), questo volume ci consente di approfondire la comprensione dello scenario e delle sfide aperte da parte di Moro, in una traiettoria che segna il suo progressivo allontanarsi dalle posizioni isolazioniste e neutraliste di Dossetti e l’appropriazione della dottrina di politica estera delineata da De Gasperi e Sforza dopo il 1948. Moro era infatti del parere che la vita internazionale «in tanta parte ormai esprimeva problemi, ansie, tensioni che sono comprensibili e valutabili non in termini di rapporti tra potenze, ma di rapporti tra uomini […] e che sulla soglia della politica internazionale non ci si arresta più con una sorta di rassegnato fatalismo […] ma ci si impegna […] per fare semplicemente della legge morale un criterio di azione politica a tutti livelli» (p. 186). In altre parole, le tendenze riguardanti la politica estera finivano inevitabilmente per investire anche la politica interna. La stessa ispirazione cristiana, sopra descritta, «rendeva sensibile Aldo Moro alle nuove istanze emergenti, lo spingeva a comprendere e ad accogliere elementi e tendenze anche se presenti all’interno di movimenti contestativi o di forze antagoniste» (p. 187). Cosi «la scelta dell’elettorato per il PCI, pur ovviamente discutibile agli occhi di Moro, esprimeva però anche un «processo di liberazione» in atto, che animava la «lotta per i diritti civili» e postulava «una partecipazione veramente nuova alla vita sociale e politica» (p. 191). Quello che per molti fu un allontanarsi dai principi-cardine della dottrina di partito, per Moro fu un volgere lo sguardo verso quel cambiamento che appariva inderogabile e necessario per il Paese e per la stessa Democrazia Cristiana. Moro è stato l’«uomo della possibilità», colui che ha esplorato con intelligenza la direzione delle correnti profonde della società, non solo italiana, e, per quanto possibile, ha cercato di canalizzarle all’interno dell’evoluzione democratica del Paese. La fedeltà all’ispirazione cristiana, l’attenzione allo sviluppo economico e sociale e alla crescita culturale e civile del popolo italiano restano per Moro le linee-guida della sua attività politica e della funzione di orientamento che egli esercita all’interno del partito. «La Democrazia Cristiana è chiamata ad essere più di un partito d’opinione perché a convogliare le volontà – e non solo nel voto, ma nella risposta quotidiana alla sollecitazione sociale e politica – non è il potere, ma l’idea» (p. 13).

Da quel tragico 9 maggio 1978, a più quarant’anni di distanza dalla morte, numerosi volumi e saggi sono stati pubblicati sulla vicenda umana e politica dello statista democristiano. Opere anche di notevole rilevanza, tese però spesso sopratutto ad analizzare le cause, le circostanze e le responsabilità che portarono alla morte di Moro, piuttosto che a cercare di comprendere il suo progetto politico e l’impatto che la sua figura ebbe nell’ambito di un periodo storico decisivo per l’Italia del Novecento.

Negli ultimi anni, tuttavia, ci troviamo di fronte a una svolta decisiva nell’analisi storiografica su Moro. Assistiamo al definirsi di una nuova stagione di ricerca, volta a tematizzare tramite l’analisi dettagliata degli atti e dei discorsi che lo riguardano, i molti aspetti dell’azione di governo e nel partito di Moro. Una svolta resa possibile anche grazie alla disponibilità all’accesso al patrimonio documentale depositato presso diversi archivi, come per esempio l’Archivio centrale dello Stato – di carattere fondamentalmente istituzionale, quello presente all’Archivio Flamigni, che raccoglie le carte personali della famiglia Moro, nonché gli archivi dell’Istituto Luigi Sturzo la cui consultazione è preziosa per lo studio dell’Italia Repubblicana. Eppure i saggi su Moro che hanno utilizzato le carte dell’ASILS sono veramente pochi se si considera la vastità della documentazione sul politico pugliese disponibile presso l’Istituto Sturzo. Proprio in tal senso l’opera qui descritta costituisce una meritoria eccezione, rivelandosi un lavoro completo e articolato, ricco tanto nella bibliografia quanto nella ricerca d’archivio. Un volume che rappresenta un prezioso strumento di aggiornamento e di approfondimento attraverso la proposizione, di dati, analisi e nuove proposte interpretative volte a delineare un profilo politico più documentato che in passato e più aderente alla complessa personalità di una grande figura dell’Italia repubblicana.

Scritto da
Angela Garau

Laureata in Scienze Biologiche presso l'Università degli Studi di Cagliari. Ha conseguito il Diploma di Specializzazione post-laurea in Specialista in Ricerche Farmacologiche a Milano, presso L'Istituto di Ricerche Farmacologiche - Mario Negri. Attualmente lavora all'Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA) dove si occupa dello sviluppo non-clinico di nuovi farmaci e sostegno all'innovazione. Le opinioni espresse sono personali e non impegnano l'istituzione di appartenenza.

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