Recensione a: Mario Pireddu, Algoritmi. Il software culturale che regge le nostre vite, Luca Sossella Editore, Bologna 2017, pp. 92, 8 euro (scheda libro)
Scritto da Luca Picotti
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Il dibattito pubblico sugli algoritmi risulta spesso alquanto sterile se rapportato all’impatto che questi sistemi di calcolo hanno sulla nostra quotidianità. Sia il mondo politico che quello intellettuale tendono a sottovalutare la portata della silenziosa rivoluzione tecnologica in atto: la Rete, accompagnata dalle recenti innovazioni nel campo dell’intelligenza artificiale, sta cambiando il nostro modo di vivere e approcciarci alla realtà. È diventata, per citare il filosofo e saggista statunitense David Weinberger, la proprietaria della conoscenza, la stanza che conserva e collega i preziosi oggetti in essa contenuti.
Gli algoritmi, in un mondo sempre più digitalizzato e dipendente dalla Rete, assumono una straordinaria importanza, sia in un’ottica socio-culturale che in una meramente economica, ed è per questo necessario approfondire il tema, troppo spesso oscuro ai più.
Mario Pireddu, docente presso l’Università degli Studi della Tuscia dove si occupa di apprendimento in rete e gestione della conoscenza, in Algoritmi. Il software culturale che regge le nostre vite (Luca Sossella Editore) analizza la complessa realtà della Rete, tra software e algoritmi sempre più potenti, big data e filtri; in sintesi, l’infrastruttura e i meccanismi attuali della conoscenza.
«Sempre più le nostre azioni vengono registrate da centinaia di software che alimentano banche dati in continua crescita. Quando facciamo qualcosa online, lasciamo sempre una traccia. Cerchiamo un indirizzo su Google Maps, un prodotto su Amazon o un ristorante su Tripadvisor; clicchiamo “mi piace” sul post di un contatto su Facebook, ricondividiamo un tweet, pubblichiamo una foto su Instagram e la descriviamo con un hashtag» (p. 9). L’obiettivo è semplice: ricavare informazioni, sui singoli individui o su determinati gruppi sociali. Queste informazioni, troppo numerose e complesse per essere considerate semplici dati, ci conducono nel campo dei big data, impossibili da gestire per un essere umano: sono gli algoritmi, periodicamente aggiornati, che gestiscono questa mole immensa di informazioni che produciamo ogni giorno navigando sulla Rete.
Il termine algoritmo, scrive Pireddu, deriva da al-Khuwarizmi, nome dato al matematico persiano del nono secolo Muhammad ibn Musa perché nativo di Khwarizm, regione dell’Asia Centrale. Nel medioevo il termine derivato algorismus indicava i procedimenti di calcolo numerico basati sull’uso delle cifre indo-arabiche, oggi indica un metodo sistematico di calcolo; più precisamente, «un procedimento di calcolo esplicito e descrivibile con un numero finito di regole che conduce al risultato dopo un numero finito di operazioni» (pp. 12-13).
Per aiutare il lettore a comprendere il potere degli algoritmi, l’autore confronta il metodo tradizionale dell’Istat usato nella raccolta dati con quello dell’algoritmo di Facebook. Ad esempio, l’Istat offre una fotografia della situazione dei divorzi in un dato periodo, rimanendo sul piano nazionale e avvalendosi di numerosi ricercatori stipendiati. Facebook, con la sua estensione globale, pochi dipendenti e l’algoritmo, riesce a captare in ogni momento il mondo pulsante delle azioni e interconnessioni, continuando a riprendere la realtà non con la rigidità di una fotografia ma con la dinamicità di un video. Lars Backstrom per Facebook e Jon Kleinberg per la Cornell University hanno «studiato le modalità attraverso le quali i gruppi di contatti di vario tipo di un utente – amici, lavoro, sport, hobby ecc. – si sovrappongono a quelli del partner, e le dinamiche di espansione o dispersione di queste reti. Proprio grazie al tasso di dispersione il loro algoritmo riuscirebbe a capire quando una coppia rischia di non essere più tale» (p. 17).
Cosa comporta questo potere? Significa, sottolinea Pireddu, avere la possibilità di poter fare anticipazioni e previsioni con un margine di errore destinato a calare nel tempo. Ad esempio, nel campo musicale «sapere in anticipo e con una certa precisione se una canzone avrà successo o meno (pare che Hitwizard riesca a prevedere gli insuccessi con una accuratezza del novantatré per cento) può essere strategico per chi decide di investire su nuovi artisti, e questo potrà avere ricadute sui processi di standardizzazione dell’industria musicale. Siamo nel campo del machine learning, ovvero dei sistemi di apprendimento automatizzati basati su algoritmi e modelli matematici complessi che processano in tempi rapidi quantità di dati non gestibili da operatori umani» (p. 21).
Il potere degli algoritmi
Pireddu si focalizza sul database, architrave dell’infrastruttura economica e culturale delle nostre società. È infatti sempre più indispensabile, ai giorni nostri, trattare i dati, come il sociologo Manuel Castells ha evidenziato con grande lucidità analizzando la maggiore competitività di Zara rispetto a Benetton dovuta ad un’organizzazione dell’impresa in rete e a uno scambio continuo di dati. Il database, afferma l’autore riportando le riflessioni dello studioso russo Lev Manovich, «sarebbe quindi una vera e propria forma culturale in grado di plasmare le memorie individuali e collettive e di gestire indifferentemente informazioni, documenti, oggetti, relazioni ed esperienze. Una raccolta di informazioni e documenti, uno spazio navigabile e con cui interagire» (p. 23).
Gli algoritmi – i modelli per sequenze matematiche di operazioni sui dati – rendono utile il database elaborando la mole di informazioni da esso contenute. Per comprenderne l’importanza, si pensi ad un acquisto di un libro su Amazon o Ibs: accanto al testo che abbiamo cercato compaiono suggerimenti del tipo “libri simili, “chi ha acquistato questo articolo ha acquistato anche x” e via dicendo. Gli algoritmi, sui quali Amazon Ibs e tutte le grandi aziende digitali investono, permettono di fornire suggerimenti personalizzati a partire dai milioni di prodotti disponibili. Questo provoca però, scrive Pireddu, una tendenza oligopolistica preoccupante: «Tra gli aspetti più inquietanti del sistema economico digitale vi sono le strategie tendenti all’oligopolio delle grandi aziende, e per certi versi si può dire che chi possiede e sviluppa gli algoritmi migliori ha più possibilità di restare sul mercato» (p. 32). Come può, ad esempio, un libraio competere con un algoritmo nel suggerire prodotti – pensiamo al campo della saggistica – pertinenti all’ambito di interesse del cliente? Non potrà mai competere con la conoscenza dell’algoritmo circa i libri pubblicati su un determinato argomento.
L’autore analizza anche il caso di Netflix, dove la personalizzazione dei contenuti, attraverso tag e metadati, rappresenta la spina dorsale del business della società, tanto che nel 2006 venne creato il Netflix Prize, un premio assegnato in base a una competizione aperta a tutti per la creazione del migliore algoritmo di filtraggio finalizzato a prevedere le valutazioni degli utenti sui film con riferimento unicamente alle classificazioni precedenti. «L’algoritmo personalizzato propone oggi un tasso percentuale di compatibilità dei titoli rispetto ai nostri gusti, in base a ciò che abbiamo visto in precedenza e agli altri elementi di cui ormai sappiamo. L’utente che ha seguito e apprezzato la serie Breaking Bad oggi riceve una segnalazione sul fatto che al novantanove per cento potrebbe apprezzare lo spin-off Better Call Saul, o la serie Narcos» (p. 42).
Pireddu sottolinea l’importanza, nel nuovo mondo della Rete – ancora poco compreso dalle istituzioni pubbliche – dei metadati, ovvero ciò che rende possibile la fruizione dei contenuti in Rete. Definiti dall’autore come le etichette che utilizziamo per definire e categorizzare un oggetto digitale in modo da renderlo riconoscibile e indicizzabile per la ricerca, i metadati agiscono anche come filtri potentissimi, in sostituzione di quelli tradizionali dell’epoca pre-digitale: database, tag e metadati, scrive Pireddu, rappresentano ormai sempre di più l’infrastruttura della conoscenza. Chi controlla le piattaforme e gli algoritmi può disporre di un potere di indirizzo e controllo inquietante che nessuno Stato e nessuna nazione ha mai avuto.
Senza evocare scenari distopici, spesso dovuti ad una atavica paura delle macchine, è importante comprendere che la conoscenza ormai è inscindibile dalla Rete ed è in questo campo – quello dei big data, degli algoritmi e dei filtri – che bisogna indagare per evitare concentrazioni di potere eccessive e meccanismi poco trasparenti. Soprattutto dal momento che, come si è visto negli ultimi anni, la Rete ha iniziato ad assumere una valenza politica a seguito del fenomeno delle fake news e dei bot, irrisolvibile pensando di appaltare agli algoritmi di pochi gruppi privati il delicatissimo compito di filtraggio delle notizie. Il problema, sicuramente culturale, va affrontato però senza prescindere dal ruolo fondamentale della tecnologia: «Il nostro compito, sostiene Weinberger, è quello di imparare a costruire stanze intelligenti, cioè imparare a costruire reti e sistemi che ci rendano più intelligenti. Questo perché, se fatti male, reti e sistemi possono anche agire contro di noi e contro i nostri interessi» (p. 79).
Nelle ultime pagine Pireddu sottolinea come l’umanità si stia incamminando verso un futuro algoritmico: la capacità d’agire – agency – è riconosciuta ai software, l’agentività è distribuita tra esseri umani e cose. «E allora in chiusura possiamo chiederci: perché non educare le persone a una maggiore consapevolezza in termini di logica culturale dei database, metadati e algoritmi?» (p. 86). Questo è il messaggio conclusivo del libro di Mario Pireddu, un agile volume che ha il merito di fotografare una realtà, quella degli algoritmi, troppo spesso sottovalutata o rigettata, sicuramente poco compresa.
La Rete è parte integrante delle nostre vite ma la politica e le istituzioni pubbliche faticano ancora ad adattarsi a queste trasformazioni. Con questo libro l’autore offre un importante contributo ad un dibattito pubblico sul tema che, quando esiste, risulta sterile e superficiale, insufficiente se paragonato all’importanza che gli algoritmi, i database e i software rivestono nella nostra quotidianità.