“Antimacchine. Mancare di rispetto alla tecnologia” di Valentina Tanni
- 03 Febbraio 2026

“Antimacchine. Mancare di rispetto alla tecnologia” di Valentina Tanni

Recensione a: Valentina Tanni, Antimacchine. Mancare di rispetto alla tecnologia, Einaudi, Torino 2025, pp. 190, 18 euro (scheda libro)

Scritto da Paolo Missiroli

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Che le macchine e il vasto insieme di enti che gli occidentali chiamano “tecnica” non siano neutrali, ovvero che i problemi sollevati dal loro uso non possano essere interamente evitati mediante un impiego diverso, è una cosa tanto nota al dibattito sul tema quanto sostanzialmente ignorata dal discorso pubblico, impregnato invece di un ottimismo tecnologico ingenuo, secondo il quale lo sviluppo della tecnica segue un processo che va da un meno (di efficienza e di potenza) a un più. L’idea che la forma degli oggetti tecnici, il fatto che le automobili, i telefoni cellulari, i computer e le intelligenze artificiali siano fatti proprio così e non in un altro modo, non sia contingente, ma necessario, domina ancora. O c’è sviluppo tecnico nella forma a cui assistiamo, o non c’è alcuna tecnica: o ci sono cellulari, automobili, intelligenza artificiale così come li conosciamo, o non ci sono. Tuttavia, già nel 1962 Raniero Panzieri, senz’altro uno dei più acuti lettori italiani di Marx del XX secolo, scriveva:

«Le macchine sono sempre fatte nel capitale, non sono delle invenzioni tecniche neutre, oggettive. Dentro la macchina, diceva Marx, c’è la volontà del capitale, la macchina è plasmata dal capitale. Le macchine servono per produrre: in questo senso contengono un elemento oggettivo, ma che è commisto sempre all’elemento che deriva dal modo sociale con cui si produce. C’è un uso capitalistico delle macchine che plasma anche le macchine, in un certo modo». (Raniero Panzieri, Lotte operaie nello sviluppo capitalistico, Einaudi, Torino 1972, p. 37).

Il modo di produzione capitalistico non solo costruisce macchine, ma ne determina anche la forma, che è dunque storicamente determinata. In effetti, la storia è piena di esempi di tecnologie la cui forma è stata a lungo al centro di ampi e diffusi scontri sociopolitici. Esistono molti studi, ad esempio, sullo sviluppo delle tecnologie informatiche e sulla storia dell’automobile, ma anche sulla domotica, la cui forma spesso ricalca stereotipi di genere che nessuno può in buona fede considerare necessari. In termini tecnici, riprendendo il lessico di Panzieri, si può affermare che l’uso capitalistico delle macchine, volto all’accumulazione di plusvalore, ha su di esse un effetto morfogenetico. Il fatto che i computer siano utilizzati per un fine specifico, come il profitto (che non è evidentemente l’unico uso possibile), conferisce loro una determinata forma. In generale, secondo l’autrice del lavoro che stiamo per commentare (ma anche secondo Panzieri molti anni fa), si può dire che le tecnologie più diffuse sono organiche al modo di produzione capitalistico nella sua forma neoliberale e globalizzata. Usarle contro sé stesse non significa semplicemente impiegarle per scopi diversi dalla produzione, ma farle fallire nel loro obiettivo produttivo.

Tutto questo fa da sfondo al libro di Valentina Tanni, Antimacchine. Mancare di rispetto alla tecnologia (Einaudi 2025), rappresentandone al contempo il non detto e l’obiettivo polemico. Lo scopo del lavoro dell’autrice è mostrare come un uso delle macchine contrario a qualsiasi finalità produttiva (quella che informa la tecnologia capitalistica) sia imprescindibile per liberarci dal sacro rispetto della tecnologia così diffuso nella nostra epoca e imparare a «ridere della tecnologia» (p. 68). Oltre a quanto menzionato, il tema di fondo è naturalmente quello primo-marxiano dell’alienazione. Il punto fondamentale della riflessione di Tanni, che è una storica dell’arte ma ha evidentemente un background teorico che va ben oltre la propria disciplina, è che lo sviluppo contemporaneo della tecnica ha di fatto tolto la tecnica dalle mani degli esseri umani, lasciandola evolvere al di là delle loro potenzialità trasformative e costringendoli ad assistere alla performance della macchina senza poter intervenire su di essa. Secondo Tanni, laddove «la libertà significa giocare con l’apparecchio» (p. 5), il modo in cui ci rapportiamo oggi alla tecnologia è quanto mai lontano dal gioco e quanto più possibile vicino alla contemplazione. Tutto il libro è dedicato alla presentazione di esempi di possibili usi ludici della tecnologia. Si tratta, dunque, sostanzialmente, di un libro sull’uscita non politica, momentanea e non strutturale, dall’alienazione. Prima di passare in rassegna alcuni di questi esempi (il volume in questione è suddiviso in due parti, ciascuna delle quali è a sua volta suddivisa in otto capitoli, per un totale di sedici, ed è dunque impossibile esaurirlo in tutta la sua complessità), vorremmo riportare alcune definizioni che attraversano trasversalmente il testo, costituendone l’infrastruttura teorica, spesso implicita. Iniziamo, ovviamente, dal titolo: antimacchine. Con questo termine, Tanni intende un «dispositivo imprevisto, assurdo e più-che-inutile» (p. 125). Per chiarezza, per l’autrice questi dispositivi non sono solo macchine create apposta per essere assurde, ma anche macchine “normali” usate in modo assurdo: come vedremo, peraltro, questo uso assurdo ne cambia la forma. Nel testo ricorre sempre il termine misuse, che consiste nel mancare di rispetto alla tecnologia (p. 83), ovvero nel deviare l’uso dell’oggetto tecnico rispetto al «soluzionismo», alla «celebrazione acritica del progresso», alle «narrazioni del marketing» e alle «politiche del controllo» (p. 84). Le parole chiave che Tanni individua come definizioni del misuse sono eresia, apertura e resistenza.

Se, infatti, l’adozione di un’attitudine eretica (cioè opposta all’ortodossia dell’utilità e all’idea, tutt’altro che scontata, che le macchine debbano essere utili a qualcosa) lascia aperta la possibilità di un’alternativa, l’apertura rende possibile la progettazione di sistemi trasparenti e accessibili che incoraggino un uso trasformativo delle macchine. La resistenza, invece, in questo contesto assume il significato di una forza da opporre all’opacità delle tecnologie contemporanee, ovvero alla necessità di poter maneggiare e modificare le tecnologie a nostra disposizione (il riferimento è a Claude Levi-Strauss e alle sue riflessioni sul bricoleur). Tanni chiama questo, riprendendo Michel de Certeau, un «uso tattico della tecnologia», ovvero un «utilizzo critico dei mezzi tecnologici a disposizione […] infiltrandosi negli interstizi del potere, occupando spazi imprevisti e muovendosi in maniera inaspettata al fine di sovvertire (anche solo momentaneamente) l’ordine imposto da governi e corporation» (p. 29).

In generale, il discorso di Tanni è stato tenuto da molte e molti nel campo dell’informatica anche in anni non troppo lontani. Tutta la riflessione sull’hacking e sul software libero si collegava precisamente a questo tipo di aspirazioni: controllare le tecnologie e non esserne controllati (modificando i computer e conoscendone il funzionamento) e smettere di rispettarle nel senso etimologico del termine, ovvero smettere di guardarle adorandole, utilizzando i computer a fini non produttivi, erano imperativi assoluti del movimento hacker. Il merito del libro in questione è, appunto, quello di mostrare quanto tale uso improprio sia diffuso in ampi settori del mondo contemporaneo. Prendiamo qualche esempio tra i più significativi. Il più rilevante è quello sull’intelligenza artificiale, a cui dedica un capitolo intitolato Robotica e intelligenza artificiale (pp. 155-164). In questo capitolo, Tanni mostra come esistano una serie di esperimenti che trasformano l’intelligenza artificiale da strumento freddo, completamente autonomo e distante, in macchine quasi introspettive. L’artista e hacker RootKid, nel progetto Latent Reflection, racconta Tanni, ha installato in un minicomputer dotato di pochissima memoria che costringe l’IA a un ciclo infinito di morte e rinascita. Piano piano, l’IA, obbedendo all’input umano, consuma memoria e si avvicina alla propria fine, elaborandola in qualche modo. Il discorso che l’IA tiene su sé stessa e sulla sua “vita” è perfettamente inutile, nel senso che non serve a nessun fine produttivo. Rappresentano una sorta di frattura nel complesso strategico-capitalistico globale: non servono a niente, eppure esistono. Il punto fondamentale di queste antimacchine è che illuminano, come un lampo nella notte, il semplice fatto della contingenza del nostro mondo: il fatto, cioè, che il produttivismo non è intrinseco alla tecnica, ma un suo prodotto relativamente recente.

Ci sia consentita una piccola nota a margine. Il libro di Tanni è legato a una prospettiva che l’autrice stessa definisce «micropolitica» (p. 29). Tanni non parla di trasformazione, ma di una sospensione momentanea della configurazione tecno-industriale (e sociale) in cui viviamo. Questi atti interrompono il loop tecno-ottimista, l’idea secondo cui «la macchina tecno-capitalista deve creare e risolvere problemi a ciclo continuo, rompere e aggiustare senza sosta, mirando a un’impossibile soluzione definitiva» (p. 59), semplicemente arrestandola per un momento, come direbbe Giorgio Agamben, facendola girare a vuoto. Gli atti descritti da Tanni sono di due tipi. Estetici e artistici, come il famoso orinatoio di Marcel Duchamp, che per l’autrice è l’esempio di un uso inopportuno e imprevisto di un oggetto standardizzato e destinato, in teoria, a un uso specifico (p. 22). Oppure politici, come può essere politico un lampo nella notte, la rivelazione istantanea che appare nella sovversione di un videogioco che non diverte più o di un social che non sottopone più alla performance. Le pratiche descritte da Tanni non portano mai a quello che Panzieri chiamava “uso operaio delle macchine”, perché questo non è immediatamente sovversione, ma costruzione di una nuova tecnica attraverso un uso consapevolmente politico e socialmente organizzato mediante l’articolazione di tanti usi e sovversioni locali. In questo senso, il titolo della parte finale del libro è Atti insensati di disordine (p. 165). Ogni nuova società, come già evidenziato da Antonio Gramsci, è un ordine diverso dal precedente, ma Tanni non si sofferma su questo aspetto, bensì sulla sovversione e sulla denuncia di un tecno-ottimismo che, molto correttamente, viene messo in discussione. Sarà il lettore a giudicare se il «totalitarismo cibernetico» (p. 167) in cui viviamo non necessiti di qualcosa in più di questa dispersione infinita, o se non sia addirittura una delle principali cause dello scontento che traspare dall’ottimo lavoro di Valentina Tanni.

Scritto da
Paolo Missiroli

Dottore di ricerca in Filosofia presso la Scuola Normale Superiore di Pisa e l’Université Paris Nanterre. È docente a contratto di Filosofia teoretica presso l’Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia e cultore della materia presso il Dipartimento di Filosofia dell’Alma Mater Studiorum – Università di Bologna, dove collabora con la cattedra di Storia della filosofia francese contemporanea. Membro del comitato editoriale dell’“Almanacco di Filosofia e Politica” e del gruppo di ricerca “Officine Filosofiche”, studioso del pensiero filosofico francese contemporaneo, in particolare di Merleau-Ponty e della filosofia francese degli anni Trenta, si interessa di Antropocene, del rapporto uomo-mondo, dell’ecologia e di una sua possibile declinazione in termini politici.

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