Recensione a: Giulia Rispoli, Antropocene. Storia di un’idea, prefazione di Jürgen Renn, Carocci, Roma 2025, pp. 180, 16 euro (scheda libro)
Scritto da Paolo Missiroli
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Il dibattito sul concetto di Antropocene, termine con cui la comunità scientifica internazionale si era proposta di nominare l’attuale epoca geologica in quanto influenzata per la maggior parte dall’attività umana, ha raggiunto, negli ultimi anni, un’ampiezza tale da apparire non più “mappabile”.
Perché sia chiaro facciamo, per gioco, un esperimento. Nominerò ora i tre oggetti che mi sono davanti: un computer, un vaso, un divano. Se si cerca su Internet, si troverà immediatamente un articolo intitolato “informatica per l’Antropocene”; uno dal titolo “the sense of clay in the Anthropocene” (il senso dell’argilla nell’Antropocene) e, infine, uno sulle “sedie”, in una ricerca sugli oggetti di design nell’Antropocene. Si capisce dunque che il lemma Antropocene è oramai un sostituto di “presente globale” con una sfumatura di attenzione alla questione ecologica. Parlare di informatica nell’Antropocene non ha nessun senso tecnico-scientifico-teorico come vorrebbero molti degli accademici che discutono anche criticamente tale lemma: significa semplicemente parlare di informatica in un contesto di trasformazione ecosistemica planetaria conclamata.
Sarà dunque chiaro perché qualsiasi tentativo di mappare le riflessioni sul tema non solo è inutile, ma fuorviante, giacché non si tratta più di un dibattito, venendo a mancare l’oggetto. Antropocene. Storia di un’idea, di Giulia Rispoli, è il libro di una storica della scienza che ha ben compreso questo punto e si è proposta non di riflettere sul concetto di Antropocene a partire dal suo impiego comune – il che la avrebbe condannata a una ricerca infinita e inconcludente – bensì di tracciare la storia di alcuni dei suoi possibili usi, dunque assumendo questa irriducibile pluralità come motore della ricerca medesima. Rispoli ha colto cioè che l’unico modo di confrontarsi con il tema dell’Antropocene è assumerlo come un campo di battaglia teorico.
Il libro è diviso in quattro capitoli. Nel primo – Orientarsi nell’Antropocene (pp. 13-50) – Rispoli analizza alcune delle posizioni più note intorno al tema, senza alcuna pretesa di ricapitolare un dibattito sterminato. Si concentra, perlopiù, sulle prese di posizione e i problemi tipici delle scienze: quando è iniziato l’Antropocene? Quale è il criterio di tale inizio? Si tratta, a questo punto, di chiarire un elemento fondamentale, che forse stupirà alcuni lettori. L’ Antropocene, scientificamente, è un concetto morto. Nel marzo del 2024 un comitato scientifico internazionale ha rigettato la proposta della commissione che aveva elaborato l’Antropocene come attuale epoca geologica identificata a partire dalle tracce di uranio lasciate dagli esperimenti nucleari negli anni Cinquanta. Da un punto di vista scientifico, dunque, noi non siamo ancora nell’Antropocene.
Che senso ha, allora, da un punto di vista di storia della scienza, analizzare questo concetto nella direzione che indicavamo sopra e non, semplicemente, per seppellirlo? Rispoli dà due risposte alla domanda, nel corso del volume. La prima, per così dire pragmatica, è che il concetto di Antropocene è semplicemente troppo utilizzato nel dibattito pubblico per essere abbandonato. Esso vive una vita nuova dopo la sua morte: lasciarlo andare in quanto “non scientifico” significherebbe chiudersi in una torre d’avorio a fronte di una discussione globale che proseguirebbe comunque per la sua strada. Vi è poi una seconda ragione. Rispoli sostiene che il rigetto della categoria di Antropocene sia dovuto non a un disconoscimento da parte della comunità geologica internazionale del fatto (innegabile) di una trasformazione planetaria effettivamente in corso, ma all’inerzia burocratica di istituzioni scientifiche dotate di metodi ormai obsoleti (p. 149). L’autrice, dunque, pur assumendo il punto di vista delle scienze, le interpreta come un apparato umano consistente in una serie di metodi che sono storici, contingenti, dunque passibili di critica e revisione. In un certo senso, l’operazione stessa di considerare l’Antropocene un fatto è un atto di ribellione rispetto ad alcune forme, ancora presenti, di culto della scienza come sguardo all’essenza astorica del reale. La scienza è al contrario a sua volta istituita da un processo storico e i metodi attraverso cui essa prende le proprie decisioni e rende qualcosa un fatto scientifico lo sono a loro volta.
Il secondo capitolo del libro – Genealogie dell’Antropocene (pp. 51-92) – è dedicato ad argomenti di cui Rispoli è specialista e che aggiungono effettivamente un elemento rilevante alle indagini sul concetto di Antropocene. Questo capitolo, infatti, approfondisce gli studi di alcuni autori russi e poi sovietici tra la fine del XIX e il XX secolo che mettono a punto il concetto di “biosfera” e “noosfera”, con un’attenzione particolare a Vladimir I. Vernadskij (1863-1945) e ai lavori di alcuni suoi allievi diretti o indiretti. Si tratta, per Rispoli, di una delle due genealogie fondamentali del concetto.
Alla luce di quanto detto in precedenza sulla dispersione del dibattito (al netto delle riflessioni scientifiche più “dure”) ci pare di poter dire che sono due genealogie solo nel senso che il concetto di Antropocene può oggi essere impiegato rileggendolo alla luce di tali storie. Non si tratta, con questo, di negare la validità scientifica del lavoro di Rispoli, che ricostruisce effettivamente la radice di una serie di concetti (Sistema, Ambiente, Biosfera) ampiamente impiegati nel dibattito maggiormente tecnico sull’Antropocene e dunque, in un certo senso, l’inconscio di quest’ultimo. Piuttosto, il punto è che se si accetta la dispersione assoluta raggiunta ormai dal dibattito sull’Antropocene, bisogna anche accettare che ogni sua genealogia non può essere minimamente esaustiva e ha sempre, come è evidente anche dalla lettura di Rispoli e come essa stessa riconosce (p. 53), uno scopo normativo etico-politico. La tesi generale della ricostruzione di Rispoli, che comprende dunque questo secondo capitolo e un terzo – L’organizzazione della tecnosfera: tra modelli naturali e artificiali (pp. 93-124) – è che vi siano due modelli fondamentali attraverso cui è stato pensato, da fine Ottocento in poi, il pianeta Terra. Il primo è, appunto, quello della biosfera. Esso, che si sviluppa perlopiù attraverso il MAP (Man and Biosphere Programme) a partire dagli studi di Vernadskij e di Podolinskij, valorizza il rapporto tra l’umano inteso come sfera autonoma ma interrelata a quella biologica (biosfera), sottolineando la situatezza delle società umane che osservano la Terra (p. 65) e quindi, in generale mettendo in luce sia l’attività dell’essere umano sulla biosfera sia il suolo da cui si originano le dinamiche che oggi sono nominate, appunto, Antropocene. In questo senso Rispoli legge il concetto di noosfera come punto di arrivo contemporaneo della biosfera, coniato da Vernadskij: esso serve a lui (e a noi, secondo l’autrice) a pensare il ruolo potenzialmente distruttivo che la scienza e la tecnologia hanno sul pianeta se non guidate razionalmente.
Il secondo è invece quello della Teoria dei Sistemi e dunque del modello del Sistema-Terra, che si sviluppa attraverso l’IGPB (International Geosphere-Biosphere Programme). Tale visione della Terra come Sistema, originata secondo Rispoli dalla cibernetica, analizza l’oggetto-Terra dall’alto, per così dire, a partire dalle immagini dei satelliti. Tale sguardo, che Rispoli denota come “non situato”, appunto dall’alto, è a suo avviso problematico: il limite fondamentale di questa prospettiva, che è sostanzialmente quella vincente sul piano delle scienze (che in effetti sono Scienze del Sistema Terra) è secondo Rispoli che, unificando in un unico colpo d’occhio la Terra, rende impossibile identificare con chiarezza il ruolo dell’umanità nelle trasformazioni ecosistemiche che chiamiamo Antropocene.
Nel quarto e ultimo capitolo – Verso una concezione sistemica della Terra (pp. 125-154) – Rispoli analizza precisamente questo scontro istituzionale tra MAP e IGPB, mostrando come la vittoria del secondo sul primo (non definitiva: il MAP esiste ancora oggi e il concetto di biosfera, per quanto trasformato, è ormai centrale anche nelle Scienze del Sistema Terra) sia dovuta perlopiù al fatto che laddove il MAP era considerato uno strumento di influenza sovietica (e in effetti, come si è accennato, aveva le sue origini nell’URSS) l’IGPB, radicato negli studi cibernetici, era di area più marcatamente statunitense. Il libro si conclude con una proposta, quasi 36 anni dopo la caduta del Muro di Berlino, di riscoperta delle analisi russo-sovietiche su biosfera e noosfera al fine di correggere l’eccessiva astrattezza della visione sistemico-cibernetica, secondo Rispoli incapace di pensare la responsabilità epocale dell’umanità (pp. 153-154).
Il lavoro che abbiamo presentato contiene, come è evidente e come si è detto, una molteplicità di elementi importanti ed è di sicuro interesse per il nostro presente. Vorremmo concludere questa breve recensione, che come sempre non mira a restituire neanche lontanamente la totalità dei contenuti, con alcune note a margine. La prima è che la distinzione così netta tra un occidente cibernetico e un oriente biosferico appare, per quanto utile sul piano categoriale, eccessivamente netta da un punto di vista storico. In fondo, esiste una storia importante della cibernetica sovietica e il testo di Norbert Wiener è tradotto in russo nel 1958; addirittura, in esperienze di governo senz’altro non allineate all’imperialismo statunitense (si pensi al Cile di Allende, il cui programma di gestione della pianificazione si chiamava Cybersyn) la cibernetica ha avuto un ruolo assolutamente decisivo. D’altra parte, forse l’astrazione caratteristica della Teoria dei Sistemi e della cibernetica che Rispoli mette in luce è più un rischio pratico che una conseguenza delle riflessioni cibernetico-sistemiche. Tenendo presente il rapporto stretto che Rispoli mette in luce tra lo sviluppo di queste scienze e la Guerra Fredda, si potrebbe immaginare che l’autrice potrebbe dichiararsi d’accordo senz’altro. In realtà, quando parla ad esempio di Ludwig von Bertalanffy, la storica sembra sostenere che c’è un problema di natura teoretica all’origine di esperimenti come Biosfera2 (pp. 119-121) che negli anni Novanta tentò di creare un ecosistema artificiale chiuso e autosufficiente per studiare la vita umana e naturale in isolamento dalla Terra, falliti proprio in quanto troppo portati a trattare meccanicamente la riproduzione di un sistema. È senz’altro possibile fare una storia concettuale della Teoria dei Sistemi che metta in crisi l’idea che si tratterebbe di una posizione “dall’alto” o “astratta”: basti pensare, per un istante, al lavoro complessivo di Niklas Luhmann, così attento a distinguere (come peraltro, prima di lui, Heinz von Foerster) la chiusura operativa dei sistemi dalla loro costitutiva apertura entropica. Questa specifica, ci pare, non indebolirebbe in nulla la prospettiva di Rispoli, ma la rafforzerebbe, mostrando come l’intera operazione di ripresa di alcune riflessioni della tradizione che la interessano potrebbe integrarsi con prospettive differenti, ma non contraddittorie.
Vi è poi, ci pare, un’ultima difficoltà, forse la più “pericolosa”, dell’impostazione che Rispoli propone e, ci si permetta qui una profezia, ciò su cui subirà la maggior parte delle critiche. Si tratta di un problema a mio avviso interno alla prospettiva della noosfera. Come è noto, la critica più dirimente al concetto di Antropocene è che non esiste un soggetto “umanità” responsabile in quanto tale della crisi ecologica. Chi rivolge al concetto tale critica, come ad esempio Jason Moore, propone alternative come quella di “Capitalocene”, proprio nella misura in cui all’origine della nostra situazione vi è il modo di produzione capitalistico e non un’umanità indistinta. Nonostante queste critiche, come sottolinea la stessa Rispoli (p. 37) siano spesso abbastanza superficiali, la nozione di noosfera non rischia di avallare precisamente questa posizione antagonista? È certamente vero che, come sostiene l’autrice, questo concetto serve a sottolineare una responsabilità dell’umanità in generale oggi, e non, nel causare la crisi ecologica: si potrebbe però rispondere che è sbagliato e ingiusto assegnare la responsabilità a chi non ha generato un problema, laddove questa assegnazione consisterebbe, de facto, in una de-responsabilizzazione (parziale) di quella parte di Occidente che ha imposto con violenza al mondo (a partire dallo stesso Occidente, come recentemente si tende a dimenticare) un determinato modo di produzione e di riproduzione della ricchezza. Forse, converrebbe di più seguire Dipesh Chakrabarty e coloro che parlano dell’Antropocene come di una condizione planetaria. Allora gli esseri umani sarebbero unificati non dalla responsabilità, ma da un pianeta la cui trasformazione li precede e li segue e in cui quindi sono chiamati all’azione politica di trasformazione radicale delle nostre società (e dunque anche di gestione razionale del complesso tecnico-scientifico) in quanto sono vivi oggi, indipendentemente dalla loro responsabilità. Cambierebbero i propri sistemi sociali per poter abitare l’Antropocene e non perché provvisti di un dovere di risposta (responsabilità) che li vincolerebbe. Ci pare questa l’unica possibile lettura materialistico-critica della nozione di Antropocene.
È evidente come proporre questo tipo di soluzione teorica significa chiedere all’autrice di dismettere i panni della storica della scienza (cosa che, come accennavamo, a volte già fa nel suo ottimo libro) al fine di ricostruire le linee teoretiche di un dibattito in corso, dividendo ad esempio tra problema dell’origine e problema della condizione. Questo eccederebbe certamente il suo lavoro storico-ricostruttivo, ma siamo certi, da un lato, che non sarebbe chiederle troppo e, dall’altro, che non c’è lavoro più urgente per chi riflette nel 2026, dopo la non-morte dell’Antropocene.