“Artisti in fuga da Hitler” di Maria Passaro
- 31 Marzo 2020

“Artisti in fuga da Hitler” di Maria Passaro

Recensione a: Maria Passaro, Artisti in fuga da Hitler. L’esilio americano delle avanguardie europee, il Mulino, Bologna 2018, pp. 192, 16 euro (scheda libro)

Scritto da Eirene Campagna

5 minuti di lettura

Nel 1933, anno in cui in Germania il partito nazionalsocialista conquista il potere, il ministro della propaganda Joseph Goebbels istituisce la Reichskulturkammer, organo del ministero volto a controllare tutti gli aspetti della vita culturale e intellettuale della nazione. Il regime agirà sull’intero sistema educativo, sul teatro, sul cinema, sulla letteratura, la stampa e la radio; dettando così le linee guida per eliminare qualunque voce dissenziente al “progetto di rinascita culturale tedesca”.

La politica del nazionalsocialismo è decisa ad annientare tutto ciò che si affaccia sulla scena artistica della Germania degli anni Trenta: in questi anni vengono licenziati 27 curatori di musei e gallerie d’arte, sostituiti da esponenti di partito; vengono rimosse le opere d’arte delle avanguardie europee e le squadre d’assalto fanno irruzione nella sede del Bauhaus di Berlino prelevando i documenti, sgomberando l’edificio e mettendolo sotto sequestro. Intanto il fronte delle avanguardie è dominato, quasi completamente, dalla censura e dal controllo nazista: cubisti, espressionisti, dadaisti, surrealisti, astrattisti sono tutti non graditi al regime.

Il 19 luglio 1937 Adolf Ziegler, presidente del Dipartimento delle arti visive, interviene alla mostra intitolata Arte degenerata, allestita nell’Istituto di archeologia a Monaco di Baviera. Significative sono le parole del discorso d’apertura di Ziegler: «Intorno a noi potete vedere la mostruosa progenie della malattia, dell’impudenza, dell’inettitudine e della pura degenerazione. Questa mostra ispira in tutti noi orrore e disgusto»[1]. L’attenzione, secondo Maria Passaro, autrice del libro Artisti in fuga da Hitler, va sicuramente all’aggettivo scelto per indicare questa tipologia di arte, infatti attraverso il concetto di degenerazione si intende fare riferimento alla sfera della medicina psichiatrica. Non a caso, nell’Ottocento, in ambito psichiatrico, per degenerazione si intendeva una malattia mentale di degrado del sistema nervoso. La degenerazione, intesa come processo inverso dell’evoluzione, e cioè come regressione a stadi “primitivi”, era considerata anche come elemento patogenetico delle malattie mentali e della criminalità. Passaro fin dall’introduzione lascia intendere che le scelte lessicali sono ben chiare e precise, infatti: «Si è preferito il termine esilio rispetto a quelli più generici perché esso ha una connotazione politica e giuridica molto più chiara. Così come il termine rifugiato: colui che fugge da una situazione di conflitto, di persecuzione» (p.8). Nel 1937 la scelta delle opere da esporre nella mostra di Arte degenerata è suggerita principalmente da Wolfgang Willrich, artista e autore di Säuberung des Kunsttempels (Pulizia del tempio dell’arte), da cui emerge la convinzione che la sola arte di valore sia quella classica e che soltanto essa possa essere oggetto di rappresentazione.

A partire da questo clamoroso evento, Maria Passaro delinea la sua narrazione, ripercorrendo la sorte delle circa 600 opere di artisti contemporanei che vengono esposte negli ambienti stretti, irregolari e bui dell’Istituto di archeologia a Monaco di Baviera. Max Beckmann, Otto Dix, George Grosz, Kurt Schwitters, Oskar Kokoschka, questi alcuni degli artisti degenerati; che l’autrice presenta insieme ai capolavori della nuova arte tedesca diventati oggetto di denigrazione e di critica feroce.

Nelle pagine del libro si evidenzia come già prima del 1937 era iniziato l’esodo di molti artisti dall’Europa verso l’America, infatti, dal 1933 fino al 1945 circa 25.000 apolidi avevano lasciato la Germania e i luoghi occupati dai nazisti per trovare ospitalità altrove: una singolare generazione di immigrati, formata da scienziati e artisti che portava con sé una precisa identità e che in America stava cercando di stabilire dei legami con gli ambienti artistici. Il fenomeno che si viene a creare, secondo l’autrice, è quello di un’Europa frantumata che, in parte, si ricompone negli Stati Uniti, dove gli artisti provenienti dal vecchio continente trovano un terreno nettamente più favorevole alla diffusione del linguaggio artistico al quale sentono di appartenere, e a cui non hanno mai voluto rinunciare.

Mentre in Europa i regimi nazifascisti temono la possibilità che l’arte contemporanea possa entrare a far parte della cultura e della memoria collettiva e impongono il loro potere attraverso una sospensione della temporalità, negli Stati Uniti si vanno costituendo diversi movimenti improntati all’insegnamento artistico di matrice europea, che valorizza quell’arte d’avanguardia tanto perseguitata in Europa, dove chi si oppone al regime deve essere messo a tacere, così come la sua memoria o la sua opera.

Dopo la mostra dedicata all’arte degenerata, si assiste, in Germania, anche al rogo dei libri, azione scellerata che rappresenta simbolicamente l’aggressione del potere alla memoria e alla cultura. Il messaggio è chiaro: niente aperture critiche, niente confronti, niente dissenso, nessuna circolazione di idee se non fedele agli stereotipi del potere. D’altra parte, “l’uomo nazista” non ha bisogno del passato: la sua identità di sottoposto al regime deve vivere e rinsaldarsi quotidianamente soltanto nell’interazione con altri nazisti e con il partito.

Così, da questo inquietante scenario fuggono alcuni dei più grandi artisti di sempre, ed è soprattutto su questo che Maria Passaro vuole concentrare l’attenzione del lettore: fra le prime tappe dell’esodo c’è Parigi, dove si trova Wassily Kandinsky, scappato dopo la chiusura forzata del Bauhaus di Berlino, a Londra fuggono Piet Mondrian e Làszlò Moholy-Nagy, a New York e Chicago troviamo Lyonel Feininger e Max Ernst. Un’altra ondata di esuli arriva in America subito dopo la resa della Francia, nel 1940, tra cui André Breton, Fernand Léger e Marc Chagall. L’intento dell’autrice è quello di esaminare le vicende di questo esodo considerando le diverse esperienze che gli artisti sviluppano soprattutto dopo aver messo piede sul suolo americano.

Uno dei momenti più significativi della presenza degli artisti europei negli Stati Uniti è, nella sua ricostruzione, la fondazione della galleria di Pierre Matisse, a cui dedica un intero sotto-paragrafo nel II° capitolo che è intitolato La diaspora. L’artista, figlio di Henri Matisse, nel marzo del 1931 si trasferisce nel celebre Fuller Building, che i newyorkesi chiamano Flatiron Building. Matisse, che diventa un famoso mercante-gallerista, rimarrà nel Fuller Building fino alla sua morte, nel 1981. Per l’inaugurazione della sua galleria, nel novembre 1931, Matisse organizza una mostra collettiva con le opere degli artisti dell’avanguardia francese: Braque, Derain, Dufy, Picasso e, naturalmente, Henri Matisse. In seguito Pierre si occuperà esclusivamente della promozione e diffusione delle opere di Joan Mirò, fin quando a New York non arriverà anche Marc Chagall, e Pierre Matisse organizzerà una grande retrospettiva con le sue opere, che l’artista stesso era riuscito a portare dalla Francia. Infine il 2 marzo 1942 allestisce la mostra simbolo di quel periodo storico, intitolata appunto Artisti in esilio. La mostra accoglie le opere pittoriche di quattordici artisti europei esiliati a New York e che in questa città hanno trovato rifugio e accoglienza.

Negli stessi anni a New York si trova anche lo storico e critico d’arte italiano Lionello Venturi che, per Maria Passaro, svolge un ruolo fondamentale nella comprensione dell’opera di Marc Chagall: «Agli occhi del critico italiano, la sua potente vena immaginativa è riuscita a trovare una possibilità di conciliazione tra due tradizioni artistiche diversissime, quella occidentale e quella orientale. In questa prospettiva Chagall avrebbe gettato un ponte tra messianismo e speranza secolare, tradizione popolare e cultura della metropoli, nell’orizzonte di un’unica universale umanità» (p.67).

La sua ricostruzione è esplicativa per far comprendere al lettore gli esiti positivi che la presenza di gran parte dei refugees in America ha avuto. Con il loro approdo nel nuovo continente, gli esiliati nel giro di pochi anni hanno “conquistato” anche le scuole più prestigiose del paese, ricomponendo così una sorta di alleanza della cultura europea, non senza però aver affrontato delle inevitabili fasi di adattamento e di iniziale disagio. Alla presenza degli artisti europei nelle scuole americane è dedicato un intero capitolo intitolato Gli esiliati in cattedra: tra questi a fare da apri fila troviamo Hans Hofmann, a cui «la Germania sembrava un grande malato terminale, un paese in cui non c’era più posto per l’arte d’avanguardia, a differenza dell’America, forte, grande, ricca e in salute» (p.79).

Così, attraverso un’efficace ricostruzione di esperienze e di avvenimenti, non sempre lineari, ci addentriamo capitolo dopo capitolo, nelle vicende artistiche, professionali, umane di una generazione di riferimento per l’arte europea e, in seguito, per l’arte mondiale. “Figli d’Europa”, costretti ad allontanarsi da una situazione politica insostenibile, rifiutati dal regime e che dalla stessa autrice vengono definiti come «il dono di Hitler all’America». Lo scopo del libro di Maria Passaro è il voler indagare sul significato di americanizzazione dell’arte, che ha delle radici europee, e su cosa abbia comportato per gli stessi artisti questo fenomeno, cioè come loro hanno trasformato la rispettiva cultura di origine, e come i loro talenti li abbiano portati a risultati che non avrebbero mai potuto conseguire nelle rispettive terre di origine.


[1] Il discorso di Ziegler citato da Maria Passaro in Artisti in fuga da Hitler si trova in P. K. Schuster, Nationalsozialismus und Entartete Kunst, Prestel, Monaco 1987, p. 217.

Scritto da
Eirene Campagna

È PhD student in Visual and Media Studies allo IULM, Milano. Si è occupata di questioni che riguardano il tema vastissimo della memoria, concentrandosi principalmente sulla memoria della Shoah nei “testimoni di seconda generazione”. Nel 2019 pubblica il suo primo saggio dal titolo Racconti che sopravvivono. Le storie dei testimoni e del campo. Lavora come visiting scholar alla Bezalel Academy di Gerusalemme e al Museo Statale di Auschwitz-Birkenau.

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