“Austerity vs Stimulus” di Robert Skidelsky e Nicolò Fraccaroli
- 10 Dicembre 2017

“Austerity vs Stimulus” di Robert Skidelsky e Nicolò Fraccaroli

Scritto da Lucio Gobbi

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Gli anti austerity

Per il fronte anti austerity si trovano interventi di Skidleski stesso, del premio Nobel Krugman e di altri economisti di matrice “Keynesiana” come De Grawe, Fazi, Chang. Così come Hayek è individuato come padre nobile dei pro austerity, Keynes fa capolino nelle prima parte del testo come mentore degli anti austerity. Gli autori propongono al lettore la lettera al Times nel quale l’economista di Cambridge enuncia le principali caratteristiche della recessione, ovvero di quel momento in cui gli agenti, dato il timore per il proprio futuro, tesaurizzano moneta. Tale comportamento comprimendo la domanda interna non fa che aggravare la crisi e spinge ancora più in alto in alto i livelli di disoccupazione. Tesi principale degli economisti anti austerity è che le politiche di consolidamento fiscale rafforzino la recessione in un momento in cui ci sarebbe invece bisogno di invertire il ciclo. L’impulso negativo di una stretta fiscale sulla domanda aggregata causa una caduta dei profitti e, di conseguenza, degli investimenti. La crisi pertanto non è per i Keyensiani il momento dove ci possa essere spazio per i consolidamenti fiscali, al contrario i periodi di crescita sono quelli in cui si debba mettere a posto i conti.  Da questo lato della barricata si rigettano le teorie sull’effetto del debito pubblico sulla crescita e se ne contestano le validità teoriche e empiriche. Le leggera ripresa dell’economia non è presa dai Keynesiani come una confutazione delle loro tesi quanto, piuttosto, una conferma delle dinamiche delineate da Keynes nella teoria generale del ’36. Nella quarta sezione del testo più popolare di Keynes si sostiene infatti che un rimbalzo e una ripresa dalla recessione il capitalismo la crea sempre, ciò che non si riesce a ripristinare senza un mix di politica fiscale e monetaria è la piena occupazione. Su questa linea l’articolo di Fazi secondo il quale le politiche in favore dell’espansione fiscale diventano necessarie dato che la politica monetaria espansiva attuata dalla BC non è da sola sufficiente a sostenere la ripresa in un periodo di crisi. Una parte della querelle si articola sulla specificità del caso inglese. Di particolare interesse è l’articolo di de Grawe nel quale si evidenzia come gli effetti delle manovre fiscali siano differenti in un area valutaria come l’Euro rispetto al caso inglese dove la presenza di una banca centrale autonoma come la Bank of England stabilizza le aspettative impedendo a tassi di interesse sul debito pubblico di impennarsi. 

La terza via

A metà strada tra le due fazioni si trova la posizione di Blanchard, ex capo economista del Fondo Monetario Internazionale. Negli interventi riportati Blanchard pone il tema del consolidamento fiscale come necessario per quei paesi che durante la crisi hanno visto lievitare i propri bilanci pubblici. A differenza dei pro austerity Blanchard pone la riduzione del debito come obbiettivo di lungo periodo. Secondo l’economista francese ci sono quattro lezioni da trarre dalla crisi. La prima concerne il fatto che lo scenario internazionale è permeato da processi in cui le aspettative degli agenti determinano il successo o meno delle politiche fiscali. In tale contesto è molto difficile dare un’indicazione di policy precisa dato che, ogni azione di consolidamento, se male interpretata, può essere del tutto vana. La seconda è che i processi di riforma delle economie in crisi sono quasi sempre frutto di contrattazioni politiche. Questo porta a pacchetti di riforma parziali che difficilmente risultano credibili agli agenti, in questo modo spesso si manca l’obbiettivo della stabilizzazione delle aspettative rispetto agli effetti attesi di tali riforme.  Terza lezione, di capitale importanza, è quella della schizofrenia dei mercati per quanto riguarda la politica fiscale. Blanchard enfatizza il fatto che spesso i mercati brindano ad annunci di consolidamenti fiscali ma poi puniscono i paesi che li intraprendono quando si manifestano gli inevitabili effetti recessivi di tali politiche. L’ultima lezione concerne il fatto che i contesti cambiano e spesso si intraprende una policy di riforma sulla base di dati e informazioni validi per il passato ma non per il futuro. D’altra parte gli articoli di Blanchard sono scritti negli anni in cui il Fondo Monetario prendeva atto che le stime dei moltiplicatori fiscali pre crisi avevano ampiamente sottovalutato gli effetti recessivi che si stavano producendo nelle economie europee. La linea che delimita Blanchard è pertanto quella dei consolidamenti molto graduali, accompagnati da riforme strutturali e sostenuti da una politica monetaria accomodante in grado di tenere sotto controllo i mercati, i tassi di interesse.

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Scritto da
Lucio Gobbi

Lucio Gobbi, laureato in discipline economiche e sociali all’Università Commerciale L. Bocconi di Milano. Dottorato in Economics and Management all’Università di Trento. Attualmente ricercatore in economia politica presso la stessa Università: www.luciogobbi.com

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