“Capitalismo digitale. Google, Facebook, Amazon e la nuova economia del web” di Nick Srnicek

Nick Srnicek

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Il panorama delle piattaforme

Il primo elemento da analizzare è il modo in cui Srnicek classifica le piattaforme. Ciò ci permette di chiarire uno dei perni della sua riflessione, trait d’union con la prospettiva storica: l’elemento centrale dell’analisi delle piattaforme risiede nella loro relazione con i dati, ovvero con le registrazioni dell’attività degli utenti. Nell’analisi di Srnicek, i dati rappresentano il nuovo materiale grezzo immagazzinato dalle imprese, e le piattaforme fungono da infrastruttura per la loro raccolta.

Il primo tipo descritto è quello delle piattaforme cosiddette di advertising, ovvero la cui principale fonte di ricavo è data dagli inserzionisti: siti web come Google e Facebook vendono spazi pubblicitari con la garanzia che questi siano targettizzati in base all’analisi dei dati che raccolgono (nei primi quattro mesi del 2016, l’89% delle entrate di Google e il 96,6% di quelle di Facebook sono arrivate dagli inserzionisti»[6]). I ricavi vengono poi utilizzati per fusioni e acquisizioni di alto livello (come, per esempio, l’acquisto di WhatsApp da parte di Facebook per 22 miliardi di dollari)[7] o per investimenti in start-up del settore tech (operazioni che contribuiscono al consolidamento di posizioni monopolistiche).

Il secondo tipo descritto è quello delle piattaforme cloud, che affittano servizi di cloud computing (hardware, software e strumenti di analisi) ad altre imprese. È il caso, ad esempio, di Amazon, che affitta ad altre imprese i suoi “Amazon Web Services” (nei primi quattro mesi del 2016 hanno generato più profitti del core business di vendita al dettaglio[8]): questo tipo di piattaforme non punta sulla vendita diretta dei dati, ma sul noleggio dell’infrastruttura, il che permette di raccogliere sempre più dati, aumentandone il valore.

Il terzo tipo di piattaforme sono le piattaforme industriali, ovvero quelle «che funzionano come il core framework di base nel collegare sensori e azionatori, fabbriche e fornitori, produttori e consumatori, software e hardware»[9]: in questo caso i dati raccolti provengono dal processo produttivo, permettendo di ottimizzarlo attraverso l’automazione.

Il quarto e il quinto tipo di piattaforme sono le piattaforme prodotto e le piattaforme lean, che possono essere trattate insieme in quanto caratterizzate dal modo in cui si relazionano con la proprietà. In particolare, le piattaforme prodotto sono quelle che forniscono prodotti come se si trattasse di servizi, ovvero quello che li offrono in noleggio e, tramite essi, raccolgono dati (è il caso di Zipcar); le piattaforme lean[10]sono invece quelle riducono i costi al minimo, ovvero si costituiscono come semplice interfaccia tra erogatori e utenti, come nel caso di Uber o Airbnb: queste non posseggono i beni per l’erogazione del servizio richiesto, ma posseggono lo strumento di comunicazione, che permette la raccolta e l’analisi dei dati.

A partire da un paesaggio così composto, l’analisi di Srnicek mira a ricostruire il legame tra le piattaforme e il modo di produzione capitalistico, demistificando la retorica che vorrebbe l’idea di un’economia digitale come una forma economica post-capitalistica.

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[6] Ivi, p. 49

[7] Ivi, p. 54

[8] Ivi, p. 58

[9] Ivi, p. 60

[10] Queste piattaforme sono dette lean per il loro riflettere l’omonimo modello di business, che prevede l’eliminazione di tutti i costi “inutili”, ovvero non direttamente legati ai ricavi. Srnicek osserva che non tutte le piattaforme sono lean: Amazon, per esempio, perde guadagni ad ogni ordine effettuato con il servizio Amazon Prime, ma tale servizio permette di attirare utenti e generare profitti in altro modo. Si tratta del meccanismo delle “sovvenzioni incrociate”.


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Nato a Napoli nel 1993, si laurea in Filosofia presso l’Università degli Studi di Napoli “Federico II”. Vive a Parigi e studia presso l’Université Paris Nanterre.

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