Scritto da Daniele Molteni
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La diffusione delle tecnologie digitali e la crescente convergenza tra potere statale e grandi imprese tecnologiche stanno trasformando le forme della sovranità e mettendo sotto pressione le democrazie. In questo scenario, il controllo non si esercita soltanto sulle infrastrutture e sulle risorse, ma anche sulla capacità di definire la realtà, orientare il dibattito pubblico e condizionare il pensiero.
In questa intervista realizzata in occasione del Festival del Presente 2026, Asma Mhalla – specialista di politica e geopolitica della tecnologia, parte del LAP (Laboratoire d’Anthropologie Politique) dell’EHESS/CNRS e autrice di Resistere ai tempi oscuri. Il nuovo sistema totalitario (Einaudi 2026) – analizza le nuove configurazioni del potere nell’era digitale. Al centro della riflessione, le possibilità della resistenza politica e la necessità di riconquistare la libertà di pensiero per immaginare un’alternativa alla cyberdistopia in cui viviamo.
Il libro uscito in Italia con il titolo Resistere ai tempi oscuri, pubblicato da Einaudi, nella sua versione in inglese e francese si intitola Cyberpunk, in riferimento all’immaginario di autori di fantascienza come William Gibson, Philip K. Dick, Neal Stephenson e altri. Questi scrittori avevano già anticipato il mondo in cui viviamo?
Asma Mhalla: Sì, e credo che questi autori abbiano scritto alcune tra le opere di teoria politica più compiute. A un certo punto mi sono imbattuta in questa frase di William Gibson, diventata iconica: «Il futuro è già qui, è solo distribuito in maniera diseguale». Mi ha affascinata e così ho cominciato a leggere Gibson, Bruce Sterling, Neal Stephenson e Philip K. Dick, che è in un certo senso il padre spirituale del genere. Più mi addentravo nei loro universi, più mi rendevo conto che alcune delle intuizioni politiche più potenti della fine del XX secolo si trovavano proprio in questa letteratura. C’era già tutto: il disgregarsi dello Stato, la frammentazione sociale, la solitudine, la saturazione informativa, l’onnipotenza delle megacorporazioni, gli impianti neurali e, soprattutto, quella sensazione molto particolare per cui gli individui non appartengono più a un futuro comune.
Ciò che mi colpisce è che questi scrittori avevano compreso qualcosa che molti teorici politici hanno a lungo sottovalutato: il potere si sarebbe spostato verso le infrastrutture, le reti, i corpi, le coscienze. Diffido però del termine “anticipazione”, perché lascia intendere che il futuro sia ancora davanti a noi. E invece, precisamente, il futuro cyberpunk è già la nostra realtà. La distopia è diventata l’architettura ordinaria del nostro presente.
Ciò che è quasi ironico è che oggi gli imprenditori del settore tecnologico riciclano gli immaginari della fantascienza che, in origine, raccontavano proprio la mostruosità dei mondi che stanno costruendo.
Nell’immaginario di Philip K. Dick, così come nella neolingua di George Orwell, il potere plasma la realtà. Come opera quello che nel libro chiama “gaslighting politico” nella comunicazione di Donald Trump e nei discorsi di Benjamin Netanyahu sulla guerra e sulla Palestina?
Asma Mhalla: Il gaslighting politico consiste nel destabilizzare il nostro rapporto con la realtà, fino a farci dubitare del nostro stesso giudizio. Trump ne ha fatto un metodo di governo. Ricordiamo i migranti haitiani che, secondo lui, mangiavano cani e gatti a Springfield, oppure il suo riciclo della celebre espressione peace through strength (pace attraverso la forza), ripresa subito anche da Netanyahu, o ancora, più recentemente, il fatto di aver ribattezzato l’intelligenza artificiale “superintelligenza”. La narrazione circola, il nemico viene identificato, le questioni più delicate vengono rese invisibili e il dibattito pubblico viene sequestrato. Mentre i media verificano, smentiscono, e gli editorialisti si indignano, Trump ha già spostato il dibattito altrove. Così impone il ritmo e i termini della discussione.
Il caso israeliano è molto più grave, perché questa manipolazione delle narrazioni accompagna un’operazione di disumanizzazione dell’altro che segnerà la Storia come una macchia morale indelebile. Dobbiamo comprendere, intanto, il ruolo della hasbara, la dottrina israeliana di comunicazione strategica, nella costruzione e nella diffusione delle narrazioni ufficiali. Il trauma, reale, del 7 ottobre 2023 viene utilizzato come cornice giustificativa della guerra, con il rischio di rendere le sofferenze palestinesi politicamente e moralmente invisibili. Quando il ministro della Difesa Yoav Gallant parlava di “animali umani” annunciando l’assedio di Gaza, questo linguaggio accompagnava una violenza esercitata contro un’intera popolazione.
Occorre anche considerare la situazione politica di Netanyahu. Alle prese con le sue vicende giudiziarie e sotto la pressione della sua estrema destra ultranazionalista e ultraortodossa, governa in un contesto in cui la normalizzazione dell’orrore diventa una questione di sopravvivenza politica. Così come gli ambienti intellettuali occidentali studiano il terrorismo islamista, dovrebbero studiare anche, con pari imparzialità e parità di trattamento, il terrorismo derivante dall’estremismo religioso israeliano, in particolare le violenze commesse dai coloni terroristi in Cisgiordania, applicando lo stesso rigore e le stesse categorie di analisi utilizzati per le altre forme di terrorismo.
In fondo, è proprio questo che mi interessa: chi detiene il potere di definire ciò che è reale, ciò che è vero e, in ultima analisi, ciò che è umano?
Se il potere contemporaneo passa anche dalla capacità di definire ciò che è reale e umano, dobbiamo ripensare le categorie con cui interpretiamo i regimi politici. Perché il termine “fascismo” risulta una categoria insufficiente nell’interpretare e comprendere le derive autoritarie delle democrazie liberali, mentre è più utile parlare di “fascismo-simulacro”, totalitarismo e cyberdistopia?
Asma Mhalla: Forse deluderò alcuni lettori, ma la parola “fascismo” mi mette sempre più a disagio. Dal punto di vista intellettuale, è una categoria piuttosto pigra. Naturalmente, i paragoni storici possono far luce su alcune continuità. Nel trumpismo esistono dinamiche di matrice fascista: l’individuazione di nemici interni, il culto della forza, l’immaginario della purificazione nazionale, la violenza politica. Ma il fascismo storico rimanda a forme di organizzazione del potere ben precise, quelle di Benito Mussolini o di Adolf Hitler, caratterizzate da un partito unico, uno Stato centralizzato, apparati del terrore e mobilitazione di massa. Il mondo contemporaneo funziona diversamente.
Nel 2026 possiamo ancora parlare liberamente, criticare Trump, intervistare i suoi collaboratori, denunciare le loro politiche. Si continuano a svolgere elezioni, le istituzioni esistono ancora. Eppure, qualcosa si sta trasformando profondamente sotto i nostri occhi. È ciò che chiamo appunto “fascismo-simulacro”, in cui ritroviamo alcuni segni, alcune pulsioni, alcune estetiche del fascismo storico, ma all’interno di un’architettura politica radicalmente diversa. Un’architettura ibrida e frammentata, nella quale i poteri pubblici diventano sempre più dipendenti da poteri privati che controllano le infrastrutture strategiche. E credo che questa configurazione possa essere ancora più insidiosa, più perversa, proprio perché è difficile da identificare.
È qui che il totalitarismo torna a essere una questione interessante. A condizione, ancora una volta, di non cercare di riprodurre meccanicamente i modelli del XX secolo. Ciò che mi interessa in Hannah Arendt è la distruzione del mondo comune, l’atomizzazione degli individui, la cancellazione della loro capacità di giudicare autonomamente. In Antonio Gramsci, è la questione dell’egemonia, della costruzione di ciò che viene percepito come ovvio. In Michel Foucault, è il modo in cui il potere attraversa i corpi, i comportamenti e le soggettività.
Con le ipertecnologie, queste logiche cambiano scala. Possono ormai essere massificate, individualizzate e automatizzate. È ciò che chiamo, sulla scia di Franco “Bifo” Berardi e Benjamin Bratton, “totalitarismo cognitivo”: una fase in cui le infrastrutture che organizzano l’informazione, l’attenzione, la memoria e le rappresentazioni diventano potenziali strumenti per governare le menti. Il totalitarismo non ha più necessariamente bisogno di presentarsi sotto le sembianze spettacolari di una dittatura perché si sviluppino dinamiche di totalizzazione. La cyberdistopia permette esattamente di pensare questo paradosso: una società che conserva le apparenze della libertà, mentre privatizza progressivamente le condizioni che ne rendono possibile l’esercizio. Il teatro della democrazia rimane intatto. La macchina che lo fa funzionare, invece, sta cambiando padrone.
Lei definisce “Dileviatano” (un Leviatano a due teste) l’insieme formato dal Big State e dalle Big Tech, che sta producendo una profonda trasformazione del potere e degli Stati, superando il concetto hobbesiano di Leviatano. In che modo questa evoluzione rinnova la questione marxista dell’estinzione dello Stato, e chi detiene oggi il monopolio della forza, considerato che i giganti tecnologici sono intrecciati con gli apparati militari e di polizia?
Asma Mhalla: La questione è affascinante, perché potremmo quasi parlare di un grottesco capovolgimento della prospettiva marxista. In Karl Marx, l’estinzione dello Stato si colloca nell’orizzonte dell’emancipazione dai rapporti di dominio. Oggi assistiamo a una forma di progressivo indebolimento di alcune capacità pubbliche, ma senza alcuna emancipazione. Al contrario, le capacità coercitive, militari, informative e cognitive conoscono un’espansione spettacolare. È ciò che ho definito nel libro l’avvento di uno “Stato minimo totale”. Attenzione però, vorrei evitare un equivoco: lo Stato non scompare. Anzi, credo che ritorni con una brutalità notevole. Ciò che cambia è la sua struttura effettiva, ovvero la sua dipendenza da capacità che non controlla più interamente.
In Resistere ai tempi oscuri sviluppo il concetto di Dileviatano, costituito dal Big State e dalle Big Tech, che non bisogna immaginare come un’alleanza perfettamente armoniosa. Questi attori cooperano, competono e si condizionano reciprocamente. Ma ormai sono strutturalmente interdipendenti. Questa ibridazione non è di per sé una novità. Le Compagnie delle Indie erano già imprese private dotate di prerogative quasi sovrane. Dwight Eisenhower aveva denunciato il complesso militare-industriale già nel 1961. Ciò che è nuovo è il grado di dipendenza. Oggi gli Stati Uniti non possono più sostenere la propria potenza imperiale senza le grandi aziende tecnologiche. Questo è particolarmente evidente nell’intelligenza artificiale militare, nell’intelligence, nei sistemi satellitari, nel cloud, nelle capacità di calcolo e nei sistemi autonomi. Anche la Cina conosce una dinamica comparabile, sebbene attraverso strumenti di controllo politico differenti.
Ecco perché parlo di una trasformazione della sovranità. La questione non è più soltanto sapere chi detenga giuridicamente il monopolio della forza legittima, ma anche chi possieda le capacità indispensabili per esercitarla.
Se la sovranità dipende sempre più dal controllo delle infrastrutture tecnologiche e dalle capacità delle grandi imprese private, concentrate soprattutto negli Stati Uniti e in Cina, quale margine d’azione resta alle democrazie europee? Come può l’Unione Europea difendere la democrazia senza riprodurre le logiche di potere che combatte?
Asma Mhalla: Sono piuttosto severa nei confronti dell’Europa, perché la sovranità nel continente è diventata una sorta di placebo politico; un termine che ripetiamo a ogni conferenza, in ogni “libro bianco”. Ma la sovranità di chi, su che cosa e a quale prezzo? Vogliamo i nostri giganti tecnologici. Benissimo. Ma con quali dipendenze, quali sacrifici e, soprattutto, quale progetto politico? Per molto tempo l’Europa ha creduto che la regolamentazione potesse sostituire una strategia industriale. Eppure, l’intelligenza artificiale è un’iperindustria di cui nessun attore controlla l’intera filiera. La vera autonomia consiste nell’organizzare le proprie interdipendenze e nel diventare indispensabili in alcuni segmenti strategici. Il vero dilemma, tuttavia, risiede nella tensione tra democrazia, sovranità e potenza.
Di fronte all’Internazionale reazionaria, l’Europa rischia di riprodurre esattamente ciò che sostiene di combattere: concentrazione del potere, sorveglianza, militarizzazione, controllo cognitivo. Perché la sovranità, di per sé, non ha alcuna virtù democratica. Un’Europa tecnologicamente sovrana potrebbe benissimo diventare politicamente illiberale. Bisogna dunque porre le domande scomode: che cosa siamo disposti a sacrificare in nome della potenza? Quali libertà, quali risorse, quali forme di controllo democratico? E fino a che punto possiamo spingerci senza tradire ciò che affermiamo di voler difendere?
Infine, all’Europa manca una narrazione del futuro. Trump e Musk hanno proposto un retrofuturismo piuttosto formidabile: il primo prometteva il ritorno alla grandezza passata, il secondo la conquista del futuro. E noi? Norme, procedure e piani di investimento. È un po’ poco per far sognare un continente.
Dal punto di vista della resistenza a questi progetti per il presente e il futuro, secondo lo storico Anton Jäger viviamo in un regime di iperpolitica, caratterizzato da una mobilitazione intensa ma effimera, che fatica a tradursi in un’organizzazione duratura. In che modo questa forma di politicizzazione si inserisce in quello che lei definisce “metacapitalismo”? Che cosa rivelano, a questo proposito, le mobilitazioni studentesche, il No Kings Day, il Tesla Takedown e le proteste contro i data center?
Asma Mhalla: Ciò che descrive Anton Jäger era perfettamente prevedibile. Una politicizzazione permanente, un’indignazione generalizzata, ma capacità di organizzazione collettiva in caduta libera. È una delle contraddizioni del metacapitalismo: un sistema capace di assorbire persino la propria contestazione. La rabbia diventa contenuto, la radicalità un’estetica, la rivolta un mercato. Il capitalismo è persino riuscito a trarre profitto da chi lo detesta. Davvero notevole.
Le mobilitazioni studentesche, il No Kings Day e il Tesla Takedown – così come le proteste in Francia, che si stanno propagando nel resto d’Europa, dal Portogallo all’Albania, passando per l’Italia – dimostrano però che il conflitto politico è tutt’altro che morto. Altrettanto interessanti, sebbene di natura diversa, sono le proteste contro i data center, che colpiscono direttamente la materialità del potere tecnologico: l’energia, l’acqua, il suolo, le infrastrutture. Finalmente si esce dalla dimensione dello spettacolo per toccare le condizioni concrete della potenza.
Ma non raccontiamoci storie. Queste mobilitazioni intermittenti, talvolta spettacolari, erano prevedibili in società atomizzate, nelle quali i corpi intermedi si sono disgregati. E credo che diventeranno la nuova normalità politica occidentale: esplosioni di rabbia ricorrenti, conflittualità cronica, senza che necessariamente si produca un’alternativa organizzata.
È proprio questo, in ogni caso, ciò di cui scrivo e parlo dall’uscita nel 2024 del mio libro Tecnopolitica (pubblicato in Italia da add editore nel 2025, ndr). Non abbiamo mai avuto così tante proteste visibili e così poco potere collettivo. La vera questione è capire come trasformare questa rabbia in una forza politica duratura.
Il problema della resistenza è anche culturale e riguarda la nostra capacità di comprendere il potere e di sottrarci alle sue logiche. Da Michel Foucault ad Albert Camus, passando per Hannah Arendt e Karl Marx, che cosa può ancora fare il pensiero critico di fronte all’impero cognitivo? E in che misura la possibilità stessa di resistere resta un privilegio, distribuito in modo diseguale? Quale ruolo possono svolgere oggi gli intellettuali?
Asma Mhalla: La libertà cognitiva è diventata una questione di potere. Parliamo molto di libertà di espressione, ma bisogna pur essere in grado di formare liberamente il proprio giudizio. Eppure, le infrastrutture che organizzano la nostra attenzione, le nostre percezioni e ormai anche una parte dei nostri ragionamenti sono privatizzate. Chi controlla l’infrastruttura controlla anche le condizioni del pensiero. Arendt aveva capito che pensare richiede distacco; Foucault, che il potere plasma le soggettività; Marx, che tutto questo si fonda su rapporti materiali di dominio. Oggi queste questioni assumono una dimensione industriale. Attenzione, però, all’illusione individualista. Consigliare alle persone di disconnettersi, leggere di più o concedersi una piccola disintossicazione digitale è quasi osceno. Il tempo, il sapere e la sicurezza materiale necessari per conquistare l’autonomia sono distribuiti in modo profondamente diseguale. Pensare liberamente, in questo senso, diventa anche un privilegio di classe.
Quanto agli intellettuali, il loro ruolo non è certo quello di formare una piccola aristocrazia della lucidità. È rendere comprensibili le architetture del potere, rivelarne le contraddizioni, democratizzare gli strumenti necessari per comprenderle e contestarle. Senza nostalgia tecnofoba, ma anche senza un’ingenua fascinazione per l’innovazione. In fondo, si tratta di riconquistare tre cose: la realtà, il legame e il sapere. E di preservare quella facoltà elementare che fa di noi dei soggetti politici: la capacità di imboccare una strada diversa. L’ultimo lusso del XXI secolo sarà tornare a essere imprevedibili.
Se la resistenza passa dalla riconquista del pensiero critico alla ricostruzione di un potere collettivo, quale orizzonte politico può renderla duratura? Lei evoca la possibilità di un’era della riparazione: tra gli scenari che immagina per il futuro del Dileviatano, quale potrebbe aprire la strada a una democrazia autenticamente emancipatrice? E, in un presente oscuro che sembra uscito dalla fantascienza, dove intravede oggi i primi segni di una possibile alba?
Asma Mhalla: Diffido delle grandi promesse di salvezza. Abbiamo già abbastanza profeti tecnologici che ci spiegano che l’intelligenza artificiale ci salverà, che colonizzeremo Marte e che persino la morte diventerà presto una semplice anomalia tecnica. In questo senso preferirei che cominciassimo a riparare un po’ il mondo in cui abitiamo. Quella che chiamo “era della riparazione” presuppone innanzitutto il riconoscimento dell’entità dei danni: la distruzione del mondo comune, la frammentazione sociale, l’esaurimento delle istituzioni, la confisca del futuro, la vertiginosa concentrazione delle capacità di esercitare il potere. Siamo arrivati a una situazione in cui una manciata di attori privati dispone di un potere enorme sulle infrastrutture delle nostre esistenze, senza essere sottoposta ad alcun mandato democratico. Ma bisogna guardarsi dal pensare che questo Dileviatano sia una fatalità storica. Le architetture del potere sono costruzioni politiche e possono trasformarsi, frammentarsi, entrare in crisi. La questione del futuro dipende dunque dai rapporti di forza che saremo capaci di ricostruire.
Tra le possibili evoluzioni del Dileviatano, quella che mi interessa maggiormente è quella che consentirebbe di riaprire democraticamente la questione delle infrastrutture, del potere e delle finalità collettive. Questo presuppone di restituire alle società la capacità di incidere su scelte che oggi vengono loro in larga misura sottratte. Non vorrei, però, che tutto questo assomigliasse a un programma di buone intenzioni. Il conflitto è inevitabile e anche le rinunce lo sono. Bisognerà decidere che cosa vogliamo produrre, a quali condizioni, con quali dipendenze e per quali impieghi. E poi dovremo ritrovare qualcosa che ci manca terribilmente: un immaginario politico del futuro. Il grande successo degli imprenditori della Silicon Valley è quello di aver occupato il vuoto lasciato dai responsabili politici: propongono futuri, per quanto stravaganti e persino distopici, e vendono una destinazione. Le democrazie, invece, sembrano talvolta ridotte alla gestione di un presente privo di orizzonte.
Dove si trovano, allora, i segni dell’alba? Li vedo in quei momenti in cui i giovani si mobilitano per i propri diritti, in cui la società ricomincia a dire “basta” e poi a interrogarsi su ciò che le era stato presentato come inevitabile. Quando i cittadini mettono in discussione l’insediamento di un’infrastruttura, quando si iniziano a rifiutare determinati impieghi militari delle tecnologie, quando si formano nuove alleanze sociali attorno alla difesa dei diritti fondamentali, quando la libertà cognitiva comincia a emergere come questione politica. Sono segnali ancora modesti e non ho alcuna intenzione di sostituire una grande mitologia tecnologica con una grande mitologia della resistenza. Credo maggiormente negli imprevisti della Storia. Il mondo è meno stabile di quanto sostengano coloro che lo governano. Il futuro è già qui, diceva William Gibson, ma questo non significa che sia interamente scritto. Il nostro compito è forse fare in modo che torni a essere uno spazio di conflitto, di scelta e di libertà.