“Capitalismo digitale. Google, Facebook, Amazon e la nuova economia del web” di Nick Srnicek

Nick Srnicek

Pagina 3 – Torna all’inizio

Platform capitalism: tendenze di lungo periodo

Il primo capitolo di Capitalismo digitale mostra, la genesi dell’economia digitale, ricollegandola alla tendenza alla ristrutturazione che caratterizza le fasi di crisi del capitalismo. In particolare, la tesi di Srnicek è che «tre momenti nella storia recente del capitalismo siano particolarmente rilevanti per la presente congiuntura: la risposta alla recessione degli anni Settanta; il boom e la recessione degli anni Novanta; la risposta alla crisi del 2008»[11].

La recessione degli anni Settanta aveva rappresentato la fine di quel momento di crescita economica post-bellica che alcuni economisti, tra cui Thomas Piketty, ritengono abbia rappresentato un’eccezione rispetto alla regola generale del capitalismo[12]. La crisi del modello manifatturiero americano e l’ascesa di concorrenti come il Giappone e la Germania, favoriti dal Piano Marshall, innescò un momento di ristrutturazione, che ebbe una triplice conseguenza: l’affermazione del modello toyotista, un attacco al potere del lavoro tramite la deregulation e l’outsourcing, la gestione della filiera attraverso software volti a sveltire il processo produttivo. In quest’ultima si vede già il germe dell’economia digitale.

Infatti, è a partire dall’ambito tecnologico che nasce il boom degli anni Novanta, il quale ebbe come esito la cosiddetta “bolla delle Dot-com”. La diffusione di Internet e le prospettive di commercializzazione che esso apriva portarono una mole di investimenti nel settore informatico sempre crescente: «Nel 1980, il livello annuale di investimento in computer e loro periferiche era di 50,1 miliardi di dollari […] per arrivare a un picco, mai più raggiunto, di 412,8 miliardi di dollari al massimo della bolla, nel 2000»[13].

Se da un lato l’attrazione di capitale ha permesso la costruzione e la diffusione dell’infrastruttura della futura economia digitale (in termini fisici per quanto riguarda server e fibre ottiche), dall’altro la bolla speculativa diede vita ad una politica monetaria accomodante[14]. L’abbassamento dei tassi ipotecari che ne seguì pose le condizioni per la bolla immobiliare del 2008, la cui esplosione indusse un’ulteriore riduzione dei tassi di interesse: un ambiente così costituito significò una riduzione del tasso di profitto su un’ampia gamma di attività finanziarie[15], costringendo gli investitori a trovare altri settori per i propri capitali e finendo per incentivare il settore tech (in cui il carattere intellettuale delle proprietà ha reso possibile una forte migrazione in paradisi fiscali[16], fungendo da ulteriore incentivo).

Il terzo e ultimo capitolo di Capitalismo digitale individua alcune tendenze del momento attuale, che in realtà non sono altro che la continuazione delle tendenze già tracciate: l’aumento dell’estrazione, il posizionamento come gatekeeper, la convergenza dei mercati e la chiusura dei sistemi. Tutte queste tendenze confermano che, al di là della retorica sul superamento del capitalismo e sul passaggio ad un’economia basata sulla condivisione[17], il momento storico che viviamo condurrà ad una crescita delle disuguaglianze. Queste, nel movimento di chiusura progressiva che potrebbe essere necessario alle piattaforme per poter mantenere la redditività, si tradurrebbe da una disparità di ricchezza in una disparità di accesso[18].

In ultima analisi, il testo di Srnicek raggiunge pienamente il suo obiettivo, compensando ciò che manca in termini di approfondimento analitico con uno svolgimento chiaro e preciso. La ricostruzione che egli opera non solo fornisce uno sguardo lucido su uno degli aspetti più importanti dell’economia odierna (fosse anche soltanto per i patrimoni delle aziende che costituiscono le piattaforme del capitalismo digitale) ma la sua analisi riconduce con puntualità la ricostruzione a quelle che sono le tendenze immanenti del capitalismo: da un lato l’imperativo fondamentale della creazione di profitto, al quale ogni impresa lega la propria produzione; dall’altro la tendenza del capitale a trovare nuovi territori[19] di accumulazione che, nel caso delle piattaforme, sono costituiti dalla grande mole di dati divenuta disponibile. Capitalismo digitale rappresenta un’ottima piccola introduzione per capire il paesaggio economico in cui viviamo e come questo può evolversi nell’immediato futuro.

Torna all’inizio


[11] Capitalismo digitale, cit., p. 15

[12] Ivi, p. 18

[13] Ivi, p. 25

[14] Per tenere a bada il crollo la Federal Reserve decise una veloce sere di riduzioni del tasso di interesse, primo atto della suddetta politica monetaria accomodante. Si veda ivi., p. 26

[15] Ivi, p. 31

[16] Si pensi che il 92, 8% delle riserve di capitale di Facebook a marzo del 2016 erano depositate off-shore. Per un confronto con le altre società si veda la tabella in ivi, p. 33

[17] Ivi, p. 97

[18] Ivi, p.107

[19] «Da un punto di vista della produzione dei dati, le attività sono come territori che aspettano di essere scoperti. Chiunque arriverà lì per primo e li occuperà, avrà le sue risorse – in questo caso, abbondanza di dati» da MIT Technology Review, 2016, citato in ivi, p. 84


Vuoi aderire alla nuova campagna di abbonamento di Pandora? Tutte le informazioni qui

Nato a Napoli nel 1993, si laurea in Filosofia presso l’Università degli Studi di Napoli “Federico II”. Vive a Parigi e studia presso l’Université Paris Nanterre.

Comments are closed.